Articoli

Leggi i nostri ultimi articoli

Come usare il Milton Model in una sessione di Coaching

Nello storico libro I modelli della tecnica ipnotica di Milton Erickson, Richard Bandler e John Grinder affrontarono per la prima volta quello che avevano nominato Milton Model, ovvero lo schema linguistico mutuato dal modo normale di parlare e di fare terapia dell’innovatore dell’ipnosi, colui che ha reinventato quella che oggi possiamo definire l’ipnosi moderna. Si tratta di uno strumento estremamente utile tanto dal punto di vista della persuasione, che da quello del coaching. Se vuoi saperne di più, ti consiglio di leggere un articolo introduttivo che ho scritto a riguardo, che puoi trovare cliccando qui.

Quello che voglio fornirti in questa occasione è uno schema preciso in cui puoi usare praticamente il Milton Model, all’interno di una sessione di coaching.

Si tratta di un modo molto semplice ed efficace per usare gli strumenti della trance ipnotica, così da lasciare che sia l’inconscio del coachee a trovare le risorse che gli occorrono per affrontare nel modo migliore il suo obiettivo.

Sei curioso? Allora vediamolo insieme.

Fase 1 – La creazione del rapport

Il primo passo per usare al meglio il Milton Model è quello di creare un legame di empatia con la persona che hai davanti. A tale riguardo ti consiglio di leggere questo articolo che definisce nel dettaglio di cosa si tratta e come eseguirlo. L’idea di fondo è quello di essere visto dal tuo interlocutore con un amico, una persona di cui si può fidare e con cui può sentirsi completamente al sicuro.

Fase 2 – Ricalco e guida

In questa fase chiedi al coachee di chiudere gli occhi e di rilassarsi. Dopo aver fatto questo inizi ad alternare descrizioni della situazione (ad esempio la sua postura, il respiro, ecc) a suggestioni di rilassamento. Ad esempio: “Mentre mi ascolti, puoi notare la sensazione dei vestiti sulla tua pelle, così come l’aria nella stanza, e puoi iniziare a rilassarti sempre di più”. Quando fai così leghi ad elementi reali le tue prime suggestioni, lasciando che l’inconscio di legga come parte della descrizione che stai facendo.

Fase 3 – Adeguarsi al tempo

In questa fase devi adeguarti tanto alla persona che hai di fronte, quanto alla situazione nella quale vi trovate. Da bravo coach devi incorporare nel tuo eloquio ciò che sta accadendo. Ti faccio subito un esempio: “E mentre sei seduto, con la schiena comodamente appoggiata allo schienale… e mentre ascolti il suono della mia voce”. Si tratta di una frase che può ricalcare sia la situazione che il soggetto che hai di fronte. Puoi anche dire: “Mentre la tua aria entra… ed esce dal corpo”. Proprio mentre il coachee sta inspirando o espirando.

Fase 4 – Farsi accettare come qualcuno di fidato

Come coach devi farti accettare il prima possibile dalla parte inconscia del coachee come qualcuno degno di fiducia, qualcuno che lo capisce e lo comprendere profondamente. Proprio per questo una delle cose che puoi fare è incorporare la tua voce nel rilassamento, ad esempio dicendo: “E mentre sei qui seduto, ascolti la mia voce, lasciando che ti guidi come quella di un amico, di un maestro, del vento quando soffia tra le cime degli altri”.

Fase 5 – Linguaggio abilmente vago

“… e inizi ad essere cosciente di certe sensazioni”. In questa fase inizi ad usare un linguaggio vago, che permette al coachee di notare il modo in cui si sta rilassando. Ad esempio: “E non so quale punto del tuo corpo è più rilassata”. In questo modo sarà la stessa mente del coachee a trovare degli elementi che attestando che sta andando sempre più in profondità.

Fase 6 – Uso delle metafore

Le metafore rappresentano il coachee e, in questo caso, gli prospetta una situazione futura in cui i problemi saranno finiti e ci potrà essere per lui un nuovo benessere: “E tu sai che a volte il cielo può essere in tempesta ma poi, però, il sereno torna a splendere ogni volta”. Non è importante che il coachee sappia che le metafore siano dirette a lui, quanto più sono indirette meglio è. Possono anche essere pronunciate come delle osservazioni che fa il coach, quasi stesse parlando del più e del meno.

Fase 7 – Uso delle nominalizzazioni

Le nominalizzazioni sono tutte quelle ‘parole zainetto’ che possono avere un insieme enorme di significati. Ad esempio: amore, famiglia, libertà. In questa fase usale per descrivere nel modo più vago possibile l’esperienza del coachee. Ad esempio: “E sai che ci sono certe situazioni che ancora sono irrisolte e noi siamo qui proprio per questo” Quali sono queste situazioni? Forse tu non lo puoi sapere, ma la mente del tuo coachee troverà immediatamente un coefficiente a questa nominalizzazione.

Fase 8 – Racconto di una storia

In questa fase puoi raccontare una storia che risulti per il coachee una metafora su come è possibile trovare le risorse che gli occorrono. Puoi prendere spunto dalla tua esperienza, oppure raccontare scene che hai letto in libri o visto al cinema. Quello che conti è che tu sia estremamente bravo nella descrizione, andando ad stimolare tutti e cinque i sensi del coachee. Lascialo immergere nella tua storia.

Fase 9 – Affidarsi all’inconscio

E non so quanto di tutto ciò hai appreso… ma allo stesso tempo so che il tuo inconscio sta imparando… imparando a livello profondo. E forse ne sarai consapevole ora, o forse più avanti. Ciò che è davvero importante è che stai imparando già da adesso”. In questa fase si comunica al coachee che un apprendimento è in atto e ne sarà sempre più consapevole nei giorni a venire. Tutto ciò che deve fare è avere fiducia nel proprio inconscio.

Fase 10 – Emersione

Siamo alla fine. A questo punto può dire al tuo coachee di sentirsi bene, energico, completamente ricaricato. Infine lo porti a riaprire gli occhi. Puoi farlo semplicemente dicendogli che quando si sentirà pronto può alzare le palpebre è tornare presente. Oppure puoi usare un conteggio: “Adesso conterò da uno a cinque e con ogni numero potrai risvegliarti, sentendoti sempre meglio, completamente ricaricato come dopo un lungo sonno ristoratore”.

Quando usi questo strumento, puoi anche evitare di dire al coachee che stai usando il Milton Model. Anzi, il mio consiglio è quello di dirgli che gli vuoi proporre un esercizio di rilassamento; in questo modo andrai ad aggirare molte delle possibile resistenze.

In più voglio darti un altro consiglio: se già usi la tecnica delle visualizzazioni guidate all’interno delle tue sessioni di coaching, usale applicando questo schema, inserendole lì dove ti ho segnato che va raccontata la storia. Sarai sorpreso dai risultati!

Infine, se sei curioso di sapere in che altro modo puoi usare gli strumenti della trance ipnotica nel coaching, vieni a dare uno sguardo qui, perché abbiamo un nuovo corso in serbo per te!

Come porre domande potenzianti alla tua mente

coach italy domande potenzianti per la mente

Quando non riusciamo a cambiare la nostra vita, cerchiamo spesso aiuto negli altri: istituzioni, famiglia, amori, amici, ecc. Oppure cominciamo a pregare, chiedendo aiuto a Dio, all’Universo o a chi per loro. Ma, nel fare questo, perdiamo di vista che il nostro più grande alleato ce l’abbiamo già a portata di mano: ti sto parlando della tua mente.
 
Proprio per questo voglio farti due domande:
 
– Hai mai stimolato la tua mente nel modo giusto ?

– Hai mai chiesto aiuto direttamente alla tua mente?
 
Di solito, quando pongo queste domande (magari in una sessione di coaching, o in un corso dal vivo), la maggior parte delle persone mi guardano in modo strano, per poi dirmi: “Io cerco aiuto da chi me lo può dare! Che diavolo centra la mia mente?
 

Come che cosa centra?
 
La tua mente è il tuo miglior alleato.
 
La tua migliore amica.
 
La tua mente è forse l’unica di cui puoi fidarci ciecamente.
 
Ovviamente devi imparare a stimolarla, a nutrirla quotidianamente come se fosse un giardino.
 
Ti piacerebbe vedere questo tuo giardino crescere e fiorire, vero? E sono certo che allo stesso modo ti piacerebbe godere della bellezza di questi fiori, che tu stesso hai fatto crescere.
 
Ottimo.
 
Così come un giardino, la tua mente va annaffiata e curata ogni giorno.
 
La domanda allora è: in che modo puoi curare e coltivare la tua mente?
 
Devi sapere che la mente umana non è in grado di focalizzarsi su due pensieri contemporaneamente, quindi, nel momento in cui pensi positivo, è impossibile riuscire anche a pensare in negativo (questo vale anche viceversa).
 
Quindi, voglio suggerirti subito qualche idea per nutrirla.
 
Vediamole insieme!

  1. Ogni sera, prima di addormentarti, ripeti questo piccolo mantra: “Ogni giorno posso trovare la soluzione ai miei problemi. Ogni giorno interrogo la mia mente, che mi aiuta a trovare la soluzione più adatta. La soluzione ai miei problemi è sempre alla mia portata e ti ringrazio, mente mia, per tutto l’aiuto che ti dai”.
  2. Ogni mattina, prima di alzarti, ripeti nuovamente il mantra di sopra. Fallo appena metti i piedi giù da letto, o anche prima: quando sei ancora in quello stato tra veglia e sonno.
  3. Ricordati sempre di ringraziare la tua mente per l’aiuto che ti da e che ti darà in futuro. Trattala proprio come se fosse una persona reale, a cui ti rivolgi quando hai bisogno di aiuto.

Così facendo, cominci a nutrire la tua mente, ad annaffiarla ogni giorno e a concimarla con pensieri potenzianti. E questo perché il messaggio che recepisce il tuo inconscio è il seguente: “Posso risolvere i miei problemi e la mia mente mi aiuta a trovare le soluzioni più adatte!
 
Si tratta non solo di un messaggio positivo, ma di aprire la mente alla possibilità: possibilità di trovare una soluzione, possibilità di andare oltre, possibilità di venirne sempre a capo.
 
Quindi, una volta che hai annaffiato la tua mente, devi cominciare a stimolarla con le domande giuste. In un precedente articolo ho già scritto quali sono le domande che non dovrebbero essere mai poste durante una sessione di coaching, e ti consiglio di andarlo a leggere, anche perché quello di cui stiamo parlando in questa sede è riguarda proprio l’effettuare una sessione di coaching con la tua mente (lo puoi trovare cliccando qui). In breve, devi sapere che la maggior parte delle persone, quando ha un problema o vuole cambiare qualcosa, usa questo tipo di domande:
 
– Se hanno un problema di soldi, la domanda classica è: “Oh mio Dio, come farò a pagare le bollette questo mese?”
 
– Se hanno un problema con sé stessi (ad esempio non si piacciono) dicono: “Mamma mia, non mi piacciono per niente, come farò quest’estate quando dovrò indossare il costume in spiaggia?”
 
– Se, invece, la loro autostima è sotto i piedi: “Che vita orribile! Ma non cambierà mai nulla nella mia vita?”
 
– Se si sentono soli, magari alla disperata ricerca dell’anima gemella, si dicono: “Resterò sempre solo, non troverò mai una persona che mi ami. Ma come faccio a trovare uno che voglia stare proprio con me?”
 
Ovviamente questi solo esempi. Esempi che ti mostrano quel genere di domande che non fanno altro che acuire il problema, facendoti sprofondare sempre più al suo interno, rendendoti incapace di vedere una vita d’uscita.
 
Quindi, qual è il modo migliore per porre delle domande alla propria mente?
 
Devi comprendere che la mente ha bisogno di essere stimolata, e il miglior modo per farla è porgli delle domande che la obbligano a pensare, a cercare la risposta dentro di te o, quantomeno, a suggerirti dove trovarne una.
 
Ti mostro gli stessi esempi di prima, questa volta però, modificati per diventare potenzianti.
 
– “Ok, devo ancora trovare i soldi per le bollette come posso fare?
 
– “Prendo atto che non mi piaccio. Cosa posso fare per piacermi di più?
 
– “La mia vita deve migliorare. Da dove posso cominciare? E in che modo?
 
– “Come devo migliorare la mia vita sociale per conoscere più persone e trovare quella giusta per me?
 
Va già molto meglio, non credi?
 
Queste domande, infatti, sono poste in forma positiva e potenziante. Sono domande che stimolano la tua mente e la obbligano a pensare, a darti una risposta.
 
Già con queste modifiche sei in grado di stimolare maggiormente la tua mente a trovare la soluzione, e ad arrivare al cambiamento che desideri.
 
Questa è forse l’essenza del coaching: le domande, infatti, sono in grado di orientare il tuo pensiero, le tue idee, il tuo modo di ragionare. Quando le usi nel modo migliore, ecco che la tua prospettiva cambia: lì dove continuavi ad avere un muro, si apre una porta e a te non resta altro da fare che afferrare la maniglia e aprirla.
 
Proprio per questo vorrei che tu imparassi ad usare queste strategie. E per poterle usarle nel modo migliore ho preparato un percorso di formazione che troverai estremamente utile: vieni a scoprirlo!

Il ruolo della responsabilità nel rapporto tra coach e coachee

Il coach è una persona che aiuta. Volendo usare una metafora, è una sorta di allenatore, mentre il cliente è il giocatore. Il coach aiuta il giocatore ad allenarsi, a motivarsi, gli indica le giuste strategie di gioco, ma poi sarà il giocatore a dover scendere in campo e a meritarsi la stima segnando il suo goal; sarà lui a dover vivere con grande motivazione tutti quegli stati d’animo che il coach, l’allenatore, lo ha aiutato ad estrarre; sarà lui a dover raggiungere il suo obiettivo.

Il coaching, infatti, riguarda il raggiungimento degli obiettivi, e in questo si differenzia dalla terapia: mentre la terapia tende a risolvere problemi, il coaching si occupa degli obiettivi. Il coaching, quindi, è rivolto a persone che stanno bene e vogliono stare ancora meglio raggiungendo l’eccellenza in ciò che fanno.

Il coaching può essere indirizzato verso obiettivi di natura privata, professionale o sportiva. In ogni caso si deve mettere in chiaro che, data la natura di questa disciplina, un elemento fondamentale è lasciato alla responsabilità che appartiene sempre e comunque al coachee (ovvero, il cliente). Per questo, mentre il coach si assume la responsabilità di svolgere al meglio il suo lavoro, al coachee spetta quello di eseguire il piano di azione che delinea durante la sessione.

Infatti il coach non fornisce soluzioni, né dà consigli (altrimenti sarebbe un consulente), invece aiuta il cliente a estrarre risorse già in suo possesso, facendo domande.

Anthony Robbins ‒ che è un grandissimo formatore e uno dei coach più famosi a livello internazionale ‒ afferma che all’inizio della sua carriera seguiva la PNL nel dettaglio; aveva frequentato dei corsi tenuti dai due fondatori, Richard Bandler e John Grinder, e aveva cominciato a utilizzare la PNL nelle sue sessioni di coaching e nei suoi corsi. Un giorno, però, proprio alla fine di un corso, arrivò un cliente che un paio di anni prima, a seguito di una sessione di coaching finalizzata a interrompere la dipendenza dal fumo, era effettivamente riuscito a smettere di fumare. Malgrado ciò, quella persona giunse da Robbins e gli disse: “Tu hai fallito!” Poi continuò: “Ricordi? Abbiamo fatto una sessione per smettere di fumare. Io ho smesso, però adesso ho ricominciato”.

Robbins, che voleva capire meglio come erano andate le cose, chiese: “Quanto tempo è passato dal momento in cui hai smesso a quello in cui hai ricominciato?”

E il cliente: “Sono stato due anni senza fumare; fumavo cento sigarette al giorno, tu mi hai aiutato a smettere, però adesso ho ricominciato. Ciò dimostra che hai fallito”.

E Robbins, che certo non è uno sprovveduto, sentendosi dare del “fallito” replicò: “Aspetta un momento. Mi stai dicendo che fumavi cento sigarette al giorno, che grazie a me hai smesso di fumare per due anni, che solo ora hai ricominciato e… io avrei fallito?

“Sì” rispose il cliente. “Hai fallito perché mi hai programmato male!

Robbins capì, grazie a questa esperienza, che la metafora usata nella denominazione “Programmazione Neuro-Linguistica” poteva portare a fraintendimenti; l’utilizzo del termine “programmazione” era stato infatti deciso da Richard Bandler, appassionato di informatica, per paragonare il cervello umano a un computer. Con ciò voleva intendere che le abitudini, gli schemi che regolano i nostri comportamenti sono ripetitivi, cioè agiamo come se stessimo seguendo un programma, un software.

Quindi Robbins si rese conto che chi non conosceva il vero significato del termine “programmazione” poteva facilmente equivocare e pensare: “È il coach che mi programma ad abbandonare un’abitudine o a curare una fobia; io sto lì e aspetto che lui agisca”. Quasi che il coach dovesse compiere una sorta di magia.

Questo è l’inconveniente cui si va incontro se non si capisce cos’è la PNL. Per cui Robbins, sia per questo motivo sia per ragioni di marketing, cambiò il nome della PNL in NAC, Neuro-Associative Conditioning ovvero Condizionamento NeuroAssociativo. Se il cliente ha delle associazioni a livello neurologico per cui reagisce all’ansia fumando la sigaretta, il coach deve solo cambiare, rompere questa connessione neurologica e insegnare al cliente a condizionarsi nel tempo per mantenere il risultato raggiunto.

Il coach fa una sessione ma poi è il cliente che deve continuare e raggiungere il suo obiettivo.

Dietro questo aneddoto c’è, quindi, il senso di responsabilità e di condivisione tra coach e cliente, un concetto fondamentale. Il coach non “programma” ma fornisce gli strumenti che il cliente dovrà applicare con responsabilità per raggiungere i suoi obiettivi, guidato dai suoi valori.

Questo è molto importante. Se dovesse arrivare un cliente che ti dice: “Sai, io non ho obiettivi e per questo voglio fare una sessione di coaching con te. Aiutami, programmami affinché io possa raggiungere qualche obiettivo”, la prima cosa che dovrai rispondere è la seguente:

Non posso programmarti, non sono in grado di farlo; il raggiungimento dei tuoi obiettivi non dipende da me ma solo da te. Io ti posso motivare, darti strategie, fornirti gli strumenti migliori ma metterli in pratica dipende da te”.

Questo è un discorso importantissimo che deve essere chiaro sia a te che ai tuoi clienti.

Quando, infatti, questo punto non viene preso bene in considerazione ecco che cominciano di equivoci e, di conseguenza, l’intero lavoro che si andrà a fare corre il serio rischio di essere completamente inefficace.

Molto spesso, infatti, chi non ha le idee chiare sul coaching finisce per pensarla proprio come il cliente di Anthony Robbins e si mette in una posizione passiva, nella quale si aspetta che il coach faccia delle magie che, per incanto, lo mettano nella condizione di ottenere ciò che desidera.

Mi spiace, ma non è questo quello che fa il coach. Tutt’al più può essere ciò che fa lo sciamano!

Questo punto diventa fondamentale nella sessione di intake, che forse è la più delicata in assoluto. Da anni, infatti, durante i corsi pratici svolti all’interno dell’Università del coaching, mi dilungo molto sull’importanza del contratto che coach e coachee devono sottoscrivere prima di iniziare a lavorare insieme. Questo contratto (che i nostri studenti ricevono alla fine dei corsi, così come i consigli sulle modalità di somministrazione) è in grado di fare una grande differenza per tutte le sessioni successive.

Ora tu puoi anche non avere un sistema così altamente professionalizzato, ciò che conta è che tu faccia comprendere l’importanza della responsabilità nel lavoro di coaching. Una volta che il tuo coachee l’avrà ben compreso e accettato, le sessioni successive avranno ottime possibilità di andare per il meglio.

 

 

I 4 segreti di un coach per raggiungere più clienti nell’era dei social

Tutte le volte in cui nella vita non riusciamo ad ottenere i risultati sperati, è perché qualcosa è andato storto coi nostri obiettivi. O, in fase di pianificazione, l’obiettivo non è stato ben formato, oppure, durante l’esecuzione del programma di azione, non abbiamo saputo mantenere il focus sul risultato che volevamo raggiungere e abbiamo perso la concentrazione, spostando la nostra attenzione su qualcosa che ci ha allontanato dal nostro traguardo.

Riguardo la prima possibilità, ti ricordo che – in estrema sintesi – un obiettivo ben formato è un obiettivo correttamente formulato secondo determinati criteri che, se rispettati, riducono al minimo le probabilità di insuccesso e, per approfondire l’argomento, ti rimando a questo utile articolo.

Riguardo la seconda possibilità, la questione è semplice: se l’obiettivo, pur essendo stato ben formato, egualmente non si traduce in risultato, quasi sicuramente si è verificata una perdita di focalizzazione, che ha “distratto” la tua attenzione, disperdendola su elementi estranei all’obiettivo stesso e determinando il tuo fallimento.

Comprenderai facilmente che nella nostra società digitale e ultra interattiva, le occasioni per distrarsi non mancano: siamo continuamente bombardati da informazioni e stimoli di natura anche molto diversa, e praticamente ogni canale comunicativo col quale entriamo in contatto, dalla tv al web ai social network, pare contribuire a distogliere la nostra attenzione dagli obiettivi che ci siamo fissati.

D’altra parte, però, è proprio attraverso questi canali comunicativi, che possiamo sviluppare interazioni fondamentali per intercettare nuovi potenziali clienti, e restare in contatto e fidelizzare quelli già affezionati.

Per un coach che vuole proporsi sul mercato, allora, diventa essenziale la capacità di utilizzare in maniera consapevole gli strumenti che il web e le piattaforme social mettono a disposizione, al fine di accrescere la propria clientela e attivare strategie funzionali di personal branding.

Se il risultato da raggiungere per un coach è ampliare il proprio bacino clienti, come si fa a restare focalizzati su questo obiettivo nell’era dei social?

Da coach, ti svelo 4 segreti per restare concentrato sui tuoi obiettivi professionali:

 

  1. Ricorda che sei un produttore di valore.

Affinché i tuoi clienti possano scegliere te, e proprio te, all’interno della folla concorrenziale entro la quale ti muovi, devi saperti differenziare, quindi devi offrire contenuti di valore, che incuriosiscano, motivino, coinvolgano ed educhino il tuo (potenziale) cliente. Proprio per questo devi gestire la tua immagine sui social, e posizionare bene la tua offerta sul mercato digitale. Per fare questo, la strategia migliore consiste nell’essere presente con video, articoli, blog e ogni altro contenuto di valore in cui, attraverso i tuoi servizi, offri soluzioni ai problemi percepiti dai tuoi clienti. I clienti che stai cercando, probabilmente sono già alla ricerca di te. Se vuoi maggiori dettagli ho scritto un articolo a riguardo. Lo puoi trovare cliccando qui: http://www.coachitaly.it/2016/08/24/un-coach-cerchi-clienti-cosa-devi/

 

  1. Tieni un diario

Stai tranquillo, non voglio farti tornare tra i banchi di scuola! Devi sapere che tenere un diario personale è un buon metodo per raccogliere le idee, gli episodi, i momenti più significativi della tua giornata e della tua vita; è estremamente utile per fare il resoconto dei successi e dei fallimenti ottenuti, riflettendo sul loro significato e sulle lezioni positive che ti è possibile ricavarne. Si tratta un po’ di fare del coaching su te stesso: così facendo, ti accorgerai dei benefici straordinari che questa semplice abitudine apporterà al tuo lavoro, specialmente se sarai capace di trasferire il tuo vissuto in contenuti di valore per i tuoi clienti.

 

  1. Tieniti in forma

Questo consiglio è trasversale, e riguarda soprattutto l’atteggiamento con cui dovresti approcciare al tuo lavoro. Allena il corpo nella misura in cui alleni la mente: ti aiuterà a restare concentrato e focalizzato sui tuoi obiettivi! Quando ti tieni in forma il tuo organismo rilascia le endorfine: sono dei neurotrasmettitori rilasciati dal lobo frontale del cervello, che funzionano come una sorta di booster naturale. Migliorano il tuo umore, la tua attenzione, così come le tue prestazioni.

 

  1. Crea un piano di personal branding

Il personal branding è l’insieme delle strategie e delle azioni messe in atto per identificare, comunicare e far conoscere i motivi per cui un cliente dovrebbe scegliere te, proprio te e non un tuo concorrente. In breve si tratta dell’immagine che comunichi al pubblico e si traduce in quello che pubblichi sulle varie piattaforme presenti sulla rete. Ad esempio c’è chi posta le foto in discoteca con i propri amici, con tanto di cocktail in bella mostra, e chi post delle pillole che riguardano il proprio lavoro. Secondo te, tra i due, chi risulterà più credibile come professionista. Con questo non ti voglio dire di censurarti, oppure non pubblicare nulla di personale sul tuo profilo Facebook, voglio semplicemente dire che, magari, potrebbe essere più saggio aprirti un profilo pubblico, e limitare quello privato unicamente a quelli che sono i tuoi amici nella vita reale.

Ricorda sempre: quello che i tuoi potenziali clienti vedono non sono le tue qualità, le tue capacità e i tuoi talenti, ma semplicemente l’immagini che trasmetti. E questa immagine può rispecchiare chi sei davvero, oppure no. Sta a te decidere. Sta a te sviluppare quella particolare attenzione che ti aiuta a comunicare nel modo più immediato ed efficace che sei esattamente ciò che stanno cercando.

A volte fare questo può risultare estremamente complesso, anche perché chi ha studiato per diventare un coach professionista non necessariamente è anche un esperto di comunicazione on line e di marketing.

Proprio per questo, se sei davvero interessato a lavorare sulla tua immagine pubblico, ti consiglio di contattarmi. Con l’Università del coaching, infatti, non ci proponiamo solo di formare coach eccellenti, ma anche di fornire loro gli strumenti che gli consentano di svolgere al meglio la propria professione.

Il team coaching: quello che le aziende cercano da un coach

Il coaching non ha solo una dimensione individuale, è possibile applicarlo anche ad un gruppo di persone: ad esempio all’interno di una famiglia, in un’organizzazione di lavoro, in una comunità, così come in un ufficio. In questi casi si parla di team coaching ed è molto in voga tra le aziende consapevoli che del connubio tra benessere organizzativo e benessere mentale. Si tratta di un approccio in cui il focus è dato dall’organizzazione o dai gruppi facenti parte dell’organizzazione, dove il presupposto di partenza è sempre l’attenzione per le risorse umane e per la dimensione relazionale.

Già a partire dagli anni ’90 i manager hanno iniziato a riconoscere l’utilità del coaching come risorsa utile non solo per gli individui ma anche per le organizzazioni. Infatti quando il mondo soggettivo si rapporta con quello delle organizzazioni, è naturale che i disequilibri individuali si incontrino con quelli organizzativi, con la conseguenza di generare situazioni di tensione che, non solo rendono difficile la convivenza e affievoliscono la motivazione, ma possono produrre ricadute negative sulla produttività e sul rendimento dell’azienda.

Un classico esempio di una situazione che è possibile affrontare con questa metodologia è quella che si presenta quando non vi è integrazione tra gli obiettivi personali e quelli aziendali. In questi casi quello che succede è che le spinte, gli interessi e le aspirazioni del singolo non trovano spazio di espressione, o che le richieste aziendali non riescano a soddisfare le attese del lavoratore.

Anche i periodi di transito o di cambiamento possono preludere a stati critici che mettono a rischio la salute organizzativa dell’azienda; tali fasi riportano alla superficie intensi vissuti emotivi che si esplicitano sotto forma di resistenza o negazione alle nuove idee e proposte, oppure all’opposto, come urgenza di intraprendere un cammino sconosciuto per sfuggire da una situazione sentita come stagnante, senza invece salvare lo storico e le esperienze di successo.

In sintesi: questi specifici interventi di coaching prendono in carico sia il singolo che la collettività, muovendosi tra problematiche causate dal rapporto tra organizzazione e individuo. Proprio per questo alcune si sviluppano a partire dalla sfera individuale, altre da quella organizzativa. In ogni caso risulta comunque difficile stabilire una chiare suddivisione tra questi ambiti, in quanto fortemente intrecciati tra loro.

Un elemento di sicura divergenza tra coaching all’individuo ed il team coaching è dato dalla figura del cliente che richiede l’intervento e che si interfaccia con il coach. Se nel primo caso il cliente è il soggetto che, riconoscendo una situazione di disagio, sceglie di rivolgersi al coach, nel secondo caso è l’istituzione tutta che richiede l’intervento, creando una rete di relazioni in cui viene sviluppato l’intervento. Inoltre se nel caso del coaching individuale la persona che riceve il supporto coincide con il cliente finale, in genere nelle organizzazioni il cliente è meno facilmente identificabile, e la questione può essere ambigua e problematica, dal momento che spesso il coach si trova a lavorare ed interagire con differenti figure che possono esprimere aspettative tra loro diverse.

Per gestire efficacemente la rete di clienti presenti nell’organizzazione è necessario distinguere in modo netto e tenere a mente quali sono le differenti tipologie di clienti, poiché a seconda delle specificità questi si esprimeranno con comportamenti diversi e condurranno alla creazione di precise dinamiche.

Infine un’ulteriore differenza tra il coaching individuale ed il team coaching, riguarda quanto spazio è lasciato alla dimensione emotivo relazionale.

Come accennato, è da tempo che si inizia ad accettare che anche i manager necessitano di sviluppare e di utilizzare competenze emotive, proprio per questo anche le azioni di coaching devono favorire un accomodamento soddisfacente dei sentimenti delle persone dentro un sistema di regole formalmente finalizzate alla produzione di risultati.

Le similitudini tra coaching individuale e coaching di gruppo sono in realtà maggiori di quello che possa sembrare. Innanzitutto il coach deve svolgere un ruolo di supporto finalizzato all’ascolto e alla comprensione dei bisogni che integri due differenti polarità:

  • Facilitare l’approfondimento delle problematiche emerse, esercitando la dovuta comprensione ed empatia, valutando lo stato di “salute” del soggetto, individuale e collettivo, con cui questi lavora, al fine di garantirne la tenuta nel tempo;
  • Intervenire con sostegni mirati ed efficaci.

Come in tutte le occasioni di confronto anche nel coaching si fronteggiano differenti culture su cui impostare una proficua collaborazione: considerato che in ambito organizzativo si definisce cultura ciò che per analogia negli interventi individuali corrisponde alla personalità individuale, la cultura del coach dovrà raffrontarsi con quella dell’organizzazione.

In conclusione è opportuno che sia il coaching individuale sia quello rivolto a gruppi esercitino un’azione di mediazione tra ambito logico-cognitivo e ambito emotivo-relazionale, che adottino differenti approcci e che, in ultima analisi, tengano conto del benessere e della produttività.

Le principali tipologie di coaching di gruppo propongono interventi che hanno come scopo ultimo quello di aiutare le organizzazioni ad affrontare il cambiamento in modo flessibile mettendo al centro le persone su cui investire.

Anche per ciò che concerne le aree di applicazione del coaching si deve distinguere tra le motivazioni principali (che stanno alla base della richiesta di un intervento di tipo più individuale) e gli obiettivi che invece si vogliono raggiungere attraverso il gruppo. Quindi se il percorso individuale in genere è rivolto a manager o professionisti, un percorso di team coaching invece viene attivato quando si presenta uno di questi bisogni:

    • Sviluppare le competenze nei collaboratori per favorire la leadership ed il lavoro in team

 

  • Indurre un miglioramento della produttività
  • Stimolare il senso di appartenenza al gruppo

 

  • Migliorare la performance  
  • Motivare i collaboratori  
  • Affrontare e gestire nuovi progetti  
  • Tenere il passo con il cambiamento organizzativo

Le relazioni interpersonali, in un contesto in cui colleghi, capi, collaboratori, clienti e fornitori non sono scelti ma imposti, hanno una probabilità maggiore di essere il focus più diffuso su cui si concentrano eventuali criticità: in primo luogo, c’è da dire che molti di noi portano sul posto di lavoro i vissuti e le situazioni esperienziali che riguardano la sfera personale; in secondo luogo, vi possono essere incompatibilità caratteriali che purtroppo si manifesteranno in maniera più o meno evidente nella condizione lavorativa causando tensioni, incomprensioni e alla fine disaccordo esplicito.

Quindi nell’agire concreto il coach agisce in presenza di conflittualità relazionali legate a situazioni dipendenti da fattori personali (vissuti contingenti, personalità del singolo), amplificate da motivi di carattere organizzativo (confini ambigui, sovrapposizione di compiti e responsabilità): si può ad esempio trattare di scarsa congruenza tra il contenuto del ruolo medesimo e le caratteristiche della persona o di incompatibilità tra le caratteristiche soggettive di due individui che esercitano due ruoli tra loro fortemente interrelati.

Proprio per questo motivo si tratta di un percorso estremamente specialistico che necessita di competenze molto diverse da quelle applicate all’interno di un contesto individuale. Un percorso che rischia di diventare completamente fallimentare se non si ha alle proprie spalle un buon bagaglio metodologico ed esperienziale.

L’Università del coaching, infatti, ha creato dei percorsi verticalizzati proprio su questo aspetto. Oggi come oggi le aziende sono sempre più alla ricerca di specialisti di questo settore, in grado di portare dei miglioramenti reali all’interno del contesto lavorativo.

Ti piacerebbe specializzarsi proprio in questo ambito? Contattaci, abbiamo preparato proprio il percorso di studi adatto per te!

L’amore è una relazione economica

L’impressione che l’amore seguisse un po’ le regole del mercato l’ho sempre avuta, sin dal liceo. Leggere i romanzi di Houellebecq e i alcuni saggi della scuola di Francoforte mi hanno confermato quell’impressione – anche se, come tutte le generalizzazioni, non è una cosa sempre e necessariamente vera.

Ma cosa intendo di preciso quando dico che le relazioni umane hanno la stessa struttura del consumismo?

È molto semplice: spesso scegliamo il nostro partner con gli stessi criteri con cui scegliamo un prodotto. Parallelamente, ciò che ci spinge a sceglierlo è la pubblicità che ne esalta certe funzioni (o qualità) e detta determinati valori.

Lo so, la cosa può sembrare brutale. E quando ne parlo risulta irritante per chi mi ascolta, tanto che prende le distanze da ciò che dico, quasi non gli riguardasse e, quando non liquida la faccenda, ascolta facendo di no con la testa, come se la cosa riguardasse il resto del mondo senza sfiorarlo.

Proprio per questo voglio farti una domanda.

Ti è mai capitato di pensare una di queste frasi?

–        Non è alla mia altezza

–        Non sono alla sua altezza

–        Non ha quello che cerco

–        Posso avere di meglio  

–        Gli manca qualcosa

–        Non ho nulla che gli possa interessare

     –        Non ho niente che mi renda attraente

Se è così, ti faccio notare che tutte queste espressioni (così come mille altre simili) si basano sulla presupposizione che una relazione sia molto simile ad un contratto, in cui ogni parte cerca di ottenere il massimo, vendendo al meglio ciò che possiede.

Ti faccio qualche esempio semplicissimo.

“Non è alla mia altezza” potrebbe diventare “Questo cellulare non ha il design che si adatta al mio stile”.

Non è quello che cerco” potrebbe essere “Ok, la macchina è bella ma le mancano alcune funzioni fondamentali”.

Allo stesso modo “Non ho nulla che gli possa interessare” non differisce tanto dal professionista triste che dice “Perché tra tanti dovrebbe dare il lavoro a me?

Volendo scomodare Erich Fromm, si può dire che tutte queste espressioni si basano sulla modalità “avere”, ovvero si focalizzano su ciò che possiede la persona piuttosto che su ciò che la persona è.

Nei prossimi paragrafi tratterò nei dettagli questa – chiamiamola così! – cattiva abitudine. A differenza di tanti altri, questo non è un post brevissimo, quindi ti consiglio di prenderti un po’ di tempo per leggerlo e di portare la tua attenzione su quanto ti riconosci o riconosci ciò che ti circonda. Non perché devi riconoscerti per forza (magari sei una persona che non ha niente a che fare con tutto questo), ma perché è il modo per comprendere al meglio ciò che voglio dire.

 

Introduzione – Da esseri umani a consumatori

Sino agli inizi del ‘900 una delle prime forme di socializzazione dei bambini erano le storie. Quelle raccontate dai genitori, così dai nonni, che si trascinavano dietro la tradizione dei popoli antichi che la notte si riunivano attorno al fuoco per raccontare le avventure di esseri mitologici. Queste storie (il più delle volte con un forte messaggio morale) avevano un unico scopo: offrire a chi le ascoltava degli insegnamenti. Per voler essere tecnici: erano delle forme di socializzazione, che trasferivano ai bambini codici sul comportamento e sui valori.

Con l’avvento del capitalismo e, soprattutto,  con la pubblicità, le storie sono diventate degli strumenti per vendere i prodotti. Il loro scopo non è stato più quello di socializzare l’uomo, ma renderlo un buon consumatore. Questo non riguarda solo la pubblicità, ma anche i programmi televisivi, le fiction così come i film, così come molti articoli di giornali e riviste. Infatti cosa hanno tutti questi prodotti in comune?

Il loro scopo è quello di vendere spazi pubblicitari alle ditte produttrici.

Questa introduzione è necessaria per farti comprendere una cosa fondamentale: la logica del consumo è un elemento al quale veniamo educati sin dalla più tenera età e dalla quale non è possibile sottrarsi (a meno che tu non sia cresciuto in un monastero senza alcun contatto col mondo esterno), tuttalpiù ci si può immunizzare.

L’infanzia

Sin da quando siamo in fasce a quando poi cominciamo a frequentare l’asilo e poi le elementari, accade che veniamo in contatto con due valori fondamentali:

–        Essere belli

–        Essere buoni

Nel linguaggio semplicistico con cui si parla ad un bambino i genitori (così come gli adulti in genere) sottolineano costantemente che è importantissimo essere belli e buoni, senza mai specificare cosa significa.

Bello, il più delle volte, fa riferimento alla bellezza fisica. Buono, invece, all’educazione, alla gentilezza; più in generale: all’ubbidire ai genitori.

Questi due valori, col crescere, si trasformeranno in queste due convinzioni:

– E’ importante essere belli (dove bellezza fa riferimento al modello di riferimento – vedremo più avanti cos’è)

– E’ importante ubbidire a determinate regole sociali (dove anche in questo caso le regole non fanno necessariamente riferimento all’intera società, ma al modello di riferimento).

L’adolescenza

Durante gli anni dell’adolescenza (per essere precisi già dalla scuola media) i modelli di bellezza e di bontà cominciano a delinearsi. Sino a quel momento le uniche influenze erano gli adulti di riferimento (genitori e insegnanti), la televisione aveva un ruolo marginale nella misura in cui (volendo continuare la trattazione in modo generico) i programmi che vengono visti sono quelli esplicitamente per bambini. Dopo questa fase, però, ecco che gli adulti smettono di diventare il modello di riferimento, per essere sostituiti dai propri pari (compagni di scuola, di palestra, ecc); allo stesso tempo cominciano ad avere un maggiore controllo sui mezzi di comunicazione di massa (giornali, internet, televisione), con una maggiore esposizione ai valori che questi trattano.

Tutto ciò equivale ad una vera e propria forma di educazione alternativa alla scuola, nella quale i valori non vengono trasferiti attraverso l’insegnamento (quindi in modo diretto) ma proprio attraverso il racconto di storie. Storie che emozionano, che spingono chi le ascolta o le vede a riconoscersi e, proprio per questo, sono estremamente più pervasive degli insegnamenti scolastici.

In questo periodo l’adolescente comincia a delineare il proprio modello sociale di riferimento.

Il modello sociale di riferimento e la logica del consumo

Spesso quando affermo che siamo tutti soggetti al consumismo, mi vengono dette frasi del genere: “Io no. Tanto per farti un esempio non comprerei mai un I-Phone, anzi, anche quando faccio la spesa acquisto sempre è solo prodotti equo-solidali”.

Espressioni come queste mi fanno sorridere perché dimostrano una certa ingenuità: si crede infatti che la logica del consumo sia legata a ciò che acquista la maggior parte delle persone. Se anche tu credi questo, mi spiace darti la cattiva notizia, non è così.

La logica nel consumo consiste nell’attribuire un significato (molto spesso un valore positivo) ad un oggetto.

Ad esempio, i valori connessi all’i-phone hanno a che fare con l’essere alla moda, moderni, efficaci, all’avanguardia. Allo stesso modo, i valori connessi alla cioccolata equo-solidale sono connessi all’essere altruisti, informati, attenti ai bisogni altrui.

Acquistando quei prodotti non si acquistano solo delle merci, ma anche la sensazione di possedere i loro valori. Allo stesso modo, le merci diventano una forma di comunicazione non verbale per esprimere alle persone con cui entriamo in relazione di essere delle persone che detengono quei valori.

Questo, che possiamo definire un modello comportamentale standard (insomma, ce l’hanno tutti – chi più e chi meno) è legato al proprio modello sociale di riferimento.

Con modello sociale di riferimento voglio intendere quel nucleo di persone che rappresentano per ognuno di noi la porzione di società nella quale ci riconosciamo e nella quale vogliamo avere a che fare. Potrebbe essere in relazione col ceto, con la classe politica di appartenenza, con la religione praticata, ecc… così come può essere dato dall’intreccio di più di questi “cerchi”.

Così, tanto per fare un esempio banale, uno status elevato per alcune persone può essere guadagnare tantissimo, per altre invece avere un ruolo di leadership all’interno di un associazione umanitaria. Ciò che ti fa determinare quale tra queste due sia lo status più elevato non ha base oggettiva, ma ha a che fare con i valori che hai fatto tuoi negli anni.

Le relazioni sentimentali

So che ho affrontato il discorso partendo da lontano, ma era fondamentale per arrivare a questo punto e chiarirti come ciò ha una ripercussione anche sul modo in cui ci relazioniamo alle altre persone e, di conseguenza, su come scegliamo il nostro partner.

Ogni essere umano, per ciò che è e per ciò che fa, esprime determinati valori. Con questo non voglio dire che li possiede ma che semplicemente li comunica. Così in base al nostro modello sociale di riferimento, ai nostri aspetti caratteriali, e ai nostri valori “ci guardiamo in giro” alla ricerca del partner ideale.

Pensa semplicemente all’abitudine nel domandare: “Come deve essere il tuo partner ideale?

La risposta che diamo è più o meno una sorta di lista della spesa, una cosa del tipo: “Deve essere simpatico, dolce, intelligente…” Insomma, facciamo riferimento a qualità che deve “avere”.

Ora potrei far riferimento a modo in cui comunichiamo i valori, come vengono riconosciuti, come spesso ci ingannano, ma onestamente il post diventerebbe troppo lungo. Ciò che mi preme davvero affrontare è: come questo modo di fare si riversa sulle nostre relazioni sentimentali?

Tra le peculiarità delle relazioni del nostro tempo ci sono:

  • La brevità
  • La sensazione di essere relazioni transitorie
  • L’essere connotate dalla paura dell’impegno(più per gli uomini)
  • L’essere connotate dall’ossessioneper una conferma di impegno (più per le donne)

A volte sono connotate dall’accontentarsi (spesso perché si ritiene di non poter “permettersi” di meglio). Questo perché alla base di questo tipo di rapporti c’è quello che Yann Dell’Aglio ha definito capitale sentimentale.

Il capitale sentimentale

Per capitale sentimentale Dell’Aglio intende tutti quegli elementi della persona (qualità fisiche, emotive, sociali, intellettuali, economiche) con i quali può “acquistare” una relazione. Come nel mercato, maggiore è il proprio capitale sentimentale, maggiori sono i tipi di relazioni che ci si può permettere, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo.

Per qualitativo intendo sempre dal punto di vista del capitale sentimentale. Quindi chi ha un capitale sentimentale pari a dieci potrà permettersi delle relazioni con persone con capitale identico, mentre chi ha un capitale sentimentale pari a cinque non verrà neppure considerato da chi ha un capitale di dieci.

Ovviamente ognuno di noi attribuirà maggiore o minore capitale in base al gruppo sociale di riferimento. È un po’ come quando si passa da uno stato all’altro e si cambia la propria moneta in valuta corrente, ciò comporta la perdita o l’acquisto di valore.

Così un ragazzo mingherlino con gli occhiali, che lavora in una azienda di videogiochi ed è appassionato di fumetti, avrà un capitale sentimentale alto per chi condivide il suo mondo. Ma se frequenta un’ambiente formato da avvocati ai loro occhi il capitale sarà molto più basso.

Una via di fuga è possibile

La domanda a questo punto sorge spontanea: com’è possibile uscire fuori da questo modalità?

Il primo passo è quello di riconoscere in che misura siamo soggetti a questa modalità. In secondo luogo ci sono una serie di passi che è possibile fare per disimparare quando modo di relazionarsi. Alcuni di questi sono davvero complessi da spiegare tramite blog, per fortuna ce ne sono altri che puoi iniziare a fare anche da solo e che voglio subito segnarti.

1) Invece di pensare alle qualità che vuoi nel tuo partner ideale, concentrati su che tipo di esperienze vuoi vivere. Dire “Voglio una persona intelligente” non significa nulla, ben diverso è dire “Col mio partner mi piacerebbe leggere dei libri e poi parlarne insieme, confrontandoci sul modo diverso in cui li abbiamo compresi”. In questo modo impari a focalizzarti sul tipo di condivisione che cerchi.

2)    Domandati cosa guadagni. Spesso scegliamo il partner in base all’impatto che avrà sul nostro mondo sociale, quindi su quali emozioni susciterà nei tuoi genitori, nei tuoi amici, nei tuoi colleghi. Quindi chiediti: “Cosa guadagno a stare con questa persona?” Attenzione però: spesso abbiamo valori negativi. Ovvero per noi è importante magari essere maltrattati, oppure essere visti come cattivi. Quindi una volta che ti sei reso conto di questo, chiediti: “Questa è quell’unica persona che mi porterei su un’isola deserta?

3)    Smettila di indentificarti. Ogni volta che ti identifichi ti attribuisci un capitale sentimentale e, per forza di cose, agisci di conseguenza. L’unico modo con cui puoi identificarti e col tuo nome e cognome. Tutto il resto sono solo limiti che imponi.

4)    Non progettare. Ogni volta che inizi una relazioni e cominci a pensare come sarà, cosa potete fare insieme, se starete ancora insieme di lì ad un anno, renditi conto che è come se stessi valutando un investimento per capire se è redditizio o meno. Una relazione, soprattutto all’inizio, dovrebbe essere connotato solo dalla gioia di stare insieme, per questo cerca di restare nel presente, di goderti quei momenti. Posso capire che a volte, specialmente quando si ha qualcosa di bello, si teme di perderlo, ma se fai in modo che quel qualcosa di bello sia connotato dalla paura in realtà lo stai già perdendo. I progetti arriveranno in un secondo momento, ma almeno prenditi del tempo unicamente per vivere la relazione, senza pensare al domani, limitandoti a vivere giorno per giorno.

So bene che questa trattazione non è esaustiva e che ha parecchie lacune, ma come ho detto questo è un articolo e credo che a questo punto ho scritto sin troppe parole. Spero che questo post ti abbia interessato, se è così sarebbe bello se tu lo condividessi con le persone che ti sono vicine, potrebbe essere interessante anche per loro.

Se, invece, vuoi sapere in che modo il coaching può aiutarti a trovare la relazione dei tuoi sogni, clicca qui e…

I filtri percettivi: come la tua mente trasforma la realtà in punto di vista

La mente umana, per certi aspetti, segue lo stesso processo che si usa per preparare una tazza di tè.

Detta così può sembrare strano ma, pensaci bene, come si prepara una tazza di tè?

Si mettono le foglioline di tè sbriciolato nel filtro, questo poi viene immerso nell’acqua bollente. A questo punto l’acqua imbevendo le foglioline si impregna della loro essenza, sino a farle cambiare colore e a darle un buon sapore.

Per la mente è lo stesso: i nostri preconcetti, i nostri giudizi, le nostre credenze così come le nostre convinzioni funzionano come dei veri e propri filtri della realtà. La impregnano al punto tale, che ciò che riceviamo dall’esterno si manifesta all’interno della nostra mente già filtrato.

Il punto è che non tutti i nostri filtri possono essere performanti.

Mettiamo il caso che una mia convinzione è quella di essere una persona che sa come cavarsela in ogni situazione; nel momento in cui avrò una difficoltà reagirò in modo decisamente più proattivo rispetto a chi si sente sempre schiacciato dagli eventi.

Senza voler andare nei giudizi di valore, possiamo dire che questi filtri sono più o meno funzionali rispetto a quelli che sono i nostri obiettivi. Ti faccio un altro esempio: la mia concezione del mondo si basa sul fatto che le persone, se ne hanno l’occasione, ti fregano. Nel momento in cui lavoro in un ufficio dove per me è fondamentale guardarmi le spalle, questo filtro mi può essere molto utile. Ma di colpo diventa deleterio se continuo ad applicarlo quando sono con i miei amici o la mia famiglia.

Il punto è: come sono i tuoi filtri?

Funzionano?

Ti fanno bere il tè esattamente come piace a te?

Se la risposta non dovesse essere positiva, continua a leggere perché voglio condividere con te un metodo che deriva dal coaching con la PNL che ti aiuterà a fare proprio questo: modellare i tuoi filtri in relazione ai risultati che vuoi ottenere.

In primo luogo comincia a domandarti: quali sono le mie convinzioni limitanti?

Per convinzione intendo proprio una tua idea sul modo in cui vanno le cose. Per limitante, invece, voglio intendere che quel modo di vedere le cose non ti aiuta a raggiungere ciò che vuoi ottenere. Un esempio, a questo proposito, potrebbe essere la seguente convinzione: se non hai raccomandazioni non vai avanti nel lavoro.

È vera?

È falsa?

Non ci interessa!

Ciò che ci interessa è ciò che crea questa convinzione: probabilmente non darà mai il massimo, non ce la metterà tutta perché non crede possa servire. Quindi tutto ciò che farà, in un modo o nell’altro, andrà a confermare questa convinzione. In psicologia sociale, a questo proposito, si parla di profezia che si auto adempie. Insomma: se sono convinto di qualcosa, anche a livello, inconscio farò in modo di trovare conferme.

Il primo passo per cambiare i propri filtri percettivi è comprendere quali sono quelli che ci frenano. Il mio consiglio è quello di prenderti quindici minuti di tempo per segnare tutti quelli che ti vengono in mente. Nei giorni successivi poi potrai aggiornare questo elenco, in relazione a ciò che ti verrà in mente.

Questa idea, questa credenza mi aiuta ad avvicinarmi al mio obiettivo oppure mi rema contro?

Questa domanda è la cartina di tornasole, che mostra all’istante se quel tuo filtro ti è utile oppure no.

Una volta identificato un filtro che ti limita, domandati se ci sono degli elementi nella realtà che ti circonda e che ti mostrano che questo filtro non è vero (o, quantomeno, non è sempre vero). Puoi cercare questi elementi:

  • Tra le tue esperienze personali
  • Tra le esperienze che hai potuto osservare
  • Tra le esperienze che ti hanno raccontato o hai letto

Quanti più elementi trovi che disconfermano il tuo filtro più lo cominci a disinstallare.

Detto così, l’intero processo è molto semplice. Quindi sorge una domanda: perché una cosa così facile raramente viene applicata?

Perché per quanto il processo sia facile non è un processo per tutti. E questo per due motivi: ci vuole costanza e apertura mentale.

Il tuo filtro percettivo non è composto da un’unica convinzione ma da un sistema molto più ampio. Quindi ci vuole un po’ di costanza (per quanto, posso assicurarti che dopo poco già cominci a notare i primi benefici), dote di cui non tutti sono dotati.

In secondo luogo un processo del genere implica l’affermare ripetutamente che la precedente visione delle cose non era corretta al cento per cento. E dato che una dei nostri bisogno maggiori è quello di avere ragione, di veder confermato il nostro punto di vista, molti ne risultano frenati.

Questo elemento è importantissimo specialmente se sei un coach: molto spesso si commette l’errore di voler ristruttura una convinzione limitante durante una sessione, senza però prima assicurarsi che la persona sia pronta. Quando questo accade, l’intera sessione rischia di venir mandata a monte, mentre il rapport tra coach e coachee rischia di spezzarsi.

I lavoro sui filtri percettivi è fondamentale all’interno di un percorso di coaching, anche se spesso è difficile trovare gli strumenti migliori. Come ti ho accennato all’inizio di questo articolo, sono dell’idea che nell’arsenale dell PNL si possono trovare delle armi estremamente efficaci. Per questo ti consiglio di approfondirle e di farne esperienza in prima persona.

Sei pronto?

Allora clicca qui!

E se il tuo obiettivo fosse quello sbagliato?

L’obiettivo che mi sono dato è davvero in linea col tipo di vita che voglio di qui a cinque anni?

Non prendere in considerazione una domanda del genere potrebbe farti perdere un sacco di denaro, tempo ed energia.
Infatti, quando si ignora questo particolare (che piccolo non è affatto) ci si può ritrovare a lavorare sodo per ottenere un certo risultato, salvo poi rendersi conto dopo un paio di settimane, di mesi e, in certi casi, anche di anni, che non solo non era importante quanto sembrava all’inizio, ma che in fondo ciò che genera è qualcosa che non si vuole affatto.

Proprio per questo, oggi voglio condividere con te un esercizio che ti sarà estremamente utile per settare il tuo obiettivo e la tua motivazione nel modo migliore.

Inizio subito con una domanda: qual è il tuo obiettivo più grande?

Per il bene di questo esercizio pensa a qual è la cosa che (se avessi la completa certezza di riuscirci) faresti. E concentrati anche sul motivo per cui tutto questo per te è importante.

L’hai fatto? Oppure se una di quelle persone che legge gli esercizi senza farli?

Devi sapere che nel coaching funziona così: il coach si impegna a fare del suo meglio e, allo stesso tempo, il coachee si impegna nell’eseguire.

Quindi, prima di continuare, spero sinceramente che tu abbia risposto alla domanda.

Devi sapere che molto spesso i motivi per cui tante persone si impegnano in obiettivi che poi risultano non essere validi, è che la spinta che porta all’azione non viene tanto da una determinazione interiore, quanto dal voler accontentare delle aspettative esterne.

Ti faccio subito alcuni esempi. Se si scava bene, quando si chiede a queste persone cosa li motiva proprio in quell’obiettivo e non in un altro, le risposte sono più o meno queste:

  • Per avere successo c’è bisogno di più soldi
  • Voglio rendere i miei genitori (o chiunque altro) orgogliosi di me
  • Voglio mostrare alla gente quanto sono di successo
  • Desidero avere attorno a me persone che mi rispettano (o mi adorano, o mi amano)

In altre parole ciò che le spinge all’azione non ha niente a che fare con la loro natura profonda, quanto con fattori puramente estrinseci. Quando succede questo è più che normale che l’obiettivo (anche quando viene raggiunto) non avrà il sapore di una vittoria, e lascerà comunque l’amaro in bocca.

Infatti, quando i tuoi obiettivi non sono in linea con i tuoi valori, con tutto ciò che è davvero importante per te (per chi sei davvero), l’obiettivo rischia di non essere raggiunto o, se raggiunto, di non produrre il medesimo livello di soddisfazione che produrrebbe se avesse all’origine una motivazione puramente intrinseca.

Una delle cose che spesso le persone vogliono è fare più soldi.

Ma perché vogliono questo?

Qualcuno per viaggiare in giro per il mondo, qualcun altro per cambiare automobile ogni sei mesi, qualcun altro ancora per cenare nei migliori ristoranti, e qualcun altro perché desidera essere riconosciuto come una persona che ha i soldi.

Per mia esperienza posso dirti che i soldi non sono un fine, ma un mezzo. Quando usi questo mezzo per ottenere il tipo di esperienze che desideri, allora stai percorrendo la tua vera strada. Quando, invece, lo stai facendo solo per assecondare un’aspettativa esterna, allora, mi spiace dirtelo, potrai pure essere sulla strada giusta, ma di certo non è la tua vera strada!

E quando parlo di aspettativa esterna non mi riferisco solo a quella che possono provare persone specifiche nei tuoi confronti, ma anche delle aspettative indotte dalla cultura dominante, così come dell’ambiente sociale circostante.

Quindi, torniamo all’inizio: ti ho chiesto di pensare al tuo obiettivo più grande e di prendere in considerazione le motivazioni che ti spingono. A questo punto ti pongo un’altra domanda: in che altri modi puoi soddisfare queste motivazioni?

Per ogni motivazione cerca almeno tre obiettivi alternativi che puoi perseguire per soddisfarla.

Anche in questo caso, non ti limitare a leggere, fai l’esercizio.

Se mi stai seguendo, siamo arrivati quasi alla fine. Per questo voglio tornare proprio alla domanda con cui ho iniziato questo post.

L’obiettivo che mi sono dato è davvero in linea col tipo di vita che voglio di qui a cinque anni?

Per ogni obiettivo che è uscito fuori, poniti questa domanda. Ti accorgerai che alcuni superano brillantemente questo test e altri, invece, no.

A questo punto concentrati solo su quelli che l’hanno superato in modo positivo:

  • Sono obiettivi in linea con la tua natura profonda?
  • Sono tuoi e non derivano dall’assecondare l’esterno?

Bene, se in entrambi i casi la risposta è sì, è molto probabile che siano di gran lunga migliori dell’obiettivo originale. E questo per un motivo molto semplice: il focus è stato cambiato. Se all’inizio le motivazioni dipendevano dall’esterno, ora invece partono unicamente da te.

Ma c’è qualche parola in più che voglio spendere sul concetto di vita ideale.

Per vita ideale intendo quel tipo di vita che ti piacerebbe fare nella quotidianità. Non parlo dello straordinario, o dell’eccezionale, ma della consuetudine di tutti i giorni. E se ti ho chiesto di pensare a questa vita ideale da qui a cinque anni è perché, così facendo, ti proietto in un futuro in cui non sono presenti i bisogni urgenti dati dal momento.

Se hai eseguito l’intero esercizio, sono certo che hai trovato nuovi spunti di riflessione e di azione. Per questo ti invito a dare un’occhiata a questa pagina, troverai un ulteriore modo per ottenere ciò che desideri nel pieno rispetto di chi sei davvero.

La mini-guida del coaching per creare un perfetto piano di azione

coach-italy-mini-guida-coaching

Alla fine di una sessione di coaching bisogna arrivare ad un risultato ben preciso: la creazione di un insieme di punti di azione che creano un progresso tangibile verso il traguardo prestabilito.
Se non si è creato un piano d’azione, non si sta facendo una sessione di coaching. Cosa si sta facendo allora?
Sarò onesto: non ne ho la più pallida idea! Quando, infatti, si convertono le varie opzioni in una precisa sequenza di punti di azione, le possibilità hanno a disposizione una vera e propria mappa per concludersi in qualcosa di reale, tangibile e che, soprattutto, crea un risultato.

Per aiutare il coachee a fare questo, è importante concentrarsi su tre verbi fondamentali.

  • Posso: grazie a questo verbo puoi creare delle domande che aiutano il coachee ad esaminare le sue possibilità. Come ad esempio: “Che altro potresti fare?
  • Voglio: con questo verbo invece è possibile chiedere al coachee di focalizzarsi e impegnarsi in una opzione ben precisa. Ad esempio: “Quale tra le opzioni che hai esaminato vuoi scegliere?”
  • Farò: Con questo verbo, infine, è possibile richiedere al coachee di impegnarsi in uno specifico passo. Ecco ancora un esempio: “Mi dici esattamente cosa farai ed entro quando?

Posso” lascia esaminare il coachee prima di impegnarsi. Chiedendo una decisione all’inizio, con il “Voglio” ottieni il permesso di guidarlo a compiere un’azione concreta. “Farò” porta all’impegno. Usare tutti e 3 verbi assicura un alto coinvolgimento.

Come esempio, ecco una ipotetica sequenza di domande:

  • Cosa potresti fare? [Opzioni]
  • Quali di queste opzioni vuoi perseguire?
  • È un passo che vuoi fare?
  • Rendilo un punto d’azione: cosa farai esattamente?
  • Entro quando lo farai?
  • Cosa ti impegnerai a fare nelle prossime due settimane per continuare ad andare avanti?
  • Qual è il tuo prossimo passo?

Ricorda di fare sempre molta attenzione: i punti d’azione che non vengono eseguiti possono diventare molto dannosi, portano via fiducia ed energia, e rendono meno possibile che i futuri punti abbiano successo. Come coach, vuoi incoraggiare le persone a creare dei punti d’azione realizzabili. Se avverti che sia necessaria una sicurezza maggiore per fare un determinato passo, prova una di queste domande:

  • Ci sono degli ostacoli per realizzare questa cosa e che dobbiamo affrontare?
  • Con chi altro hai bisogno di confrontarti o di lavorare per far succedere questo?
  • Su una scala da 1 a 10, quanto sei fiducioso di completare questo passo entro la scadenza?
  • Cosa ci vorrebbe per alzare quel ‘ sette’ ad un ‘otto’ o ad un ‘ nove’?
  • Come potresti cambiare l’azione o la scadenza per renderle più realistiche?
  • Come potresti aumentare le tue possibilità di successo nel completare questo?
  • Hai bisogno di responsabilità al riguardo?

È possibile che durante la sessione il coachee utilizzi un linguaggio equivoco. Un linguaggio equivoco è un indizio che il cliente non si è pienamente impegnato in una linea di azione. Quindi usa queste domande per andare oltre, maggiormente in profondità, in modo sempre più specifico:

  • Sei pronto a impegnarti a compiere questo passo?
  • Hai menzionato che potresti fare quel passo. C’è qualcosa che ti trattiene?
  • Stai dicendo che dovresti farlo. Cosa lo renderebbe qualcosa che faresti perché lo vuoi veramente fare?
  • C’è niente che dobbiamo cambiare o discutere su questo passaggio che ti aiuterebbe a fare una scelta decisiva al riguardo?

Ma esiste un modo in cui possiamo essere certi che il piano di azione verrà poi davvero messo in atto dal coachee?

Ovviamente non ci sono certezze in questo ambito, per quanto è possibile utilizzare un piccolo test di verifica per controllare proprio il piano di azione. I piani di azione efficaci hanno queste quattro caratteristiche:

  • Chiarezza: so esattamente cosa fare
  • Calendario: l’azione può essere fissata ad un tempo preciso
  • Impegno: so che farò questo
  • Scadenza: ho stabilito una data certa per la conclusione

Linee Guida Per Un Resoconto Dei Progressi

Molti coach richiedono un resoconto dei progressi (scritto o orale) all’inizio di ogni nuova sessione per stabilire una forma di responsabilità per i passi precedenti. Ecco, quindi, quattro linee guida per un efficace resoconto orale dei progressi.

  1. Fallo come prima cosa durante l’appuntamento, così da non finire il tempo e ometterlo.
  2. Usa la lista di azione del coachee, non la tua.
  3. Chiedi al cliente di toccare punti d’azione. Successivamente torna su quelli che hanno bisogno di maggiore discussione.
  4. Sii breve: usa tra i 3 e i 5 minuti, così da non usare l’intera sessione solo per questo.

Domande per il resoconto dei progressi:

  • Ti va di darmi un breve resoconto sul tuo piano di azione?
  • Mi dai un veloce aggiornamento su cosa hai compiuto dall’ultima volta che ci siamo visti?

Insomma, queste sono le indicazioni indispensabili per creare un perfetto piano d’azione. Questo risulterà estremamente efficace nel momento in cui viene integrato con gli altri elementi del modello G.R.O.W..

Ma c’è qualcos’altro che puoi fare per diventare un coach sempre più competente, in grado di aiutare i tuoi coachee a raggiungere i propri obiettivi in fretta e nel modo migliore: clicca qui e scoprilo!

 

Il coaching sull’identità: come trasformare la propria realtà

La razza umana sta affrontando un periodo difficile. I problemi come il terrorismo, le crisi finanziarie in tutto il mondo, così come il riscaldamento globale, mostrano che stiamo diventando sempre più scollegati da noi stessi, dagli altri e dal mondo che ci circonda.

Siamo all’interno di uno stato di distacco che ha causato una crisi che sta svegliando un sacco di gente. La gente sta diventando più matura; più matura per il cambiamento e la trasformazione. Un numero crescente di persone si chiedono ciò che conta davvero e rivalutano la direzione della loro vita.

Questo risveglio ha portato ad un crescente bisogno di coaching a livello di identità.

Tutti i processi di coaching sono organizzati attorno al movimento da uno stato presente ad uno stato desiderato. Nel caso del coaching a livello di identità, lo stato desiderato è quello di essere profondamente connessi con noi stessi e vivere da un luogo di centralità, di presenza e pienezza.

Come la famosa ballerina Martha Graham ha detto:

C’è una vitalità, una forza vitale, un’energia che si traduce attraverso voi in azione, e perché c’è solo uno di voi in ogni tempo, questa espressione è unica. Se si blocca, esso non esisterà mai attraverso qualsiasi altro mezzo e finirà perso. Il mondo non l’avrà.

Da questo punto di vista, l’evoluzione, la trasformazione e la soddisfazione nella vita non può che avvenire “mantenendo il canale aperto.”

Il nostro obiettivo più profondo a livello di identità è quello di rispondere continuamente alla domanda “Chi sono io?“.

Rispondiamo a questa domanda come rispondiamo alla vita da un momento all’altro. Quando siamo centrati, presenti nel nostro corpo e collegati con noi stessi e il mondo intorno a noi, diventiamo naturalmente in contatto con lo scopo della nostra vita ed il suo significato.

Lo scopo fondamentale del coaching a livello di identità è quello di aiutare le persone a riconoscere quando il loro “canale è aperto,” e quando è “chiuso” e che cosa possono fare per riaprirlo. Ciò implica imparare a riconoscere i modi in cui disconnettersi da noi stessi e scoprire ciò che ci permette di tornare a “casa”.

Un risultato importante del coaching a livello di identità è quello di consentire alle persone di ampliare e approfondire ciò che per loro significa “essere se stessi” e rispondere alle opportunità e alle sfide poste dalla vita da un luogo di crescente presenza, intraprendenza e autenticità, anche nei momenti di sfida e crisi.

A un livello profondo, gli esseri umani condividono le stesse paure fondamentali, come la paura della sofferenza e del dolore, la paura dell’abbandono o del soffocamento, la paura di non essere visti, ecc..

Il modo in cui questi timori vengono espressi può variare da cultura a cultura e spostare l’accento a seconda delle nostre condizioni di vita. La nostra risposta alla paura, tuttavia, è generalmente quella di nascondere la nostra vulnerabilità e vivere con strategie di sopravvivenza che ci tagliano fuori dalla nostra ricca vita interiore e dal terreno fertile del nostro essere.

Il processo di coaching a livello di identità aiuta le persone a identificare queste paure fondamentali. Dopo averle identificate, aiuta a sostenere le persone nel trovare le risorse necessarie per cambiare il loro rapporto con questi timori.

Le sfide che riguardano la nostra identità emergono frequentemente durante i periodi di transizione. È stato detto che le cose cambiano sempre, ma non necessariamente sempre in una direzione progressiva. Mentre non possiamo né prevenire né controllare le transizioni e le trasformazioni che si susseguono all’interno della nostra vita, possiamo imparare ad accompagnare questi movimenti naturali e partecipare ad essi più consapevolmente, invece di essere inconsciamente trasportati lungo il fiume del cambiamento.

Uno degli obiettivi del coaching a livello di identità è proprio quello di aiutare le persone a interiorizzare le competenze pratiche e i principi con cui gestire le transizioni di vita con maggiore facilità e intraprendenza.

Quando siamo centrati su chi siamo veramente, riusciamo a vivere profondamente la nostra essenza profonda e, allo stesso tempo, riusciamo a vivere profondamente i rapporti con gli altri.

Ritrovare e sostenere questa connessione è l’elemento essenziale per la guarigione del nostro mondo. In questo modo, il coaching a livello di identità contribuisce a trasformare la nostra realtà collettiva. Questo è un aspetto a cui teniamo moltissimo all’Università del coaching. Già in un altro articolo ti ho parlato del coaching a livello ambientale e te ne consiglio la lettura. Perché queste due forme di coaching insieme possono essere estremamente potenti.

Essere centrati sull’identità vuol dire essere perfettamente ancorati a sé stessi, diventare consapevoli dell’ambiente crea un profondo senso di connessione con gli altri. Rispettare la nostra natura più profonda ed essere in sintonia con gli altri sono due dei maggiori bisogni umani. E quando questi vengono soddisfatti, la motivazione, la determinazione, quel meraviglioso stato d’animo che viene definito con l’espressione “essere nel flusso” sono davvero alle stelle.

Questo, a mio avviso, vuol dire fare davvero coaching. E se ti piace, ti consiglio di dare un’occhiata a questa pagina e venire a trovarmi.