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Intervista a Max Formisano

Ciao Max, ci racconti qualcosa di te e della tua attività di coaching?

Ho iniziato come formatore a metà degli anni ’90 e nel corso della mia formazione personale e professionale, ho incontrato nel 2003 il coaching, che ho quindi scelto di affiancare alla formazione. Negli ultimi anni mi sono in particolare specializzato nel business coaching.

Perché proprio l’ambito business?

Perché dal mio punto di vista verticalizzarsi nelle proprie competenze e nella propria passione è la cosa migliore che un bravo coach possa fare. Inoltre, come formatore affronto spesso nei miei corsi di autostima e motivazione il tema life, per cui le persone che cercano una mano in questo ambito, riescono a trarre grandi benefici già nei gruppi di formazione. Ma per il supporto a imprenditori e manager serve un approccio diverso e più specializzato, da qui la scelta di dedicarmi all’area del coaching che più mi piace e verso la quale mi sento più incline.

C’è qualche esperienza di coaching che porti particolarmente nel cuore?

Non ce ne è una che in assoluto preferisco alle altre, ma ricordo con particolare piacere la mia esperienza da coach in una grande azienda di Milano, nella quale ero stato chiamato a lavorare con alcuni manager in fase di cambiamento di ruolo. Abbiamo affrontato il problema della resistenza al cambiamento con diverse sessioni d coaching, perché è chiaro che il cambiamento spaventa, le persone ne hanno paura e tendono a focalizzarsi sul processo del cambiamento, che è impegnativo, piuttosto che sul risultato finale e sul riscatto che ne discende. Lo switch, quindi, è stato trasferire il focus dalla paura del costo del cambiamento al piacere del risultato finale, gestendo un processo sostanzialmente di business coaching con un approccio molto life, perché ad emergere erano soprattutto le paure personali dei clienti.

3 aggettivi che ti definiscono e un motto a cui ispiri la tua attività professionale…

Gli aggettivi: originale, vero e competente. Il mio motto è questo: “La vita è difficile per tutti quelli disposti a fare solo le cose facili, ma la vita è facile per quelli sono disposti a fare anche le cose difficili”. In altre parole, la vita è facile per quella minoranza che non si ferma ai primi ostacoli, ma risulta difficile per quella maggioranza che non è abituata a risolvere problemi e si limita a fare solo le cose facili che fanno tutti. Questo a mio parere si ricollega direttamente anche all’attività del coaching professionale: gli ostacoli sono il posto dove si ferma la concorrenza, perciò riuscire a guardare oltre l’ostacolo, porta un coach veramente competente sempre un passo avanti ai colleghi che hanno studiato di meno e/o che non sanno proporsi adeguatamente sul mercato.

Come ti immagini l’evoluzione del coaching da qui a 10 anni?

Nei prossimi dieci anni il coaching sarà una professione sempre più conosciuta e riconosciuta, ma lavoreranno sempre di più i nomi già affermati e sempre meno gli ultimi arrivati sul mercato, quelli che si presentano come life coach senza una particolare area di specializzazione. Considerato anche che non è necessario disporre di grossi capitali per fare questo mestiere, le barriere all’entrata sono molto basse, al punto che se già oggi ci sono migliaia di coach, è facile immaginare che ce ne saranno ancora di più nei prossimi dieci anni. Egualmente aumenterà molto il numero dei clienti, ma non credo ci sarà un boom di lavoro per il singolo coach, a meno che non si tratti di un coach veramente bravo nel distinguersi da tutti gli altri, nel creare un proprio metodo che induca i clienti a scegliere proprio lui e non un a

Ciao Max, ci racconti qualcosa di te e della tua attività di coaching?

Ho iniziato come formatore a metà degli anni ’90 e nel corso della mia formazione personale e professionale, ho incontrato nel 2003 il coaching, che ho quindi scelto di affiancare alla formazione. Negli ultimi anni mi sono in particolare specializzato nel business coaching.

Perché proprio l’ambito business?

Perché dal mio punto di vista verticalizzarsi nelle proprie competenze e nella propria passione è la cosa migliore che un bravo coach possa fare. Inoltre, come formatore affronto spesso nei miei corsi di autostima e motivazione il tema life, per cui le persone che cercano una mano in questo ambito, riescono a trarre grandi benefici già nei gruppi di formazione. Ma per il supporto a imprenditori e manager serve un approccio diverso e più specializzato, da qui la scelta di dedicarmi all’area del coaching che più mi piace e verso la quale mi sento più incline.

C’è qualche esperienza di coaching che porti particolarmente nel cuore?

Non ce ne è una che in assoluto preferisco alle altre, ma ricordo con particolare piacere la mia esperienza da coach in una grande azienda di Milano, nella quale ero stato chiamato a lavorare con alcuni manager in fase di cambiamento di ruolo. Abbiamo affrontato il problema della resistenza al cambiamento con diverse sessioni d coaching, perché è chiaro che il cambiamento spaventa, le persone ne hanno paura e tendono a focalizzarsi sul processo del cambiamento, che è impegnativo, piuttosto che sul risultato finale e sul riscatto che ne discende. Lo switch, quindi, è stato trasferire il focus dalla paura del costo del cambiamento al piacere del risultato finale, gestendo un processo sostanzialmente di business coaching con un approccio molto life, perché ad emergere erano soprattutto le paure personali dei clienti.

3 aggettivi che ti definiscono e un motto a cui ispiri la tua attività professionale…

Gli aggettivi: originale, vero e competente. Il mio motto è questo: “La vita è difficile per tutti quelli disposti a fare solo le cose facili, ma la vita è facile per quelli sono disposti a fare anche le cose difficili”. In altre parole, la vita è facile per quella minoranza che non si ferma ai primi ostacoli, ma risulta difficile per quella maggioranza che non è abituata a risolvere problemi e si limita a fare solo le cose facili che fanno tutti. Questo a mio parere si ricollega direttamente anche all’attività del coaching professionale: gli ostacoli sono il posto dove si ferma la concorrenza, perciò riuscire a guardare oltre l’ostacolo, porta un coach veramente competente sempre un passo avanti ai colleghi che hanno studiato di meno e/o che non sanno proporsi adeguatamente sul mercato.

Come ti immagini l’evoluzione del coaching da qui a 10 anni?

Nei prossimi dieci anni il coaching sarà una professione sempre più conosciuta e riconosciuta, ma lavoreranno sempre di più i nomi già affermati e sempre meno gli ultimi arrivati sul mercato, quelli che si presentano come life coach senza una particolare area di specializzazione. Considerato anche che non è necessario disporre di grossi capitali per fare questo mestiere, le barriere all’entrata sono molto basse, al punto che se già oggi ci sono migliaia di coach, è facile immaginare che ce ne saranno ancora di più nei prossimi dieci anni. Egualmente aumenterà molto il numero dei clienti, ma non credo ci sarà un boom di lavoro per il singolo coach, a meno che non si tratti di un coach veramente bravo nel distinguersi da tutti gli altri, nel creare un proprio metodo che induca i clienti a scegliere proprio lui e non un altro.

3 consigli pratici per chi si affaccia oggi alla professione del coach.

Il primo suggerimento che mi sento di dare a un aspirante coach è quello di dedicarsi a questa professione soltanto se è la cosa che gli piace davvero e che gli fa battere il cuore, e non solo perché è la moda del momento. Negli ultimi anni, infatti, il mercato sta diventando sovraffollato, per cui se non si è motivati da una passione autentica, non c’è alcuna convenienza a infilarsi in questa nicchia, perché al primo ostacolo si verrebbe meno.

In secondo luogo, il mio consiglio è quello di non perdere mai di vista il fatto che, una volta che sei diventato coach, devi anche saperti proporre sul mercato, utilizzando tutti gli strumenti marketing, posizionamento e personal branding a disposizione. Senza questi elementi, è davvero difficile pensare oggi di poter avere un buon posizionamento sul mercato, perché, soprattutto se hai appena iniziato, è difficile che il cliente stia cercando proprio te tra tutti gli altri.

Il terzo consiglio che mi sento di dare è trasversale, ed è quello di studiare e leggere tanti libri, non solo di crescita personale e professionale, ma anche romanzi. Infatti, uno studio recente ha rivelato che leggere romanzi aiuta le persone a essere più empatiche e capire punti di vista diversi dal proprio, più di quanto non siano capaci di fare le persone che non leggono romanzi. Considerato che nel lavoro di coaching capire l’altro è fondamentale, è chiaro che leggere romanzi sia un valido aiuto per chi vuole intraprendere con successo questa professione.

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3 consigli pratici per chi si affaccia oggi alla professione del coach.

Il primo suggerimento che mi sento di dare a un aspirante coach è quello di dedicarsi a questa professione soltanto se è la cosa che gli piace davvero e che gli fa battere il cuore, e non solo perché è la moda del momento. Negli ultimi anni, infatti, il mercato sta diventando sovraffollato, per cui se non si è motivati da una passione autentica, non c’è alcuna convenienza a infilarsi in questa nicchia, perché al primo ostacolo si verrebbe meno.

In secondo luogo, il mio consiglio è quello di non perdere mai di vista il fatto che, una volta che sei diventato coach, devi anche saperti proporre sul mercato, utilizzando tutti gli strumenti marketing, posizionamento e personal branding a disposizione. Senza questi elementi, è davvero difficile pensare oggi di poter avere un buon posizionamento sul mercato, perché, soprattutto se hai appena iniziato, è difficile che il cliente stia cercando proprio te tra tutti gli altri.

Il terzo consiglio che mi sento di dare è trasversale, ed è quello di studiare e leggere tanti libri, non solo di crescita personale e professionale, ma anche romanzi. Infatti, uno studio recente ha rivelato che leggere romanzi aiuta le persone a essere più empatiche e capire punti di vista diversi dal proprio, più di quanto non siano capaci di fare le persone che non leggono romanzi. Considerato che nel lavoro di coaching capire l’altro è fondamentale, è chiaro che leggere romanzi sia un valido aiuto per chi vuole intraprendere con successo questa professione.

Intervista a Roberto Castaldo

Ciao Roberto, ci racconti qualcosa di te e della tua passione per il coaching?

Sono Roberto Castaldo e sono un coach, oggi prevalentemente attivo nell’ambito del business coaching. In realtà credo di essere stato un coach prima ancora di iniziare a studiare coaching, perché sono un ex atleta professionista e allenatore di basket, e molto dell’approccio del coaching l’ho vissuto proprio attraverso la mia esperienza di coach di pallacanestro. In questo senso,la disciplina del coaching mi ha sempre appassionato: nel ‘98 ho iniziato a formarmi per diventare coach, approcciando prima con la Pnl, poi con il coaching umanistico e infine col modello ICF, sviluppando nel 2011 il 4 M.A.N. business coaching, ovvero una metodologia di lavoro nelle aziende che integra tutti e tre ambiti di riferimento nella disciplina. In linea con questo lavoro, come 4 M.A.N. abbiamo recentemente lanciato il progetto Università del coaching , attraverso il quale trasmettiamo ai nostri potenziali e aspiranti coach un metodo di coaching integrato altamente innovativo e performante.

Oggi il settore del coaching pare parecchio affollato. In che modo un bravo coach si posiziona sul mercato in maniera vincente?

In primo luogo, mi preme di fare un po’ di chiarazza: in realtà molti di quelli che si professano coach non sono coach. Il mio percorso di coaching è iniziato nel ‘98 e non è ancora finito, proprio perché si tratta di una disciplina assolutamente dinamica in cui la formazione è continua e costante. Pertanto, tutti quelli che dopo aver frequentato un corso di una settimana si definiscono coach, possono anche avere una serie di talenti di grande valore, ma sicuramente non hanno acquisito quelle competenze e quelle esperienze che sono alla base di un’attività professionale di coaching. Oggi un po’ tutti si sentono coach perché il coaching viene percepito da alcuni personaggi come una moda, ma in Italia appena il 5% dei coach sono professionisti che vivono della loro attività. Per vivere del proprio lavoro bisogna avere un bacino di clienti abbastanza ampio, e ciò è veramente possibile solo se si hanno alle spalle tante ore di attività e sessioni di coaching. Ad esempio, io non so come possa pensare di fare il coach chi non hai ma sperimentato in prima persona un percorso di coaching individuale. Per quanto riguarda la mia personale esperienza, ho deciso di investire come elemento di forza e di unicità soprattutto sulla ricerca e lo sviluppo, che  da anni portiamo avanti nell’ambito business.

E l’etica? Questa sconosciuta …

L’etica nel coaching è tutta una questione di scelte. Non puoi andare alle Olimpiadi, salutare una campionessa sportiva e sfruttare  il momento di notorietà del tuo coachee per sponsorizzare la tua attività di coach. Questa è una cosa che in passato spesso è stata fatta e che ancora oggi molti fanno, in barba ai più elementari principi etici. Io ho avuto la fortuna e il piacere di lavorare per tanti anni con le nazionali giovanili, conoscendo tanti top atleti che oggi calcano i parquet della serie A nell’ambito della pallacanestro. Ho avuto come clienti dei grossi professionisti sportivi e ho visto come l’approccio del mental coaching moderno poteva essere utile per il raggiungimento dei propri obiettivi, sia sportivi che personali. Ma non mi sarei mai sognato di usare i miei coachee per farmi pubblicità. Lo ripeto: l’etica è una scelta. Per me il fine del processo è il risultato per il coachee, non la mia visibilità come coach. Tra l’altro, alla base del rapporto tra coach e coachee c’è un patto di riservatezza, perciò invito tutti i potenziali coachee a diffidare da quelli che cercano sponsor piuttosto che offrire servizi professionali di altissima qualità ed etica.

 

3 aggettivi per definirti…

Ironico, determinato ed etico

Com’è iniziata la tua esperienza col coaching? C’è un episodio che ti ha particolarmente segnato nel tuo percorso?

Nel 2000, durante la mia carriera da giocatore professionista, ho avuto un grave infortunio alla gamba, in seguito al quale i medici mi dicevano che non avrei potuto più giocare. Dopo sei mesi a letto e un percorso di riabilitazione classica, ho conosciuto un preparatore fisico col quale ho lavorato l’intera estate per poi tornare in campo a settembre. Da qual momento ho continuato l’attività agonistica fino al 2004 e non mi sono più infortunato. Mi sono accorto che il merito di quel successo non era nato solo dalla guida che avevo ricevuto in quella occasione, ma anche da un lavoro di grande introspezione sui miei talenti e sulle mie potenzialità, per far sì che col mio mentore potessi superare uno stato così grave. Inoltre, nel ‘98 avevo iniziato anche ad allenare, e mi sono accorto che, svestendo il mio ruolo di giocatore, il mio ruolo come coach era molto più utile e funzionale ai miei ragazzi. Tra l’altro, in quel periodo allenavo la fascia d’età, sia femminile che maschile, tra i 10 e i 14 anni, quindi in piena preadolescenza, e spesso in ambienti socio culturali piuttosto difficili, in cui non sono mancate occasioni per offrire sostegno alla persona, anche al di fuori dell’esperienza sportiva in senso stretto.

Partito dalla pallacanestro, sei oggi approdato all’ambito business. Perché da sport coach a business coach?

Perché oggi la mia vita non è più lo sport. Sebbene il basket rimanga uno dei miei più grandi amori,in realtà mi sono accorto che la mia vera passione è quella per l’agonismo e la vittoria. Mi sono chiesto in quale ambito del quotidiano si potesse vivere meglio l’adrenalina di una prestazione sportiva, e mi sono risposto che questo accade nel mondo del business, perché un uomo d’affari ogni giorno si trova a combattere per il successo e a sfidare variabili per vincere le sue partite, e ogni giorno gestisce i suoi collaboratori, la sua azienda e i suoi processi esattamente come un coach gestisce la squadra e la singola prestazione .

Qual è l’evoluzione del coaching che prospetti per i prossimi dieci anni?

Nei prossimi dieci anni avremo molti più coach che coachee, e l’evoluzione sarà fare coaching a quei coach che non riescono a lanciare la loro professione, perché si sono preparati male in scuole non accreditate, non certificate e che non hanno adeguati livelli di competenze.

Se ti chiedessi di dare un suggerimento a chi si affaccia a questa nuova professione, quale sceglieresti?

In primo luogo vorrei rivolgere un augurio a tutti coloro che in questo momento si stanno approcciando alla professione del coaching, e hanno iniziato o stanno pensando di iniziare un percorso di formazione in questa direzione. L’augurio è quello di poter essere felici perseguendo le proprie passioni, perché, come diceva Confucio, “Scegli il lavoro che ami e non lavorerai mai, neanche per un giorno in tutta la tua vita”.

Il mio consiglio è quello di puntare sempre all’eccellenza e di professionalizzarsi per portare avanti un lavoro di altissima qualità. Noi Italiani siamo abituati a gestire il problem solving, per cui chi riesce a uscire fuori dalla mediocrità entro la quale ci muoviamo, potrà avere grandi benefici anche in ambito internazionale.

Intervista a Mariateresa Arcidiaco

Ciao Mariateresa, ci racconti qualcosa di te?

Ciao Simona, la professione di coach è prima di tutto una missione, che si riflette a vari livelli sia personali col mio lavoro con i coachee, che relazionali, in una dimensione “di servizio” nell’ambito dell’Associazione di coach AICP di cui sono Presidente.

Questa professione richiede costantemente impegno, studio e dedizione, ma quando entri in stato di flusso con qualcosa che ti piace e ti risuona completamente nella mente e nel cuore, diventa un’attività che svolgi con piacere. L’attenzione richiesta, incentrata sull’ascolto dell’altro, delle sue emozioni e delle tue, diventa quasi priva di sforzo. Quando sei realmente in connessione con te stesso e cosciente del significato della tua missione di coach, tutto passa all’altro e si diventa credibili ed efficaci.

Com’è nata la tua passione per il coaching e qual è oggi la tua area di specializzazione?

La mia formazione professionale è di tipo economico aziendale e ho ricoperto il ruolo di responsabile marketing per circa 15 anni in un’azienda di grande distribuzione. Da lì ho compreso la complessità della gestione di organizzazioni commerciali e quanto sia importante una consapevolezza personale e sociale. Nel 2008 ho scoperto casualmente il coaching, ho approfondito moltissimo l’argomento con letture di vario tipo. Poi ho cercato a lungo una scuola che mi desse una sensazione di affidabilità e serietà, mi sono informata sui docenti e così è cominciata l’avventura più importante della mia vita, che impatta sulla mia realtà professionale, ma non solo.

In questo momento mi occupo prevalentemente di coaching in ambito aziendale. Ho avuto un’ esperienza importante in ambito life. Più vado avanti nella mia esperienza, più mi rendo conto che non funzioniamo a compartimenti stagni e le emozioni che muovono i nostri comportamenti seguono lo stesso iter, sia che si tratti di un libero professionista, che di un insegnante, che di un manager. Ovviamente cambiano gli impulsi, il contesto, la cultura, le potenzialità e la complessità degli attori coinvolti, ma il coach dovrebbe, secondo me, essere pronto ad affrontare un focus di tipo life anche in una sessione business, e viceversa, se il coachee lo sceglie ed è funzionale all’obiettivo.

C’è qualche esperienza che ti ha particolarmente segnata?

Esperienze con segno positivo moltissime. In ambito life posso raccontarti di aver lavorato con coachee che avevano a volte anche problemi di salute e che si sono rivolti a me in fase di guarigione per realizzare nuovi progetti personali e lavorativi, cercando nuovi stimoli, e riprendere una vita regolare, allenando l’autoefficacia. Ogni storia ovviamente è a se stante, ma il fil rouge lampante, che è comunque alla base del coaching, è stato l’uso reciproco della creatività, intesa nel senso di trovare nuove soluzioni, nuove idee per la ricerca del benessere. Posso dire di clienti che hanno trovato nuove passioni, cambiato lavoro, cambiato amore o riscoperto il valore di ciò che era già presente nella propria vita.

In ambito Corporate nel 2014 ho lavorato in partnership con altri colleghi all’interno di un progetto di coaching e formazione in Alitalia nel periodo di acquisizione da parte di Etihad. E’ stata un’esperienza per me emotivamente molto forte. Parlare di futuro con coachee che non sanno quale sarà la loro sorte a breve, mantenere la concentrazione sul “qui e ora” per migliorare la situazione presente e contemporaneamente ipotizzare altri scenari, mi ha arricchito moltissimo di esperienza professionale ma soprattutto umana.

Altro segno positivo è quello attuale. In questo momento sono project leader di un progetto di coaching in Birra Peroni del team S&D, una nuova esperienza che mi sta coinvolgendo ogni giorno di più. Anche in questo caso il progetto si svolge in uno scenario di cambiamento perché, com’è noto, Birra Peroni è stata appena acquistata dal colosso giapponese Asahi.

Che cosa rappresenta per te il coaching? Se dovessi spiegarlo a coloro che non sono “addetti ai lavori”, quali parole sceglieresti?

Dipende dall’interlocutore, dall’età, dal momento. Potrei dire:

– Libertà di scegliere e di incidere sulla propria vita

– Equilibrio e allineamento tra “chi sei” e “chi sei quando stai bene”

– Acquisizione di nuove competenze trasversali, sia personali che sociali per gestire te stesso e te con gli altri

– Possibilità di esprimere le potenzialità di base dell’essere umano, ossia la cura di sé, la socievolezza, la tendenza allo sviluppo, all’auto-superamento e la proattività

3 aggettivi per descriverti e una citazione che ti rappresenta…

umile – forte – profonda

Michelangelo diceva che “ i grandi capolavori nascono dai piccoli particolari”

Quale sarà, a tuo avviso, l’evoluzione del coaching nei prossimi dieci anni?

Il trend è indubbiamente in crescita. Se vogliamo sopravvivere ai cambiamenti dobbiamo evolverci ed essere pronti a nostra volta a cambiare, crescere ed evolverci sia culturalmente che socialmente…facendo, cooperando.

Leggo in rete e a volte in articoli di giornali una confusione tra figure professionali che si definiscono coach, ma non lo sono.

La tendenza che prevedo o spero è la selezione naturale. Il cliente è sempre più evoluto, le informazioni sono facilmente reperibili in rete e il passaparola oggi è molto veloce. Ovviamente un lavoro efficace e coerente di personal branding è una chiave importante per farsi conoscere, ma il passaparola resta sempre, a mio avviso, una modalità che consente di far emergere la professionalità di chi opera per un circuito virtuoso di competenze che, in aggiunta al fare e saper fare, comprendano il saper essere, saper diventare e saper stare insieme. Così come indicato nelle competenze distintive del Coach di AICP, funzionali ad ogni sistema organizzativo.

Da coach d’eccellenza, ci daresti 3 consigli pratici per chi si affaccia oggi alla professione del coaching?

Se deve scegliere la scuola, suggerisco:

1) Documentarsi molto bene su docenti e programmi. Cercare conferme tra chi ha frequentato il corso che si sta per scegliere. Sto notando che neo coach aprono corsi di coaching e non c’è il tempo materiale per acquisire l’esperienza indispensabile per affrontare con padronanza una metodologia così ampia e ricca di studi collegati che è bene approfondire. Inoltre un percorso di coaching richiede il tempo necessario per metabolizzare i concetti acquisiti e fare simulazioni.

Per chi è già coach e si affaccia ora alla professione:

2) è importante far pratica pro bono, dichiarando al coachee la situazione reale di esperienza. In genere si comincia con gli amici o i conoscenti e ci si esercita ad ascoltare senza giudizio e senza cadere nella trappola del consiglio. Con gli amici è più difficile poiché c’è un meccanismo automatico della conoscenza, del pre-giudizio da superare. Questo tipo di allenamento per me è stato faticosissimo. Ricordo la prima sessione con il mio amico trentennale Carlo, in cui dopo tanto ascolto attivo, mi chiedeva: “Mari dimmi qualcosa! dammi un consiglio!”. Per poi concludere: “Alla fine ho deciso io!” Inizialmente provi un po’ di frustrazione ma poi ti abitui a cogliere l’insight , restituirlo e a valorizzarlo anche dentro di te.

3) Iscriversi ad un’associazione in cui puoi avere una parte attiva, entrare in un network di confronto e crescita. C’è un proverbio che mi piace molto: se vuoi andare veloce corri da solo, se vuoi andare lontano, vai insieme. Con tanti colleghi in AICP ho percorso un cammino di crescita impegnativo, in cui si va avanti di motivazione intrinseca.

Ai nuovi coach dico quindi: allenatevi e alleatevi…oltre l’impegno c’è anche la soddisfazione e spesso il vero divertimento.

Intervista a Antonio Panico

Ciao Antonio, ci racconti qualcosa di te?

Io sono un Business Coach. La mia esperienza professionale inizia dopo l’università, come informatore scientifico del farmaco, poi la carriera mi ha portato a gestire il marketing di alcuni prodotti farmaceutici con la grandissima soddisfazione di effettuare il miglior lancio al mondo di un prodotto antipertensivo.

Subito dopo questa esperienza sono diventato il Responsabile della Formazione e Coach nella stessa azienda e successivamente in altre aziende del gruppo.

In questo ruolo ho approfondito la mia formazione con docenti dell’università di Firenze, ma anche studiando le materie più disparate con tante aziende di formazione italiane ed estere.

Dopo anni di studi e applicazione con i manager ed i venditori che gestivo (in totale oltre 2.500 in tutt’Italia), i miei protocolli formativi e di coaching sono diventati il gold standard per tutti i paesi nel gruppo.

Gli ultimi anni li ho passati a formare coach in giro per il mondo e a lavorare ad un progetto di Corporate Identity direttamente con il consiglio di amministrazione.

Dopo questa esperienza ho iniziato il mio percorso da libero professionista lavorando come Business Coach per piccole aziende e manager di grandi multinazionali come Baxter, Terzia, Unisys, Bristol Myer Squibb, MSD, ecc.

L’anno scorso ho scritto il mio primo libro, in auto pubblicazione, “Inarrestabile. La via dell’autoefficacia verso il tuo sviluppo personale” che è diventato subito un best seller su amazon.

Com’è nata la tua passione per il coaching e qual è oggi la tua area di specializzazione?

La mia passione per il coaching è nata studiando con la consulente dell’università di Firenze, esperta di counseling e coaching che mi fece capire quanto valore aggiunto dava al cliente il coaching one-to-one rispetto alla più classica formazione.

La mia specializzazione è il Business Coaching e l’Autoefficacia. L’autoefficacia è una disciplina scientifica che ho studiato quando ho capito che le persone avevano dei limiti nell’applicare le strategie di management che non erano dovuti alla conoscenza o alla pratica, ma ad altre questioni molto più personali.

Da qui è nato il mio modello che si basa sulle regole del management e dell’autoefficacia.

C’è qualche esperienza che ti ha particolarmente segnato?

Ce ne sono tante,  non riuscirei a citarle tutte.

Da giovanissimo la lunga malattia di mia madre, mi ha insegnato il valore della vita e l’importanza viverla a pieno.

Come manager nel marketing ho gestito prodotti che fatturavano dai 5 ai 100 milioni di €, questa esperienza mi ha molto formato dal punto di vista marketing e manageriale, ma soprattutto ho capito come gestire e far prosperare un business. Sono stati anni essenziali.

Quando ho iniziato a lavorare come coach, avendo il problema di dover gestire la formazione di oltre 1.000 persone per ogni azienda in cui ho lavorato, sono stato costretto ad approfondire molto bene alcune skill per dare il massimo ad ogni mio interlocutore nel più breve tempo possibile.

Le esperienze come coach di piccole attività mi hanno fatto capire quanto l’imprenditore medio abbia bisogno di qualcuno di cui fidarsi e con cui condividere le proprie decisioni strategiche ed operative.

Che cosa rappresenta per te il coaching? Se dovessi spiegarlo a coloro che non sono “addetti ai lavori”, quali parole sceglieresti?

Servire il prossimo con etica e competenza affinché possa esprimere il suo massimo potenziale.

3 aggettivi per descriverti e una citazione che ti rappresenta…

Creativo, competente e determinato. “Quando preghi per la pioggia, il fango va messo in conto.” Denzel Washington in “The Equalizer”

Quale sarà, a tuo avviso, l’evoluzione del coaching nei prossimi dieci anni?

Nei prossimi dieci anni assisteremo a due momenti ben distinti. In una prima fase, già iniziata, aumenteranno il numero e le tipologie di coach rendendo questa professione sempre più popolare. Poi arriverà il declino e prospererà soltanto chi si è contraddistinto per etica, qualità e competenza.

Da coach d’eccellenza, ci daresti 3 consigli pratici per chi si affaccia oggi alla professione del coaching?

Non posso darne solo 3. Il coaching è un lavoro difficilissimo, perché è basato su competenze sofisticate. Quindi per favore concedimi di dare tutti i consigli che ritengo essenziali:

1) Studiate ed approfondite tantissimo. Non ancorate tutta la vostra professionalità ad una sola disciplina o allo studio superficiale delle cose, ma studiate e ricercate quello che funziona con dedizione assoluta. Studiate tutte le sfumature di ogni singola disciplina per diventare maestri in ciò che fate.

2) Praticate il coaching fino a quando non sarà facile per voi provare le stesse emozioni del vostro cliente, rimanendone assolutamente distaccati.

3) Definite con dovizia e perseveranza numeri, fatti e circostanze. I vostri clienti hanno bisogno di metriche sulle quali valutare i loro progressi.

4) Siate etici. Scrivete un vostro codice d’onore, comunicatelo ai vostri clienti e fatene qualcosa di non negoziabile.

5) Siate selettivi. Non prendete mai clienti che a priori sapere di non poter aiutare. Se il cliente ha un problema che non sapete risolvere, ditelo senza alcuna esitazione.

6) Create un modello di coaching e rendetelo comprensibile. Il coaching è un’attività che per essere efficace va standardizzata in un modello che il cliente può comprendere.

7) Siate autentici. Le persone hanno bisogno di te, non della brutta copia di qualcun altro.

Intervista a Alessandro Mora

Alessandro Mora e il coaching: quando è iniziata la storia?

Il mio incontro con il coaching è avvenuto molti anni fa e in giovanissima età, tant’è vero che credo di essere stato tra i primi in Italia a parlare di coaching, quando per la maggioranza delle persone il coach era semplicemente l’allenatore di basket. Questo perché nel ‘94 a soli 17 anni seguii un corso di lettura rapida e tecniche di memoria e apprendimento; durante quei tre giorni di corso mi accorsi di quanto la nostra mente potesse fare la differenza, utilizzando delle strategie efficaci per ottenere risultati impensabili e incredibili. Approcciando a quei temi, venni a conoscenza del mondo dello sviluppo personale. Infatti, oltre a fornire conoscenze tecniche, in questi corsi si parlava anche di aspetti più personali, di atteggiamento mentale per superare le paure, le difficoltà, le convinzioni limitanti. Da quel momento, tale fu il mio interesse che iniziai e collaborare  con l’azienda come “Pr”, ricevendo in cambio formazione personale sulla comunicazione efficace, su come presentarsi in modo ottimale, su come parlare in pubblico ecc. Oggi la chiameremmo scuola di coaching, una scuola in cui ogni settimana i miei formatori, in veste di coach, mi davano dei “feedback” reali e costruttivi su come poter migliorare le abilità che stavo sviluppando. Il mio istruttore all’epoca era Livio Sgarbi, di cui oggi sono diventato collega e socio.

In pratica, la tua esperienza di coaching è iniziata come coachee?

Assolutamente sì, e lo sono ancora! La crescita personale del coach è un lavoro che non si ferma mai e che io continuo a fare sempre, facendomi dare feedback e consigli non solo dai miei colleghi, ma anche dai miei amici e da persone persino estranee al mondo del coaching in senso stretto. Ciò che conta, infatti, è avere una prospettiva diversa, perché spesso ciò di cui abbiamo più bisogno è semplicemente un punto di vista diverso sugli strumenti che già possediamo, conferme e suggerimenti su quello che già sappiamo.

Qual è il tuo ambito di specializzazione all’interno del coaching?

La mia grande passione è lo sport coaching. Quando ho iniziato ad approcciare al mondo dello sviluppo personale, giocavo a livello agonistico a pallavolo, e iniziai a notare che applicando quelle cose nello sport, la prestazione ne beneficiava in maniera incredibile, migliorando significativamente i risultati. Per esempio, lavorando sul dialogo interno, riuscivo a migliorare molto l’aspetto comportamentale in campo. Pertanto, amo lo sport coaching perché è da lì che vengo, e perché è l’ambito che ti consente di vedere immediatamente i risultati della sessione di coaching, nell’allenamento o nella partita successiva. A me piace  dare valore alle persone e vedere che quel valore si concretizza immediatamente nei risultati che ottengono.

C’è stata un’esperienza particolarmente significativa per te nella tua carriera di coach?

Ricordo con grande affetto il momento in cui mi contattarono gli allenatori della squadra Nazionale di Danza Sportiva che dovevano preparare i Mondiali con la loro squadra. Ho accompagnato questo gruppo eterogeneo di ragazzi dagli 11 ai 20 anni, creando in sei mesi un percorso molto più strutturato rispetto alla singola sessione di coaching, allenandomi con loro in campo, condividendo l’emozione e l’adrenalina della gara, e portandoli a vincere tre ori mondiali in tre discipline diverse. Da lì ho avuto la conferma di quale impatto può produrre il nostro lavoro quando fatto veramente bene.

3 aggettivi per definirti e un motto a cui ti ispiri nel tuo lavoro…

Appassionato, valorizzatore e curioso. Metto e cerco di trasferire una grande passione nel mio lavoro, mi piace dare valore alle persone e sono curioso come un bambino, mi piace molto scoprire cose nuove, informarmi e comprendere e imparare come si fanno le cose.

Per quanto riguarda il motto, ho due frasi che ripeto spesso nei miei corsi. Una è di Bandler e dice che “Quando cambi come pensi, cambia quello che senti e di conseguenza cambia quello che puoi fare”. La trovo meravigliosa perché rivela che abbiamo il potere di scegliere con la nostra mente come comportarci e come reagire anche alle cose brutte della vita.

L’altra è che “Non esistono persone senza risorse ma esistono stati d’animo e mentali senza risorse”, per cui è importante trovare lo stato d’animo più utile per trovare le risorse più utili a fare quello che devi fare. Per esempio questo stato d’animo può essere la tranquillità per un atleta prima di una competizione, ma anche il divertimento per chi deve svolgere un lavoro e farlo con la più grande passione.

Come vedi l’evoluzione del coaching da qui a 10 anni? Ci dai un consiglio utile per chi si affaccia alla professione di coach?

Nei prossimi dieci anni, prevedo uno sviluppo enorme del coaching, sulla base della tendenza già avuta tra il  2007 e il 2015, quando, nonostante la crisi, il settore del coaching è cresciuto in maniera esponenziale con un volume d’affari e un numero di interesse sempre più importanti. Il mercato cerca il coaching e noi rispondiamo a questa domanda. Del resto, se due grandi come Bill Gates e Eric Schmidt di Google hanno dichiarato “Everybody needs a coach”, ovvero che tutti hanno bisogno di un coach, probabilmente vuol dire che ce ne è davvero necessità, perché persino il super imprenditore ha bisogno in alcuni momenti di una visione esterna o di una persona che gli faccia le domande giuste per focalizzare l’attenzione sulle cose più utili.

Per chi ha scelto di affacciarsi alla complessa disciplina del coaching, il mio consiglio è quello di prepararsi e formarsi continuamente, e soprattutto di darsi da fare, accumulare esperienze, cambiare spesso punto di vista. Io per primo, ogni volta che lavoro con Bandler colgo dettagli nuovi e imparo qualcosa di nuovo. La teoria è importante ma è l’esperienza che fa la vera differenza: invito perciò anche i potenziali coachee a diffidare da chi ha approcci molto teorici ma poi manca totalmente di esperienza sul campo.