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Il medical coach: apre il servizio rivolto ai malati oncoematologici

Non è difficile immaginare quanto la vita sia di gran lunga più difficile per chi è malato. Alcune delle più basilari certezza sfumano ed ogni giorno è un continuo lottare contro le condizioni avverse, ogni giorno è un po’ più faticoso del precedente.

Sono state proprio queste riflessioni che hanno spinto l’ospedale Maggiore Policlinico e l’ospedale San Paolo di Milano ad inaugurare il 27 febbraio un servizio gratuito di health coaching, rivolto a pazienti oncoematologici cronici.

Adesso i malati oncoematologici cronici, in cura presso le due strutture ospedaliere, avranno la possibilità di scegliere se aderire o non aderire al programma. Questo progetto di health coaching è composto da una serie di dodici incontri collettivi, di novanta minuti l’uno; tra questi incontri ne sono previsti anche alcuni con la presenza dei familiari dei malati. A questo è stato affiancato anche un servizio di “coaching time” di due ore mensili, in cui i malati potranno essere a tu per tu con il coach, per un servizio più individuale.

Gli incontri si tengono presso l’Aula Infogiurie dell’Università Statale degli Studi di Milano.

L’intero progetto è stato portato avanti dalla Fondazione Renata Quattropiani. La presidente, Giovanna Ferrante, durante un’intervista ha spiegato così le motivazioni della scelta: “Per la mia personale esperienza a contatto con la malattia cronica di mia madre, penso sia molto importante partire dal concetto di umanizzazione del paziente e della qualità della relazione come strumento e atto di cura. Il medical coach aiuta il paziente a rimettere al centro la vita, la sua specificità di persona, facendo passare in secondo piano lo status di malato” (fonte: sanità 24 – il sole 24 ore, articolo del 02/02/2017)
Questo specifico lavoro di coaching parte dall’ascolto del paziente, che è fondamentale perché egli stesso possa comprendere e chiarire quali sono i propri obiettivi. Non si lavora sul passato, bensì sul presente. Sul presente come motore principale per ottenere il futuro che si desidera.

Per quanto questa figura in Italia possa sembrare estremamente innovativa, è ormai una professione più che consolidata in altre parti del mondo, dagli Stati Uniti sino ad Israele.

Il coaching è sempre stata una disciplina volta alla centratura dell’individuo, sulle sue potenzialità, sui suoi talenti, sulle sue capacità al fine di raggiungere i propri obiettivi. E l’applicazione di questo strumento al supporto dei malati era già stato portato avanti, certo non con un evento di questa portata e che coinvolge strutture così autorevoli.

A questo riguardo Robert Dilts racconta di come usò il coaching e la PNL per supportare sua madre durante una malattia che avrebbe dovuto portarla alla morte. Per fortuna riuscì a sconfiggere il male e da quel momento Dilts cominciò a chiedersi come mai alcune persone, ferme restando le cure mediche, reagivano bene e altre meno. Questa ricerca lo portò a comprendere che un elemento che inferiva sui tassi di mortalità, facendolo calare drasticamente, era l’atteggiamento mentale.

Un atteggiamento mentale caratterizzato da:

– Una consapevolezza del proprio ruolo e della sua importanza nel mondo (in generale o quello delle persone più intime)

– La presenza di obiettivi motivanti da dovere e volere raggiungere

– La sicurezza nella propria autostima e nella propria autoefficacia.

La relazione di coaching mira allo sviluppo proprio di questi elementi. In più vedendo il presente come un futuro in fase germinale, fa concentrare il coachee su ciò che vuole e su ciò che può fare adesso per ottenerle.

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L’Inner Game secondo Tim Gallwey

A volte non è facile trovare le origini del coaching.

Qualcuno sostiene che il primo grande coach della storia fu Socrate, che esercitava la maieutica. Per quanto posso essere d’accordo, è anche vero che il metodo del coaching era ancora molto distante dal vedere una vera e propria sistematizzazione.

Di certo uno dei più grandi divulgatori fu Tim Gallwey che pubblicò un libro che fu davvero rivoluzionario.

Infatti, quando è uscito Il Gioco Interiore nel Tennis di Tim Gallwey, nel 1972, divenne immediatamente un successo senza precedenti. Era la prima volta nella storia dell’editoria mondiale che un libro di sport non parlasse della tecnica vera e propria, ma della parte interiore del gioco come, ad esempio, gli ostacoli che ogni sportivo incontra nella sua mente.

Il lavoro svolto da Gallwey è stato senza dubbio enorme per i suoi tempi e credo di poter affermare che è a tutti gli effetti uno dei padri della psicologia dello sport, nonché uno dei padri fondatori del coaching.

Infatti Il gioco interiore del tennis è un libro che in primo luogo affronta il tema del miglioramento personale e solo in un secondo momento è anche un libro sullo sport (affronta il tema del tennis per non più di trentacinque pagine).

Ma cosa tratta nel dettaglio questo libro?

Tim Gallwey identifica e descrive il self1 (sè stesso1) e il self2 (se stesso2), facendo così comprendere che ogni volta che facciamo o pensiamo qualcosa siamo sempre in due: il self1 è la parte che dubita, critica, cerca di fare e alimenta le tensioni; il self2, invece, riesce a gestire molte più informazioni ma raramente viene lasciato lavorare come dovrebbe. In più Gallwey fa comprendere come il giocatore (così come qualsiasi altra persona) non è mai da solo, è sempre in compagnia di un dialogo interno, che ha da dire su tutto.

Per questo essere nel qui ed ora aiuta molto le performance, non solo il tennis. L’essere nella propria testa, concettualizzare e sforzarsi non solo aumenta dismisura lo sforzo, ma spesso impedisce al self 2 di ottenere la migliore performance che può avere.

Ma cosa è davvero l’Inner Game di cui parla nel libro?

Secondo Tim Gallwey per avere uno stato di peak performance è importante far operare in armonia questi due se stessi. Ne Il Gioco Interiore nel Tennis entra nel dettaglio, spiegando quale abilità devono essere sviluppare per generare armonia tra i due self:

– Saper lasciar andare il giudizio

– Saper lasciar andare l’ego

– Avere una presenza nel qui ed ora

– Apprendere dai feedback che riceviamo

Fidarsi delle naturali abilità che abbiamo nell’aprendere anche soltanto guardando e visualizzando.

Molti dei concetti che va a trattare (modelling, alta performance, armonia tra le parti) sono anche parte del bagaglio di competenze della PNL. Infatti proprio la Programmazione Neuro Linguistica ha sviluppato molte strategie e tecniche per lavorare su questo aspetto; strategie e tecniche sempre più utilizzate nell’ambito del mental coaching.

Quello che trovo davvero interessante di questo manuale è che, per quanto possa essere un libro sul tennis, chiunque può leggerlo e trovare spunti per migliorare: musicisti, studenti e lavoratori possono raccogliere varie perle dalla sua lettura. In più è anche scritto con un linguaggio chiaro, diretto e ricco di esempi.

Si tratta di un libro fondamentale per chiunque voglia avvicinarsi al tema del coaching. È utile per un aspirante coach che vuole approcciare questa materia partendo dalle basi. È utile per chiunque cerchi degli strumenti che lo aiutino a migliorarsi.

Proprio durante un’intervista lo stesso Gallwey ha dichiarato: “Prima di iniziare a sviluppare il principio del gioco interno nel 1970, ho potuto vedere nei miei studenti di tennis, così come in me stesso, che c’erano ostacoli mentali che interferivano con la nostra capacità di giocare al meglio . Allo stesso tempo, stavo cominciando a riconoscere che tutti noi abbiamo molto più potenziale dentro di noi di quanto pensiamo. Tre osservazioni hanno confermato e riconfermato che ero sulla strada giusta. Una volta che ho smesso di dare istruzioni tecniche e correggere i miei studenti in termini di giusto e sbagliato, le paure e i dubbi degli studenti sono diminuiti in modo significativo e hanno imparato più velocemente, con risultati migliori, si divertivano molto di più e non importava quale fosse il loro livello di gioco”.

Ma come è possibile applicare semplicemente il metodo di Tim Gallwey?

Voglio schematizzare in cinque passi uno degli approcci che delinea nel suo libro.

  1. Stabilisci l’aspetto che vuoi migliorare. Scegli un punto di partenza rispetto a ciò che vuoi. L’importante è che tu lo definisca in modo chiaro e specifico.
  2. Crea delle immagini mentali che ti mostrano mentre ottieni il risultato desiderato. La mente inconscia non sa distinguere tra ciò che immagina e ciò che reale, proprio per questo la visualizzazione ti aiuterà a sviluppare maggiore confidenza e preparare la tua mente ad orientarsi verso il risultato desiderato.
  3. Prendi in considerazione le nuove idee. Ovvero: decidi di sperimentare strade diverse, tutte quelle che ti verranno in mente. Raccogliendo i feedback per comprendere se ti stai avvicinando o allontanando dal risultato che ti sei prefissato.
  4. Ricorda il tuo scopo. Trova ogni giorno il momento per ricordare perché vuoi ottenere proprio quel tuo risultato. Che cosa ti porterà quel risultato? Che tipo di persona ti farà diventare? Come migliorerà la tua vita dopo averlo raggiunto? Basta che trovi anche solo tre minuti ogni giorno per ricordare tutto questo; va bene anche mentre stai guidando o sei in fila alla posta.
  5. Domandati sempre: “In che modo posso indirizzare i miei sforzi verso lo scopo?E ovviamente metti in pratica le risposte che ti dai.

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Quali sono le differenze tra coaching e counseling?

Sono numerose e differenti (a volte anche contraddittorie) le definizioni date alla parola “coaching”.

Molti scrittori e accademici nel tempo hanno anche cambiato il proprio punto di vista, indicando così che il campo si sta ancora sviluppando.

Per John Whitmore, una delle voci più autorevoli in materia, il coaching è il processo di responsabilizzazione degli altri. Per Coaching non intendiamo semplicemente una tecnica escogitata lì per lì e rigorosamente applicata in determinate circostanze: si tratta piuttosto di un modo di guidare e gestire le persone, un modo di pensare, e quindi anche un modo di essere.

Le definizioni di coach sono mutate nel corso degli anni.

Il termine “coach” fa la sua prima comparsa nel 1500 circa, riferito ad un metodo di trasporto, un veicolo trainato da cavalli, proveniente dalla piccola città ungherese di Kòcs (pronunciato “koach”).

A metà del 1850 la parola è stata utilizzata nelle università inglesi riferita ad una persona che aiutava gli allievi nella preparazione dell’esame.

Il coaching, quindi, affonda le sue radici nella Psicologia Umanistica focalizzandosi sulla dignità e sul valore intrinseco di una persona.

Con l’emergere del movimento Umanista, si comincia a parlare di coaching anche nel mondo del business. Ma la reale innovazione è venuta con la fusione tra lo sport e il mondo degli affari, che ha reinventato questo termine. Tim Gallwey con il suo Inner Game of Tennis fu uno dei primi promotori del coaching nel contesto degli affari, a cui sono susseguiti rapidamente altri coach sportivi di fama notevole, come John Whitmore (campione di corse automobilistiche), David Hemery (medaglista olimpico del salto ad ostacoli), David Witaker (coach olimpico di hockey).

Il Coaching, nel significato moderno, è stato supportato dalla “Teoria dell’apprendimento costruttivo” di Williams & Irwing (2001), la cui credenza centrale è che non esiste una sola vera interpretazione della realtà.

Se dovessimo sintetizzare in cosa consiste praticamente, potremmo tranquillamente usare la definizione che ne da il sito di AICP (Associazione Italiana Coach Professionisti): Il coaching è un servizio professionale esercitato in diversi ambiti organizzativi, sia in forma di attività libera professionale che interna alle organizzazioni. Consiste in un metodo di sviluppo dei singoli, dei gruppi e delle organizzazioni, basato sul riconoscimento, la valorizzazione e l’allenamento delle potenzialità per il raggiungimento di obiettivi definiti dal cliente (coachee) e con l’eventuale committente. Il processo di partenrship tra coach e coachee è basato su una relazione di reciproca fiducia; l’agire professionale del coach facilita il coachee a migliorare e valorizzare le sue competenze e potenziare le sue risorse.

Ciò che ho potuto notare, però, tanto nel corso dei miei anni di studio, quanto in quelli come coach professionista e formatore, è che alcune persone tendono a confondere la figura del coach, con quella counselor. Per non parlare del fatto che nella mia vita mi è capitato di incontrare anche persone che credevano che le due figure professionali altro non fossero che due diversi nomi per indicare la stessa e identica cosa.

Ma esistono parecchie distinzioni tra il coaching e il counseling.

Il counseling si applica in tutti quegli interventi volti a sviluppare la consapevolezza e l’autonomia dei soggetti, oppure per quegli interventi che vogliono rimuovere modelli di comportamento negativi perché produttivi di disagio, così come per affrontare positivamente le situazioni di conflitto, per acquisire fiducia in se stessi e nelle proprie potenzialità. Spesso vengono attuati anche percorsi specifici volti al sostegno e alla facilitazione di clienti (individui o gruppi) che attraversano periodi critici della propria vita o hanno bisogno di entrare in una relazione di aiuto per risolvere un problema specifico, per migliorare i propri processi decisionali, per migliorare la qualità della vita. In linea di massima possiamo dire che il counseling, per poter mettere in atto il suo processo di aiuto, parte da uno studio e da una conoscenza del contesto passato del cliente, individuando quali sono state le sue esperienze vissute e ciò che in passato il soggetto ha sperimentato come ostacolante alla sua crescita.

Il coaching, invece, si basa prevalentemente sul presente proiettando le attenzioni e le pratiche verso ciò che sarà il futuro del cliente.

Per quanto riguarda il rapporto con l’emotività, anche qui possiamo trovare delle differenze.

Infatti, mentre il counseling elabora l’emotività, il coaching, di contro, insegna ad utilizzarla.

A volte, tanto i coach quanto i counselor, utilizzano la Programmazione Neuro-Linguistica. Ma cambia radicalmente gli scopi per cui la utilizzano.

Comprendere bene queste due discipline vuol dire fare chiarezza su un mondo che risulta non essere ancora cristallino, a causa forse di una mancanza di informazioni corrette e concrete.

Ma perché ho voluto scrivere un articolo proprio su questo argomento?

Perché è importante che le persone capiscano che tipo di relazione cercano e a quale scopo, solo in questo modo potranno scegliere il professionista adatto a loro.

E allo stesso tempo è fondamentale per tutti coloro che hanno deciso di intraprendere una professione di aiuto, e hanno bisogno di comprendere quale è quella in cui si riconoscono di più.

Quando si parla di formazione, infatti, è sempre opportuno avere chiaro il punto di arrivo, solo in questo modo si può decidere quale strada percorrere. È necessario tenere sempre bene a mente che la formazione decreterà il proprio futuro professionale, la qualità del proprio lavoro e, di conseguenza, anche gli esiti monetari.

Per questo, quando ho fondato l’Università del Coaching, ho voluto creare la migliore scuola per portare degli studenti di coaching ad imporsi sul mercato del lavoro. E se te ne parlo è perché mi piacerebbe sapere se anche per te la strada del coaching è quella giusta o preferisci formarti o rivolgerti ad altre professioni come, per l’appunto, quella del counseling.

Perché senza responsabilità il coaching non esiste?

La responsabilità è una delle chiavi del Coaching. E non si declina solo nel rapporto tra il coach e il coachee (a questo riguardo ho già scritto un articolo che puoi trovare qui) ma anche nel rapporto del coachee con sé stesso (non importa se all’interno di un rapporto di coaching con un professionista, o in percorso autonomo di sviluppo personale).

Una delle domande più potenti che uso nelle mie sessioni di coaching, quando un coachee inizia a focalizzarsi troppo su suoi problemi è: “Come hai fatto ad arrivare sino a questo punto?

Di solito, in questi casi, il coachee mi guarda sempre in modo confuso, poi farfuglia qualcosa sulle condizioni, sugli altri, sui rifiuti che ha ricevuto e le aspettative non rispettate. Così sorrido e dico: “Forse non mi sono spiegato bene. Volevo dire come hai fatto TU ad arrivare sino a questo punto?

Devo dirti la verità, capita che il più delle volte la persona che ho di fronte mi dica che non ha fatto in nessun modo, che se ci sono degli aspetti della sua vita che non gli piacciono non dipende da lui, è tutta colpa degli altri o delle circostanze.

Il problema è che se una persona non è in grado di assumersi in prima persona la responsabilità della propria esistenza, io non posso fare niente. O meglio, potrei pure farlo, ma non fa parte del mio lavoro.

Se, invece, è in grado di rispondere in modo costruttivo (o anche solo ha bisogno semplicemente di essere guidato verso l’assunzione delle proprie responsabilità) allora so che possiamo lavorare insieme, e quella domanda (Come hai fatto ad arrivare sino a questo punto?) è il nostro punto di partenza.

Siamo onesti: tutti nella nostra vita affrontiamo dei problemi, tutti riceviamo promesse che vengono infrante, tutti abbiamo almeno un paio di aspettative che non vanno come vogliamo. E possiamo avere due tipi di atteggiamenti:

– prendercela con gli altri per averci remato contro, per non aver rispettato i patti, ecc., ecc.;

– possiamo assumercene in prima persona la responsabilità.

Queste due prospettive non sono solo due modi di vedere la realtà. Se proprio dovessimo osservare qualcosa che ci è andato male con una lente oggettiva, ci renderemmo conto che le cause spesso sono varie e hanno a che fare con noi, con gli altri, con l’ambiente circostante e le coincidenze imprevedibili.

Ma all’interno della prospettiva tipica del coaching, nel momento in cui scegliamo di prendercela con gli altri, adoperiamo una lente di visione (quindi una riduzione della realtà) che ci deresponsabilizza. Il che da un lato è ottimo: se ogni errore non dipende da me allora non sbaglio mai. Ma se gli errori non dipendono da te allora neppure il successo dipende da te. Se non hai controllo sul fallimento (che fondamentalmente è l’esito di un’azione) non ce l’hai neppure sul successo (altra forma di esito ad un’azione).

Questo messaggio, se anche non passa a livello consapevole, è estremamente impattante a livello inconscio, e porta a maturare questa convinzione: io non ho controllo della mia vita, io sono in totale balia degli eventi (questo, ripeto, se anche non accade a livello conscio comincia a germinare in modo inconscio).

Nel momento in cui scegliamo di assumerci la responsabilità operiamo sempre una riduzione della realtà ma che, questa volta, ci vede come soggetti agenti della nostra vita. In primo luogo cominciamo a rivedere ciò che non ci è piaciuto con uno sguardo di autocritica, il che trasforma ogni evento negativo in una piccola lezione di cui fare tesoro, in un esperienza utile che ci aiuta a crescere. In più assumiamo che possiamo agire sulle cose, semplicemente migliorando noi stessi e il modo di agire.

Ti faccio qualche esempio.

Un esame andato male.

Colpevolizzatore: il professore è cattivo, mi ha chiesto pure le note.  

Responsabile: non immaginavo che fosse così specifico, devo studiare in modo più approfondito.

Un colloquio di lavoro non andato a buon fine

Colpevolizzatore: quelli lì vogliono gente diversa da me.

Responsabile: in che modo posso far capire che sono il tipo di persona che cercano?

L’essere lasciato dal/la compagno/a 

Colpevolizzatore: è un/a pazzo/a! 

Responsabile: qual è stato il mio ruolo per farle prendere questa decisione?

Come ho già detto, non si tratta di comprendere quale sia la verità, ma comprendere quale punto di vista è più produttivo rispetto a ciò che desideri. Nel coaching non ci interessa arrivare alla verità, quanto conquistare una prospettiva funzionale rispetto agli obiettivi che vogliamo raggiungere.

Ovvio, il punto di vista del colpevolizzatore è comodissimo: il colpevolezzatore è sempre perfetto, è il mondo che è cattivo e ce l’ha con lui. Il punto di vista del responsabile, invece, è più difficile, si mette costantemente in gioco, sa bene che tutto ciò  è e che fa è la somma delle azioni che ha preso. Questo di sicuro non è semplice.

La differenza tra i due, di fondo, sta che il colpevolizzatore pensa a come vorrebbe che andasse la sua vita; il responsabile – come si dice dalle mie parti: storto o morto – ce la fa andare.

A te la scelta. Che tipo di persona vuoi essere?

Certo, decidere in che direzione far andare la propria vita non è sufficiente. Siamo sinceri, a volte non bastano le buone intenzioni, ci vogliono anche gli strumenti per trasformare proprio quelle intenzioni in azioni reali, che cambiano lo stato delle cose, permettendoci di avvicinarsi sempre più al risultato che vogliamo ottenere.

Proprio per questo, se anche tu senti di essere forte nelle intenzioni ma piuttosto debole rispetto agli strumenti, ti consiglio di cliccare qui, perché ho preparato un percorso in grado di farti raggiungere i tuoi obiettivi.

 

La differenza tra il coaching per azione e il coaching per re-azione

Il motivo per cui le persone non ottengono risultati non dipende da quello che pensano che dovrebbero fare e che non fanno ma da ragioni meno evidenti che le inibiscono e gli impediscono di ‘funzionare’ ad un livello di performance ottimale.

Siamo sinceri, tutti abbiamo dei desideri: vogliamo aprire una nostra attività, oppure possiamo voler vendere di più, mentre qualcuno desidera di comprarsi quella particolare macchina o una casa più grande.

E questi sono solo alcuni desideri materiali.

Esistono anche desideri non così immediatamente tangibili: ad esempio, trovare il lavoro giusto, oppure trovare la persona giusta; qualcuno desidera che il figlio si laurei in medicina, trovi un lavoro perfetto, una moglie ed una casa; qualcun altro ancora culla il desiderio di scrivere il romanzo della propria vita,  o imparare un paio di lingue straniere e partire per un lunghissimo viaggio; magari  qualcuno vuole perdere peso, o mettere su gli addominali, scolpendo il fisico per essere più attraente.

Il punto non è tanto quali sono i tuoi desideri, bensì da quale configurazione prendono forma.  Quando si parla di desideri, infatti, c’è una cosa che raramente si prende in considerazione, ovvero che possono essere presi da due configurazioni diverse.

La prima è una configurazione inibitoria. Ed è la configurazione in cui decidi quali sono i tuoi obiettivi o i tuoi desideri come reazione a qualcosa che non vuoi.

Per dirlo con parole diverse: la maggior parte delle persone quando decide cosa vuole lo fa portando l’attenzione sul problema che percepisce di avere. Una volta identificato il problema, il passo successivo di solito è identificare il rimedio che ponga fine al problema. Si tratta di una reazione generata da uno stato di frustrazione.

È come se tu avessi l’indice della mano destra stretto in una morsa, che si stringe sempre di più, facendoti sempre più male. In quel momento tutta la tua attenzione è sul dolore, e ogni tua azione non parte da ciò che vuoi, ma da come evitare il dolore. Inizi a cercare tutti i modi per tiare fuori il dito dalla morsa.

Il punto è che magari, nel tirare fuori il dito, lo porti contro una sega elettrica o contro la punta di un trapano che gira a tutta velocità.

Magari ho fatto un esempio un po’ troppo splatter. Ma te ne voglio fare anche uno più edulcorato: immagina una persona che non ce la fa più con il suo lavoro e lo vuole cambiare a tutti i costi. La sua attenzione su cosa è posta? Magari sul capo che non gli piace, i colleghi con cui non si trova bene, o ancora sulle attività che svolge tutti i giorni e che ormai lo hanno sfinito (la morsa stretta intorno al dito). Da questa posizione accetterà qualsiasi attività lo porti via dal suo ufficio, ma visto che è così concentrato sulla fuga niente vieta che trovi un lavoro peggiore (la sega elettrica e il trapano), oppure un lavoro che lo frustra in modo minore. Non ho detto un lavoro che lo appaga, ma un lavoro che lo fa sentire meno frustrato rispetto al precedente. E magari nel raggiungere questo obiettivo si sentirà anche fortunato, perché prima il suo dolore era cento ed ora solo sessanta.

La seconda configurazione la potremmo definire di abbondanza. Si tratta di una configurazione nella quale non ci si limita a reagire ad un dolore, ma si agisce in relazione ad una condizione di pienezza (non necessariamente materiale). È la configurazione del capitano di un vascello che si trova bene nel porto dove è ormeggiato ma vuole partire e scoprire nuovi porti. Oppure è la configurazione di chi semplicemente riesce a distaccarsi da ciò che non vuole e si pone questa domanda: “Se in questo momento non avessi dolori, sofferenze o frustrazioni, quale sarebbero i miei desideri?

Queste configurazioni portano, per forza di cose, a risultati diversi.

Nel primo caso il risultato sarà una riduzione del dolore o della frustrazione.

Nel secondo caso, invece, il risultato sarà una piena soddisfazione.

Il problema è che molto spesso le persone agiscono per reazione, entrano in una configurazione inibitoria e da lì cominciano un percorso di sviluppo personale. Che in questo percorso siano da soli o accompagnati da una persona che li aiuta, se non ci si accorge di questo, i risultati che si otterranno saranno solo condizioni meno peggio delle precedenti. Quando questo accade ciò che si prova è un senso di sollievo, che nella maggioranza dei casi viene percepito come soddisfazione. Ma non è diverso dal dito che finalmente è uscito fuori dalla morsa, dopo essere stato stretto per tanto tempo. Il dito è ferito, tumefatto e sanguinante – insomma, non sta affatto bene – ma il sollievo di non averlo più stretto fa percepire la cosa come una situazione di benessere. Eppure, lo sai bene, non è affatto così!

La configurazione da cui si parte è fondamentale per qualsiasi percorso di sviluppo personale, così come è essenziale per raggiungere degli obiettivi che si vogliono davvero e non che si limitino a creare un senso di sollievo.

Che tu stia facendo un percorso di coaching (con qualcuno o con te stesso) o che tu sia un coach è fondamentale che tu prenda in considerazione in quale configurazione sei o in quale configurazione si trova il tuo coachee.

Il contrario potrebbe generare solo un susseguirsi di situazione meno insoddisfacenti delle precedenti.

Questo è un aspetto che teniamo molto in considerazione nei nostri corsi per coach. Proprio per questo che tu sia una persona che vuole lavorare su sé stessa, che tu voglia diventare un coach, o che tu sia un coach in cerca di un upgrade, mi piacerebbe che tu dessi un’occhiata a questa pagina prendendo in considerazione se può essere la soluzione che fa per te.

Una tecnica segreta per cambiare le credenze limitanti

Un coach professionista è sempre alla ricerca di tecniche nuove e all’avanguardia per portare il suo coachee ad ottenere i risultati che desiderano. E spesso, per ottenere proprio il risultato desiderato, è opportuno compiere dei cambiamenti. Cambiamenti che possono avere a che fare tanto col modo di pensare che col comportamento.

A volte le persone si pongono degli obiettivi eppure, per quanto possano mettercela tutta, non riescono a raggiungerli. Spesso per ottenere il risultato tanto desiderato hanno usato anche le tecniche più efficaci, ma… non è andata come voleva.

Quando accade questo è probabile che la causa sia da cercare nelle proprie credenze, soprattutto in quelle limitanti.

In questo articolo, quindi, ti parlerò di cosa sono le credenze e come agiscono su di noi e, infine, ti fornirò una tecnica estremamente potente che ti consentirà di cambiarle.

Ma andiamo per gradi, cosa sono di preciso le credenze?

Ognuno di noi ha un sistema di credenze che indirizza le azioni che compiamo quotidianamente. Questo insieme di presupposti è fatto di:

1) esperienze dirette,

2) esperienze osservate,

3) esperienze che ci sono state raccontate, e

4) dalle nostre interpretazioni.

Ovviamente, le credenze non sono immutabili: si aggiornano, cambiano e vengono sostituite da altre.

Il punto è: siamo sicuri che le nostre credenze siano utili?

A questo riguardo la Programmazione Neuro-Linguistica ha un approccio molto pratico. Da questo punto di vista, infatti, non è importante che le credenze siano vere o false, bensì quanto sono funzionali agli obiettivi.

Ti faccio subito un esempio: immagina di voler fare un concorso importante, ma credi di non esserne all’altezza, che si tratta di qualcosa al di sotto della tua portata… come pensi possa andare?

Probabilmente non nel modo migliore e, allo stesso tempo, è certo che questa credenza non ti farà impegnare nello stesso modo in cui ti impegneresti se fossi certo di farcela; non ti darà lo stesso livello di determinazione e di motivazione.

A tale riguardo, in sociologia si parla di profezia che si auto adempie, ovvero la nostra credenza si realizza per il solo fatto di essere convinti del suo verificarsi; in questo caso la predizione e l’evento sono in un rapporto circolare, secondo il quale la credenza genera l’evento, e l’evento conferma l’esattezza della credenza.

Insomma, per metterla alla pane e salame: se siamo convinti di qualcosa (a livello consapevole o inconscio) faremo il possibile per confermare il fatto che abbiamo ragione.

A questo punto diventa fondamentale comprendere quali sono le credenze che ti limitano e quali quelle che ti potenziano (e, nel tuo lavoro di coach, quali sono quelle del tuo coachee).

Come fare?

Inizia a fare caso a tutte le volte che pensi e pronunci frasi che cominciano con:

–  “Sono convinto che…

– “Ho l’idea che…

– “Le cose vanno proprio in questo modo…

Molto probabilmente stai portando alla luce una tua credenza.

Le credenze fondamentalmente altro non sono interpretazioni su cose, eventi e persone. Si tratta di giudizi dati alla luce delle nostre conoscenze limitate.

A questo punto, però, devo un attimo aprire una parentesi: quando dico conoscenze limitate non ti sto dando dell’ignorante. Le conoscenze di ognuno di noi (me compreso) sono limitate. Per farti capire questo voglio spiegarti un po’ come ci creiamo un giudizio su qualcuno.

Te lo suddivido in punti per farti capire che questo processo, per quanto possa avvenire in modo estremamente veloce, è in realtà complesso e articolato:

  • Quando una persona ci parla, decide di mostrareuna parte di sé,
  • Quindi laesprime attraverso il linguaggio. Il linguaggio però è uno strumento limitato: in parte per la sua natura, in parte a causa delle competenze specifiche che ognuno di noi ha nell’esporre,
  • Questo messaggio arriva disturbatoper due ragioni: i rumori che ci sono nell’ambiente (magari siamo in strada, o c’è della musica, o del vociare), i rumori interni (ovvero tutte quelle distrazioni che abbiamo mentre ascoltiamo, non necessariamente causa del disinteresse ma magari anche della stanchezza)
  • Una volta giunto a noiil messaggio viene interpretato, alla luce, appunto. delle nostre credenze.

 

Sulla base di queste informazioni così scarse e disturbate ci creiamo un giudizio sulla persona che abbiamo davanti. A questo punto, ti renderai conto del perché i fraintendimenti sono così all’ordine del giorno!

Ma torniamo a noi: individuare le nostre credenze limitanti ci permette di comprendere che c’è un nemico al nostro interno che fa di tutto per non farci ottenere i risultati che desideriamo. Ma non ti preoccupare, non è cattivo: è solo vittima di una conoscenza parziale.

Una volta individuate, però, non abbiamo finito. A questo punto è opportuno iniziarsi a chiedersi quali sarebbero, invece, le credenze che ti spingono, ti invogliano, ti motivano, ad ottenere ciò che desideri?

 

Eh Roberto, ma se pure le individuo… comunque io so bene come va il mondo, mica posso prendermi in giro?!

Assolutamente, non voglio che ti prenda in giro. Ma, allo stesso tempo, devo farti una domanda: sei sicuro che il modo vada proprio come credi?

 

CREARE UNA NUOVA POSSIBILITA’

Iniziati a domandare quali sono le cose che confermano la nuova credenza potenziate.

Anzi, ti dirò, di più: inizia a fare una ricerca su tutto ciò che conferma che la convinzione potenziate è vera. Fare questo inizia a creare la possibilità del cambiamento. La tua mappa del mondo comincia ad allargarsi. Se prima vedevi l’esistenza solo di poche strade, ora comincia a notarne sempre di più. Alcune ti sembreranno facili da percorrere, altre invece difficili. Nel secondo caso, nota quali sono le credenze limitanti che te le fanno apparire difficili e, anche in questo caso, individua quelle potenzianti che ti sono utili e trova anche per queste delle conferme.

Si tratta di un processo di analisi e di espansione che, tra i vari benefici, porta anche l’ampliarsi del proprio punto di vista, che ti consentirà di notare elementi della realtà circostante che prima neppure prendevi in considerazione.

LA PASSEGGIATA DELLE CREDENZE

Grazie alla commistione tra Programmazione Neuro Linguistica e coaching è stata creata una tecnica con la quale è possibile lasciarsi alle spalle una credenza limitante, per rendere solida e certa la credenza potenziante.

Te la spiego subito.

Dopo aver definito la credenza limitante di partenza e la credenza potenziante di arrivo, è possibile iniziare un percorso che facilita questo passaggio: si tratta, appunto, di una passeggiata immaginaria, attraverso varie tappe.

1° tappa: meta – Questa è la posizione di riflessione, in cui si osservano le credenze con assoluto distacco, come un osservatore esterno che non ha alcuna opinione pregressa.

2° tappa: credenza attuale – Riguarda la presa in considerazione della credenza limitante.

3° tappa: apertura al dubbio – È la posizione in cui si analizzano sia gli aspetti negativi che quelli positivi. Ci sono, infatti, aspetti funzionali anche nelle credenze limitanti, e sarebbe utili conservare questi aspetti, lasciando andare tutto il resto.

4° tappa: museo delle vecchie credenze –  Si tratta dell’immaginare un luogo dove sono conservate tutte le cose che credevi vere ed ora sai che sono false (ad esempio il fatto che Babbo Natale esiste). In questo luogo puoi immaginare di inserire la tua convinzione limitante. Per fare questo ti propongo di rilassarti e dedicarti per dieci minuti ad un piccolo esercizio di immaginazione in cui esegui questa operazione.

5° tappa: credenza desiderata – In questo punto si prende in considerazione la credenza potenziante: tutto ciò che la conferma come vera, quanto ti risulterà utile, tutte le opportunità che potrai avere nel momento in cui sarà completamente tua.

6° tappa: disposto a credere –  Si tratta della fase del percorso in cui si riflette su ciò che si pensava irrealizzabile e invece si è realizzato. Inoltre, così facendo, si crea un ponte che facilita l’accettazione della credenza potenziante.

7° tappa: luogo sacro – Qui si fa una cosa simile a ciò che si è fatto nel museo delle credenze. Anche in questo caso ti consiglio di prenderti un po’ di tempo per te, per rilassarti e lasciarti andare all’immaginazione. Ciò che devi visualizzare, infatti, è un luogo che conserva tutte le credenze che sai essere assolutamente vere (ad esempio che il sole sorge all’alba e tramonta la sera), dove puoi inserire la credenza potenziante.

 

Questa è una tecnica che utilizzo spesso con i miei coachee e ti assicuro che ha sempre avuto un ottimo successo. Proprio per questo mi piacerebbe che tu cominciassi ad usarla (tanto su te stesso, quanto sui tuoi coachee).

In fondo tutti noi abbiamo credenze che, come catene, ci permettono di fare qualche passo ma all’improvviso ecco che ci impediscono di andare avanti. Quello che ho voluto condividere con te oggi è uno strumento che permette di spezzarle e di essere libero di andare come vuoi.

Mi raccomando fammi conoscere i tuoi risultati e, nel caso, se hai avuto delle difficoltà, ti risponderò velocemente per aiutarti a superarle.

Infine, se vuoi approfondire questi argomenti, comprendere come funziona la Programmazione Neuro Linguistica e come puoi usarla nel modo migliore, allora clicca qui e scopri il corso per ottenere il primo livello di certificazione ufficiale in PNL.

 

Come la PNL aumenta del 70% i risultati del mental coaching

Gli ultimi studi della British Psychology Society hanno confermato che una prestazione sportiva può migliorare fino al 70% se accompagnata da un lavoro di mental coaching.

Non a caso, ormai più del 30% degli atleti che praticano sport di squadra si rivolgono a professionisti specializzati nel mental coaching per farsi aiutare a raggiungere risultati eccellenti.

L’allenamento mentale, infatti, è una pratica che sta prendendo sempre più piede tra gli sportivi, tanto tra i più noti che tra i meno famosi.

Ma di preciso in che cosa consiste il mental coaching?

La gestione della preparazione di un atleta professionista è una cosa molto complessa, e, come tale, va affrontata su quattro aree distinte:

– tecnica,

– tattica,

– fisico

– mente.

Per spiegare come il mental coaching influisca sul raggiungimento degli obiettivi, trovo particolarmente esplicativa una scena del film Rush, una pellicola sulla rivalità tra i piloti di Formula 1 James Hunt e Niki Lauda. Mi riferisco al momento in cui Hunt ad occhi chiusi visualizza la pista e tutte le minime sfaccettature che gli consentiranno di vincere la gara.

Per quanto possa sembrare qualcosa di semplice, si tratta di un potentissimo esercizio di mental coaching, che proietta la mente dell’atleta alla gara.

Devi sapere (e forse già lo sai) che il cervello umano non sa distinguere tra realtà e immaginazione, quindi è incapace di comprendere se quella visualizzazione è vera o falsa; di conseguenza gestisce le informazioni come se fossero reali. Questo andrà ad influire sullo stato emotivo, dal quale dipende direttamente la prestazione fisica.

La vittoria inizia sempre nella nostra testa, dalla consapevolezza delle nostre capacità e di come queste possano essere sfruttate al meglio per superare eventuali ostacoli.

Il compito del mental coach, quindi, è aiutare l’atleta a tirar fuori il suo meglio fornendogli gli strumenti necessari.

Tra gli strumenti a disposizione del mental coach troviamo sicuramente le innumerevoli tecniche proposte dalla Programmazione Neuro Linguistica.
Un mental coach formato in PNL, infatti, si focalizza sui risultati da ottenere allenando il cervello del coachee a superare i possibili ostacoli che si frappongono tra la situazione attuale e quella desiderata, attraverso molteplici semplici esercizi.

In pratica, la persona deve allenare il suo pensiero in modo da renderlo potenziante rispetto al risultato che intende raggiungere.

Capire come funziona il nostro cervello, infatti, può aiutarci a utilizzare tutte le risorse necessarie al raggiungimento del nostro obiettivo in maniera più ottimale, tanto nello sport quanto nel lavoro, in famiglia come con gli amici.

Nell’allenamento mentale di un atleta che ha subito un infortunio, per esempio, sapere che il nostro cervello non registra il “non”, ci consente di fornirgli esclusivamente dei messaggi in forma positiva ed evitare di utilizzare quella parolina – “non” – che fa sì che il nostro cervello si concentri proprio su ciò che vogliamo evitare.
Si tratta di un’esperienza che facciamo ogni giorno tutti noi, anche se non riflettiamo abbastanza sulle conseguenze del linguaggio che utilizziamo.

Quando, per esempio, qualcuno ci dice “non pensare che andrà male” automaticamente il nostro cervello – che ti ricordo è incapace di registrare il “non” – elabora l’informazione “pensare che andrà male”!

Questo un mental coach lo sa bene e sa usare il linguaggio in modo estremamente preciso, così da comunicare all’attleta messaggi potenzianti, che lo aiutano ad attingere al suo pieno potenziale.

Torniamo di nuovo al nostro sportivo che si è infortunato e pensa a quanto questo possa essere ‘letale’ sentirsi dire dal proprio coach: “Non devi avere paura di infortunarti di nuovo”-

Sarà automatico che il suo cervello penserà all’infortunio da cui è appena uscito, non credi?

E quanto negativamente pensi che questo inciderà sulla sua prestazione?

In ambito sportivo (così come in molti altri settori), per ottenere una prestazione eccellente dall’atleta, il mental coach lo deve portare in uno stato positivo, facendogli visualizzare la sua vittoria, per esempio. Questo inciderà positivamente anche sulla sua fisiologia, sul suo respiro, sulla sua postura e sui suoi movimenti ed in definitiva sulla sua prestazione.

Il cantautore argentino Facundo Cabral una volta ha detto: Non dire ‘non ce la faccio’ nemmeno per scherzo, perché l’inconscio non ha il senso dell’umorismo, lo prenderà sul serio e te lo ricorderà ogni volta che ci proverai”.

Cabral non era certo un mental coach ma aveva compreso esattamente come funziona la nostra mente inconscia.

Il dato di fatto è questo: chi pensa di poter vincere ha già fatto il primo passo per la vittoria!

Oggi come oggi i mental coach più richiesti dal mercato sono quelli specializzati in Programmazione Neuro Linguistica, proprio perché a loro disposizione hanno gli strumenti necessari per poter portare i loro atleti ad un cambiamento così profondo da incidere non solo dal punto di vista mentale, ma anche se tutte le altre aree da cui dipende la propria prestazione.

E tu la conosci la PNL?

Se la risposte è sì, ciò che ti ho detto non sarà affatto nuovo per te e sono certo che, se hai già applicato questa meravigliosa metodologia, hai ottenuto (o hai fatto ottenere) risultati superiori.

Se, invece, vuoi saperne di più sulla Programmazione Neuro Linguistica e su come è possibile applicarla al mental coaching, ti consiglio di venire su questa pagina e scoprire quali sono le tecniche più all’avanguardia!

Il perdono come chiave per il cambiamento personale

Uno dei sentimenti più comuni che proviamo è quello del risentimento e del rancore. E quando proviamo questo genere di sensazioni, ci mettiamo in contatto con delle emozioni negative verso qualcuno, ma che in realtà fanno stare male noi.

Tu puoi provare rabbia, odio, rancore, fastidio, repulsione o risentimento verso qualcuno, puoi investire gran parte della tua immaginazione per visualizzare tutte le cose che gli faresti, tutte le cose che gli diresti; puoi passare ore intere a inventare eventuali discorsi in cui gli dici quello che pensi, in cui lo ferisci verbalmente (o addirittura fisicamente) eppure, mentre fai questo, la persona in questione ne è completamente indifferente.

Tu sprechi la tua energia mentale, ti logori con tutte le emozioni negative possibili, mentre l’altra persona…

… bè, altra persona continua a fare tranquillamente la propria vita, completamente indifferente.

Ed è su questo che vorrei tu portassi la tua completa attenzione: tu continui ad avere un legame con la persona in questione, mentre tale persona evidentemente non ce l’ha più.

Spesso sento persone che dicono di voler raggiungere un determinato obiettivo solo per dimostrare a qualcuno che si sbagliava. Più volte ho parlato con clienti incredibilmente condizionati da genitori, compagni di classe, insegnanti, colleghi e che se prendevano certe decisioni lo facevano solo “Perché così capisce che aveva torto”, oppure: “Perché così posso dargli un bello schiaffo morale”.

Insomma, senza neanche rendercene conto non solo le nostre emozioni ma anche le nostre decisioni in questi momenti non vengono stabilite da noi.

Detto questo, comincia a prendere in considerazione il perdono non più come l’atto caritatevole al quale siamo abituati, ma ad un atto egoista, attraverso il quale è possibile liberarsi da questo condizionamento, così come dalle emozioni negative che lo rendevano possibile.

Quando perdoni qualcuno, infatti, recidi definitivamente il legame che vi teneva uniti e, di conseguenza, la possibilità di essere ancora influenzato da quella persona, anzi, addirittura accetti quella persona.

Con questo non dico che se una persona ti ha ferito la devi perdonare e riprendere la relazione che avevi con lui, assolutamente. Affronta il perdono come un elemento che ti restituisce la libertà di essere tu l’unico artefice delle tue emozioni e delle tue decisioni.

Se poi con quella persona vorrai ancora averci a che fare sarà una tua decisione, ciò che importa davvero è che, nel caso, la relazione andrà a fondarsi non più su quelle sensazioni negative, ma su una base nuova, completamente diversa.

Adesso, non voglio che tu inizi a perdonare tutti quelli che ti hanno fatto del male, ma che cominci a pensare al perdono come l’atto egoistico che ti libera da ciò che ti fa stare male.

Questo radicale cambio di paradigma può esserti incredibilmente utile, per privare del potere queste persone che, anche solo indirettamente, guidano le nostre azioni, riprendendo la libertà di essere tu l’unica persona a decidere della tua vita, così come la libertà di stabilire che tipo di emozioni provare.

Questa idea non è mia ma deriva da una pratica dei Kahuna hawaiani, chiamata Ho ‘Oponopono. Secondo questa tecnica è possibile la risoluzione dei conflitti e la riconciliazioni (con sé stessi come con gli altri) attraverso il perdono.

L’idea alla base di Ho’oponopono scaturisce dal significato stesso della parola, arrivata fino a noi, appunto, dalla cultura Hawaiana. Tradotto Ho’oponopono significa “mettere le cose al posto giusto” o, in termini più semplici, aggiustare le cose.

Ognuno di noi ha delle cose da mettere a posto,e Ho’oponopono non solo è un modo per aggiustare praticamente qualsiasi cosa si possa immaginare, ma è anche così facile da usare che non c’è nessuna ragione per non avvantaggiarsi di questa tecnica così potente.

Il concetto basilare dietro Ho’oponopono richiede prima di tutto il rendersi conto della verità immutabile che la propria intera esistenza nasce da dentro, non dall’esterno.

John Assaraf ha espresso perfettamente questo concetto durante i suoi insegnamenti nel film The Secret. John dice: “Non esiste il là fuori o il qui dentro”.

Tutto quello che vedi, ascolti, senti, odori, tocchi, pensi, ricordi, ti provoca una reazione emotiva, che sei sempre tu a creare. Ognuna di queste cose esiste perché a qualche livello sei tu a volere che esistano, e questo ci riporta a Ho’oponopono.
Se tutto ciò che percepisci nel mondo esiste perché tu lo percepisci, prova a immaginare quale meraviglioso potere hai nelle tue mani?

Immagina solo come sarebbe se potessi cancellare dalla tua vita ogni rancore, qualsiasi risentimento: non sarebbe bellissimo?

E allora perché non cominci a farlo già da ora?

Quindi è possibile che ti stia domandando: ma come si pratica questa tecnica?

Te lo dico subito!

Quando si presenta un’emozione che ti disturba, come ad esempio rabbia, rancora, fastidio, fermati e recita la frase che segue:

“Mi dispiace – Ti prego, perdonami – Grazie – Ti amo”

E’ tutto qui! Devi solo recitare questo mantra. Ci sono diverse scuole sull’ordine della pronuncia e c’è chi preferisce pronunciarlo il inglese, a mio avviso non è importante. In Zero Limits

e nel dvd dell’Ho’oponopono, Joe Vitale spiga perfettamente l’importanza di queste affermazioni:

mi dispiace aiuta a focalizzarsi sul problema e a chiedere scusa;
– ti prego perdonami è un ulteriore passo che aiuta a lasciare andare la rabbia o il rancore;
– grazie è una delle parole magiche che aiuta l’abbondanza e fa aumentare la nostra vibrazione;

ti amo dona amore alla situazione, persona, oggetto che stiamo trattando.

Nel momento in cui lascia andare le emozioni negative, perdonando, ringraziando e amando riceverai quello che lo stesso Joe Vitale definisce idee ispirate; cioè le idee che ti portano fuori dalla tua zona comfort e che ti permettono di cambiare la tua vita e concretizzare i vostri sogni.

Sinceramente credo che questa tecnica possa essere integrata in modo eccellente all’interno di una sessione di coaching. Sia quando si pratica il coaching con un coachee, sia quando si fa una sessione di auto-coaching.

Se, invece, vuoi conoscere altre tecniche di coaching, clicca qui e scopri la nuova frontiere del coaching.

Come sopravvivere allo stress

I periodi di festa risultano sempre essere molto stressanti. Da alcune ricerche, infatti, si è scoperto che la maggior parte delle crisi familiari avvengono in queste occasioni, e questo è dimostrato anche dal numero di richieste di separazione, che aumentano nel periodo immediatamente successivo.

È inutile girarci attorno, le festività ci trascinano fuori dalla nostra quotidianità e ci offrono più tempo da passare con le persone care. Ed è proprio a causa di tutto questo tempo che non possiamo fare a meno di tutte quelle cose che ci infastidiscono. Contemporaneamente tutte quelle tensioni che erano state messe da parte per mancanza di tempo, possono finalmente balzare allo scoperto.

Proprio per questo ho deciso di condividere con te alcune idee che ti aiuteranno a gestire meglio lo stress post vacanze..

Si tratta di una serie di strategie che ti metteranno nella condizione di controllare meglio lo stress e sopravvivere alle tensioni.

Sei pronto a scoprirle.

  1. Fai attenzione a quello che mangi

Evita di ingurgitare meccanicamente del cibo, e scegli con cura ed attenzione cosa portare alla bocca ed allo stomaco. Prima di sedere a tavola, informati sulle portate che verranno servite e decidi preventivamente cosa mangiare e cosa invece lasciare da parte. Appesantirti con cibi grassi e bevande alcoliche, servirà solo a stordirti e affaticarti tanto fisicamente quanto mentalmente. Non solo per qualche ora, ma spesso addirittura per dei giorni. Ovviamente non ti sto dicendo di metterti a dieta, voglio solo metterti in guardi dall’ingurgitare incondizionatamente tutto quello che ti viene messo nel piatto.

  1. Fai un po’ di movimento

L’esercizio fisico è una vera e propria manna contro lo stress, le tensioni e ogni genere di malanno.

Si certo, sei reduce da un periodo di lavoro molto stancante e senti di aver bisogno di riposare.
Tuttavia ti posso garantire che recupererai le forze molto più velocemente dedicandoti ogni giorno ad almeno mezz’ora di attività fisica.

  1. Pratica la meditazione

Un altro modo per tenere a bada lo stress natalizio è la meditazione. Si tratta di una pratica che offre molti benefici, sia dal punto di vista fisico che mentale: migliora il rapporto tra i due emisferi cerebrali, aumenta il livello delle difese immunitare, aiuta ad avere un più alto livello di energia, ed è – manco a dirlo – un ottimo modo per gestire lo stress e sentirsi più calmi.

  1. Sii generoso

Nel momento in cui nutri aspettative verso il prossimo, inevitabilmente apri un varco anche alla possibilità di ricevere delusioni e frustrazioni. Il miglior modo per godere delle feste, delle conversazioni, delle presenze e di tutto ciò che gravita nel rutilante ingranaggio natalizio, è proprio quello di offrire senza aspettarti nulla in cambio. Offrire per il piacere di donare, indipendentemente da quello che potrà o meno tornare. Lascia che ogni tuo gesto sia essenzialmente per te, per il tuo desiderio di dare ed essere al tuo meglio, e rimettiti dal chiedere o pretendere. Tornerà a te quel che è giusto che sia, e tanto basti alla tua serenità. So bene che un consiglio del genere può sembrare eccessivamente buonista, ma la realtà è che così in primo luogo coltiverai il tuo benessere.

  1. Pratica la gratitudine

Magari quest’anno ti sei ritrovato a scartare sotto l’albero la sorpresa di una relazione naufragata, di un lutto familiare improvviso e inaspettato, o una serie di difficoltà economiche che lasciano spazio solo a numerosi pensieri. Ora più che mai, ricorda che non sei solo… e che non sei chiamato ad affrontare alcun problema da solo.

Quando persone che si trovano in questa situazione mi contattano per una sessione di coaching chiedendo il mio aiuto, spesso faccio loro queste domande:

  • Con quale persona cara puoi condividere le tue preoccupazioni?
  • Quali braccia puoi stringere in segno di conforto e autentica affettività?
  • Chi desideri accolga il privilegio di ascoltarti, sostenerti e starti vicino?

Indubbiamente alcuni imprevisti (malgrado luci e strenne in ogni dove attorno a te) potrebbero rendere il periodo non dei migliori.
Tuttavia se desideri attingere energie utili ad affrontare meglio i tuoi problemi, è doveroso che inizi a concentrarti su qualcosa che sia assolutamente migliore rispetto quei problemi.

Certo, le feste possono essere stressanti ma bisogna anche ricordare che sono il momento in cui possiamo trascorrere tempo con le persone che amiamo, per ricordare ciò che è davvero importante e che spesso finisce seppellito sotto la monotonia dei giorni di lavoro, nel tran tran del traffico nell’ora di punta. E benché a volte chi amiamo è proprio la persona che maggiormente è in grado di stressarci… tanto vale ricordare perché amiamo quelle persone, perché sono importante per noi.

Certo, è difficile riuscire sempre a gestire il proprio stato emotivo. Proprio per questo, se hai bisogno di un ulteriore aiuto, ti consiglio di venire a dare un’occhiata a questa pagina.

 

Il segreto della ricchezza in dieci abitudini

Il rapporto con il denaro è estremamente importante. Alcuni pensano che il denaro sia ‘sporco’ o negativo. Ma è la mente di chi lo usa a dargli una qualità: posso usarlo per comprare delle armi e uccidere delle persone; così  come posso usarlo per comprare delle medicine e salvare una vita umana.

Si dovrebbe pensare al denaro come ad una forma di energia, che può essere utilizzata in qualsiasi modo. In qualità di energia, il denaro affluisce nella nostra vita in modo direttamente proporzionale al tipo di rapporto che abbiamo con esso. Ad esempio, esistono persone che accedono al denaro con una facilità incredibile; allo stesso modo ne esistono altre che hanno sempre problemi finanziari. Ma il denaro rispecchia il modo in cui interagiamo col prossimo, con la nostra capacità di ricevere e di dare. Non si trattano solo di pezzi di carta o di metallo, non si tratta di dover far quadrare i conti a fine mese… si tratta di qualcosa di molto più complesso e non meno importante degli altri elementi che fanno parte dell’esperienza dell’esistenza.

Infatti i veri problemi connessi ad esso derivano dal considerarlo il fine, e non il mezzo che permette di accedere a delle esperienze che si desiderano.

Quando paghi i tuoi debiti, ad esempio, fallo con la consapevolezza che il tuo gesto permette alle altre persone di vivere. Un’attitudine molto importante consiste nel non criticare chi possiede molto denaro. Spesso vediamo persone che ostentano ricchezza: macchine di lusso, tre o quattro appartamenti e… pensiamo ce con tutti quei soldi si potrebbero risolvere tanti problemi!

Questo atteggiamento è autodistruttivo!

Ma esaminiamo un po’ di credenze negative sul denaro:

– Il denaro non da la felicità

– Chi è troppo ricco è infelice

– Il denaro è difficile da guadagnare

– Il denaro scompare facilmente

– La ricchezza porta sfortuna

Queste sono solo alcune delle credenze negative sul denaro. Se ti rendi conto di averne qualcuna, ti consiglio di leggere questo articolo, in cui ho segnato in modo esatto una tecnica di PNL per cambiare le proprie convinzioni sul denaro. E per un motivo molto semplice: la presenza di una sola di queste idee è alla base di un approccio sbagliato col denaro, che impedisce di goderne a pieno o di guadagnarne quanto si vuole.

Proprio per questo vorrei parlarti di Tom Corley. È  l’autore del libro bestseller “Rich Habits”, e negli ultimi 5 anni ha osservato e documentato le attività quotidiane di 233 multi-milionari e di 128 persone in difficoltà economiche. Nel corso del suo “esperimento sociale”, Corley ha individuato più di 200 attività che i ricchi compiono ogni giorno e che sono invece tralasciate da tutti gli altri.

Queste attività non sono la conseguenza di un diverso stile di vita. Ti sorprenderà quello che sto per dirti: queste attività, a costo zero, sono alla base della loro ricchezza.

Possiamo ricondurre queste azioni a 10 abitudini. Scopriamole insieme:

  1. Definisci i tuoi obiettivi e focalizzati su uno alla volta

E’ molto importante avere degli obiettivi chiari perché sapendo cosa si vuole raggiungere ci mette già in un’ottima posizione di partenza. I 2/3 dei multi-milionari definisce e mette per iscritto i propri obiettivi, contro 1/5 dei meno abbienti. 8 ricchi su 10 inoltre si focalizzano su di un solo obiettivo alla volta; al contrario quasi 9 su 10 delle altre persone disperde la propria attenzione su più progetti contemporaneamente.

  1. Scrivi le tue attività giornaliere in una to-do list

Definire un obiettivo non basta; se vuoi davvero raggiungerlo, devi focalizzarti ogni giorno sulla tua lista delle attività da fare. L’81% dei ricchi gestisce le proprie attività quotidiane grazie ad una to-do list. Solo il 19% dei poveri lo fa e spesso si tratta di cose poco rilevanti.

  1. Svegliati 3 ore prima di entrare in ufficio

Il 44% dei benestanti si sveglia mediamente 3 ore prima di iniziare a lavorare. Tra i meno ricchi, questa abitudine è adottata solo dal 3% degli intervistati. Come puoi impiegare queste ore? Facendo quello che ti fa star bene.

  1. Mangia meno di 300 calorie di schifezze al giorno

Dagli studi di Corley risulta che il 97% del persone meno abbienti mangia regolarmente più di 300 calorie al giorno di cibo spazzatura. Al contrario, più del 70% dei milionari è attento alla propria dieta e mangia cibi “off-limits” per meno di 300 calorie al giorno. Questione di budget? Non è così. Il gruppo di persone “povere” era comunque in grado di soddisfare tutti i propri bisogni primari, ne deriva che le scelte alimentari erano fatte più per assecondare l’effimero piacere dato da qualche junk-food. Indagando più a fondo si scopre che i due gruppi hanno atteggiamenti mentali diametralmente opposti rispetto al cibo. I primi considerano il cibo per quello che è: “benzina” per mente e corpo; più la benzina è di qualità e migliore è la loro qualità di vita. I secondi vedono invece nel cibo un piacere rifugio in cui affogare le proprie frustrazioni quotidiane.

  1. Leggi 52 libri all’anno (libro più, libro meno)

L’88% dei milionari intervistati legge libri formativi per almeno 30 minuti al giorno. Questa stessa abitudine è adottata da appena il 2% delle persone in difficoltà economiche, che però non rinuncia (nel 77% dei casi) a guardarsi ogni giorno almeno un’ora di TV.

  1. Allenati almeno 4 volte a settimana

Il 76% dei milionari intervistati fa esercizio aerobico almeno 4 volte a settimana. Inizia con un semplice programma di allenamento casalingo, sul web c’è molto materiale.

  1. Parla meno ed agisci di più

Dalle interviste condotte da Corley emerge che appena il 6% dei multi-milionari sparla, ovvero racconta a tutti cosa sta passando nella propria mente o quali sono i suoi progetti per il futuro. Al contrario il 69% delle persone che ha avuto meno successo ama chiacchierare di tutto e di più.

  1. Cambia le tue convinzioni sulla fortuna

Più del 90% dei meno abbienti è  convinto che ricchezza e povertà sia solo una questione di fortuna o sfortuna. L’84% di chi ce l’ha fatta riconduce invece il proprio successo alle buone abitudini. 

  1. Smettila di giocare alle lotterie

Meno soldi abbiamo e più aggrappiamo le nostre speranze di benessere finanziario ad un evento fortunato. Ecco allora spiegato quel 52% di persone in difficoltà economiche che, nonostante tutto, “brucia” il proprio stipendio scommettendo nel gioco d’azzardo. Investi i soldi, che spenderesti nel gioco d’azzardo, in “semi” che possono darti dei “frutti duraturi”. 

  1. Mantieni i contatti con le persone care.

L’80% delle persone abbienti mantiene regolari contatti con le persone più care, contro l’11% dei meno ricchi. Quindi, trova sempre un motivo per fare quella telefonata e non mancare a quella cena in famiglia!

Tutti questi processi agiscono a più livelli (fisico, mentale ed emotivo) e sono un vero e proprio motore propulsivo che attiva una serie di processi inconsci che ti guidano lì dove desideri. E se sei pronto a praticarle, allora è molto probabile che sei anche pronto a prendere il pieno controllo di tutte le potenzialità, per questo ti consiglio di cliccare su questo link e scoprire il nuovo percorso verso l’eccellenza.