Sei a corto di motivazione? Esegui l’upgrade!

Crearsi un forte motore per la motivazione è qualcosa che ognuno di noi dovrebbe fare più volte nell’arco della sua vita. Più, infatti, si viaggia per raggiungere quel luogo così tanto sognato e più arriva la stanchezza. Questo non significa che il viaggio non sia piacevole, ma che i piccoli problemi che si possono incontrare lungo la strada, le difficoltà che fanno rallentare possono rendere necessario un “upgrade della propria motivazione”.

In questo articolo voglio proporti un modo efficace e semplice per poter aggiornare tutte le volte che vuoi la tua motivazione.

Il primo passo, quindi, per creare questa “app mentale” è quello di focalizzarsi sul tuo intento più grande.

Se sei già pratico di PNL probabilmente saprai che “intento più grande” è una nominalizzazione; cioè, per i non addetti ai tecnicismi, si tratta di un insieme di parole che vogliono significare tutto e niente, che non hanno un corrispettivo oggettivo, al punto tale che persone diverse possono interpretare quelle stesse e identiche parole in modo differente.

Quello che intendo con “intento più grande” è il tuo più grande obbiettivo nel lungo periodo.

Ok, la definizione è un po’ più chiara ma ancora nebbiosa. Quindi specifichiamo ancora di più. Il tuo intento deve essere:

1)      Proiettato molti anni in là nel futuro

2)      Grandioso

3)      Realistico

4)      Appassionante

5)      Buono non solo per te ma anche per gli altri

Il tuo motore per la motivazione, infatti, non può essere una cosa da poco, ma deve essere qualcosa che ti fa vibrare, ti eccita, di fa sentire appassionato, davvero vivo, al posto giusto e al momento giusto. Il tuo motore per la motivazione deve essere la molla che ti fa svegliare al mattino, che ti fa fremere dal desiderio di percorrere ogni giorno almeno un passo verso la direzione che ti sei prefissato. Infine, deve essere così potente da trainare qualsiasi tua attività quotidiana.

Lo so, detto così non sembra affatto facile. Per questo voglio analizzare con te le cinque caratteristiche di sopra, così da guidarti passo dopo passo al tuo upgrade motivazionale.

 

  1. Proietta il tuo intento molti anni in là nel futuro

Ti chiedo di fare questo esperimento: chiedi a dieci persone diverse cosa vogliono. Resterai sorpreso nel notare che almeno sette di queste ti risponderanno iniziando più o meno così: “Allora… in primo luogo non voglio più…

Se accade questo è perché la frenesia di tutti i giorni (per non dire i piccoli problemi quotidiani) si frappongono molto spesso con ciò che desideriamo davvero. Ti faccio un esempio pratico: immagina un ragazzo che vuole laurearsi ma deve lavorare per mantenersi, gli viene offerto un lavoro per un anno pagato discretamente. Poiché è abituato ad avere la necessità di mantenersi gli studi la sua attenzione è proprio su quel punto, così, quando ha l’occasione di guadagnare di più, ecco che ci si getta a capofitto. Ma alla fine dell’anno cosa succede? Probabilmente avrà dato molti meno esami del previsto e in buona parte dei soldi guadagnati se ne andranno in tasse universitarie. Così, ecco che quella che sembrava essere una buona idea, analizzando i fatti, è stato un investimento a perdere dal punto di vista economico, del tempo e delle energie.

Quando, invece, ti proietti molto in là nel futuro, ecco che le necessità del presente svaniscono e puoi concentrarti su ciò che vuoi davvero.

Quindi, come rendere tutto questo pratico?

Quando definisci il tuo intento più grande, programmalo almeno dieci o venti anni nel futuro; immaginando, ovviamente, un futuro roseo, in cui hai ottenuto ciò che desideri davvero.

 

  1. Il tuo intento deve essere grandioso

Questo punto è semplice ma non hai idea di quante persone lo sottovalutino. Ci sono persone a questo mondo che sono abituate a pensare in grande, altre che – per svariate ragioni – temono nel fare una cosa del genere; spesso perché non si credono all’altezza, o perché l’ambiente che li circonda ha trasferito loro il concetto che “pensare in grande è da arroganti” o “pensare in grande è solo un modo per deludersi”.

Tempo fa qualcuno ha detto: “Punta alla Luna. Se non centrerai il bersaglio almeno finirai tra le stelle”.

Ed è una cosa che mi piacerebbe che tu tenessi bene a mente perché, in primo luogo, ti fa comprendere quanto il tuo intento deve essere così grandioso da farti emozione (se questo non accade, lascia stare, probabilmente non è quello che vuoi davvero); in secondo luogo perché se ti prefissi di raggiungere 100 e qualcosa andrà storto forse arriverai a 80, nel peggiore dei casi a 60… peggio del peggio a 50. Ma se ti prefiggi di raggiungere 50 l’unico modo per farcela è che tutto vada nel migliore dei modi, senza intoppi, senza difficoltà, senza problemi, senza mai alcun calo di performance. Il che è quantomeno improbabile.

 

  1. Il tuo intento deve essere realistico

È certamente bello sognare ma siamo tutti consapevoli che il sogno è un qualcosa che svanisce al mattino. Sappiamo tutti che il sogno esiste unicamente quando abbiamo gli occhi chiusi. Non è reale. E dicendo questo non voglio essere negativo, voglio semplicemente farti riflettere sul tipo di linguaggio che usi. Se pensi che il tuo intento più grande sia un sogno, almeno una parte di te saprà che non è realizzabile. Ma se cominci a pensare al tuo sogno come una realtà che aspetta solo il tempo e il tuo agire per realizzarsi, ecco che la tua motivazione sarà molto più potente e trainante.

Se questo ti dovesse risultare difficile, il mio consiglio è quello di prendere in considerazione se hai delle eventuali convinzioni limitanti circa questo tuo intento. In questo caso, informati: cerca tutto quello che è disponibile su persone che sono riuscite ad ottenere ciò che desideri anche tu. In questo modo potrai confermare come reale ciò che desideri, ma avrai a disposizioni anche una serie di esempi, da cui puoi imparare, anche solo per evitare gli errori commessi da loro.

 

  1. Il tuo intento deve essere appassionante

Nel corso della tua vita ti toccherà spesso di fare cose che non ami, proprio per questo il tuo intento deve essere la cosa che ti appassiona di più. Deve essere così emotivamente coinvolgente da darti la forza di fare anche le cose non particolarmente motivanti. Deve essere così coinvolgente da metterti nella condizione di pagare qualsiasi prezzo pur di raggiungerlo.

 

  1. Il tuo intento deve essere positivo anche per gli altri

Già Antony Robbins, nella sua teoria dei sette bisogni fondamentali, definiva l’aiutare gli altri come uno dei bisogni più potenti degli esseri umani. Il sapere che il tuo intento non è solo qualcosa che soddisfa il tuo ego, ma è in grado di risuonare positivamente anche all’interno del tuo ambiente circostante. A tale riguardo Robert Dilts parla di allineamento tra vision, mission, ambition. Per vision intende “come secondo te è giusto che dovrebbe andare il mondo”, per missionche cosa fai di concreto, nel tuo piccolo, per far andare il mondo in quella direzione”, l’ambition infine è “tutto ciò che soddisfa il tuo ego mentre porti avanti le altre due”. Dilts aggiunge anche che quando questi tre elementi sono perfettamente allineati si è in grado di sprigionare lo stesso carisma dei grandi leader.

Proprio per questo, il mio consiglio è quello di prenderti un’oretta di tempo per riflettere attentamente su questi cinque punti, così da mettere per iscritto il tuo intento più grande.

Una volta fatto questo rivedilo ogni giorno e poniti queste domanda:

  • In che modo ciò che faccio mi avvicina al mio intento più grande?
  • Che cosa posso fare oggi per avvicinarmi al meno di un passo al mio intento più grande?

Se ti rendi conto che ciò che fai non è utile a tutto questo, allora comincia a creare una strategia che ti consenta di allinearti di nuovo alla tua motivazione.

Sarò sincero, il processo che ti ho delineato fino ad ora è un esercizio estremamente potente. Non ti chiedo di fidarti di me, ma di mettermi in dubbio e, proprio per questo, sperimentare e farmi conoscere i tuoi risultati.

Infine, se ritieni che questo articolo possa essere utile per qualcuno che ti è caro condividilo, così che anche lui possa trovare nuovi spunti.

Energie: come evitare di disperderle

Con questo articolo (dal titolo così ambizioso) mi piacerebbe guidarti ad allineare i tuoi comportamenti a ciò che vuoi davvero.

In questo modo, una volta che hai stabilito ciò che desideri (questa è la parte più difficile del processo, anche perchè spesso si confondono gli obblighi sociali con i bisogni personali) dovrai semplicemente mantenere la coerenza con il tuo agire rispetto all’obiettivo proposto.

Sembra facile a dirsi e quasi banale come considerazione, ma sono proprio i comportamenti disallineati rispetto all’obiettivo a tenerti lontano da ciò che vuoi.

Non hai idea di quante persone incontro ogni giorno che si lamentano perché vorrebbero un lavoro, eppure non fanno nulla per procacciarsene uno o rifiutano tutte le proposte professionali.

Troppe volte assistiamo alle lamentale di persone che vorrebbero vivere una relazione stabile e duratura, ma continuano a restare in rapporti ambigui e con nessuna probabilità di continuare nel tempo.

E forse anche tu avrai incontrato persone che si chiedono come mai, pur desiderandolo ardentemente, non riescono a smettere di mangiare, di fumare, di procrastinare, di avere delle dipendenze, ecc..

Questo accade perché la volontà non basta.

Ed anche perché chiudere gli occhi invocando l’intervento dell’Universo, affinché ti faccia cadere in braccio dal cielo il partner perfetto o il lavoro dei tuoi sogni, non basta.

Detto in soldoni, non puoi sperare che il tuo corpo si rassodi per magia; non troverai l’amore della tua vita restando sempre chiuso in casa; così come difficilmente otterrai rispetto dagli altri se non sei tu in primis a rispettare te stesso. Le persone che ottengono ciò che vogliono non sono migliori delle altre, sono solo più abili nel tenere a mente dove vogliono andare e fare tutte le azioni necessarie.

Facciamo un esempio: immaginiamo che tu voglia laurearti. Questo è l’obbiettivo verso il quale ti chiedo di fissare l’attenzione senza perderlo di vista.

Continua a fissare il tuo obiettivo e immagina che arrivi un demone sotto forma di pensiero limitante. Potrebbe essere un pensiero del tipo: “Ehi, ma che fai, hai 28 anni e ancora non sei laureato, ma perché non ti cerchi un lavoro?”

“Diamine” ti dici. “E’ vero: devo cercarmi un lavoro altrimenti come faccio a mantenermi?”

Se non guardi più al tuo focus è possibile che trovi un lavoro che sottrae tempo agli studi. Rimanderai allora gli studi rendendoti però conto che il lavoro non è sufficiente a mantenerti.

E questo accade perché ti starai barcamenando tra più focus. E le tue azioni saranno disallineate rispetto a ciò che vuoi veramente.

La stessa situazione di empasse decisionale può verificarsi in ambito sentimentale.

Immaginiamo che tu provi attrazione per Maria. Maria ti piace proprio, la trovi bella e pensi a lei ogni giorno. Poi Incontri Giorgia ed anche Giorgia ti piace molto.

Ecco ora sei in una situazione in cui vuoi sia Maria che Giorgia e non sai come fare per scegliere. Più avanti conosci Eleonora e ti rendi conto che ti piace anche lei.

Indeciso, cominci tre relazioni con tutte e tre. Ma non sei contento perché senti che la tua energia si disperde verso almeno tre obiettivi. Un giorno così ti accorgi che fai un passo verso l’obiettivo A (costruire un futuro d’amore con Maria), un giorno verso B (verso il futuro con Giorgia), un altro giorno verso C (verso appunto Eleonora).

Tutte le volte in cui senti che stai disperdendo energia è perché ti stai distraendo dal focus originario, ovvero da ciò che vuoi davvero.

Con questi due esempi non voglio invitarti a laurearti presto né ad avere delle relazioni monogame, ma imparare ad ascoltarti per stabilire cosa vuoi davvero per poi individuare il tuo focus personale.

Quando hai lo sguardo sull’obiettivo senza farti distrarre da altro, l’obiettivo non è più così lontano, ma ti appare vicino, così vicino da accorgerti che tu sei l’obiettivo. E ne puoi già celebrare la vittoria.

Rapport: come approfondire il rapporto col tuo coachee

Nel precedente articolo ti ho parlato di come è possibile creare empatia attraverso il rispecchiamento, ma quella non è l’unico modo in cui è possibile ottenere questo effetto.

Ma facciamo un attimo un breve ripasso: attraverso il rispecchiamento assumiamo una posizione identica e speculare a quella del nostro interlocutore e, nel fare questo, attiviamo una serie di meccanismi che permettono a lui di percepirci simile e a noi di accedere ai suoi stati emotivi.

Ma oggi voglio andare un po’ più in profondità.

Forse ti sarà capitato di incontrare qualcuno e renderti conto che dopo pochi minuti già eravate sulla stessa lunghezza d’onda, al punto tale da parlare con una schiettezza che raramente riservi alle persone appena conosciute.

Bene, se questo è accaduto è perché in qualche modo siete andati in rapport con valori e credenze.

Ok, mi rendo conto che quest’ultima frase potrebbe non essere particolarmente chiara, quindi andiamo subito a specificare qualche definizione.

Credenze: tutto ciò in cui una persona crede e ritiene importante.

Valori: gli elementi profondi che ci motivano all’azione.

Credenze e valori sono fortemente collegati tra loro. Infatti se una persona ti dice “Credo che la libertà sia la cosa più importante” esprime qualcosa in cui crede, ma allo stesso tempo sta anche mostrando un suo valore fondamentale.

Capire cosa crede il nostro coachee, quali sono i criteri che lo governano e quali sono i suoi valori di vita, ci permette di conoscere la mappa del suo mondo. Infatti ogni persona percepisce la realtà in modo soggettivo, in base a dei veri e propri filtri cognitivi. Proprio per questo la condivisione di credenze e valori è fondamentale per creare empatia.

A questo punto possiamo farci la vera domanda: ma come facciamo a comprendere le credenze e i valori del nostro coachee?

Molto spesso è proprio lui a rivelarceli nel corso della conversazione. In questo casa è necessario semplicemente utilizzare un ascolto attivo nei suoi confronti. Ma, nel caso in cui questi non dovessero emergere spontaneamente, possiamo operare così:

  • Praticare il rispecchiamento per creare un maggior senso di fiducia.
  • Procedere ponendo una domanda diretta.

Qui di seguito voglio segnarti alcune domande che puoi usare per aumentare la fiducia ed estrarre valori e credenze.

  • Di solito cosa ti motiva?
  • Cosa è davvero importante per te?
  • Cosa ti fa alzare dal letto ogni mattina?

Una volta estratti i suoi valori e credenze dobbiamo fare un profondo atto di consapevolezza, domandandoci: quali di questi valori e queste credenze condivido e in che modo?

Porsi questa domanda ci serve per evitare uno dei classici errori che commette chi ha poca esperienza: mostrare al coachee valori e credenze nei quali non crediamo davvero. A meno che tu non sia un attore che ha passato anni tra palcoscenici e pellicole, mentire ti farà percepire solo falso e questo andrà a minare qualsiasi fiducia.

Invece ciò che devi mostrare sono esattamente i valori e le credenze che condividi anche tu, che senti davvero tuoi e in cui ti riconosci. Quando fai questo ecco che il tuo coachee prova un senso di soddisfazione e armonia.

I valori e le credenze sono estremamente importanti per ognuno di noi, in quanto sono alla base per le scelte che faremo. Non a caso, gli obiettivi che ci poniamo nella vita sono proprio un’espressione di questi importanti elementi interiori.

A questo punto, però, tocca a te: esci, scendi in strada, parla con le persone, scopri i loro valori, le loro credenze e nota cosa accade quando entri in empatia con loro. Questo è forse il training più efficace possibile e renderà le tue abilità sempre più affinate.

Oppure puoi iniziare il tuo percorso di crescita professionale proprio oggi cliccando qui

Impara anche tu ad entrare immediatamente in empatia con chiunque

Il primo passo per iniziare una sessione di coaching è instaurare una relazione profonda con il suo coachee creando empatia.

La Programmazione Neuro-Linguistica e l’Ipnosi basano ogni loro singola procedura su questo principio: l’empatia.

Ma prima di andare avanti, concentriamoci un attimo su questo termine, empatia: esso indica la capacità di provare gli stessi sentimenti di un altro individuo.

Tutti gli esseri umani sono dotati di questa capacità (tranne soggetti affetti da gravi psicopatologie), che è fondamentale non soltanto per ogni singola persona, ma per l’intera società. L’empatia, infatti, è ciò che rende possibile la socializzazione, la condivisione di pensieri e di emozioni, e rende possibile l’insorgere di quel sentimento che ci spinge a prenderci cura di un’altra persona.

Per fare questo in PNL si usa il Rispecchiamento (mirroring): si tratta dell’assumere una postura uguale e speculare a quella del nostro interlocutore.

Quando facciamo questo accadono due cose molto interessanti:

  • La persona che abbiamo di fronte ci percepisce simile a lui, e questo perché la sua mente subconscia legge il nostro “assumere la sua stessa posizione” come un indice di similarità. Insomma, è un po’ come se pensasse: “Questa persona si muove come me, quindi è simile a me, di conseguenza posso fidarmi di lui”.
  • Chi usa il rispecchiamento riesce ad accedere in parte agli stessi stati emotivi dell’interlocutore. E questo perché ad ogni determinata posizione equivale un preciso assetto mentale. Questo ci mette nella posizione di comprendere molto più profondamente la persona che abbiamo di fronte.

Proprio in relazione al secondo punto, Robert Levenson, psicologo della California University di Berkeley, ha dimostrato proprio come l’empatia abbia una base fisiologica. Per fare questo ha condotto una serie di studi su coppie, alle quali chiedeva di indovinare cosa provasse il rispettivo partner durante un’accesa discussione. Il massimo dell’empatia è stato riscontrato tra i coniugi che, mentre osservavano il partner, ne assumevano la stessa fisiologia.

Insomma: l’empatia è possibile quando il corpo degli interlocutori è in sincronia.

Attenzione però, uno degli errori che ho maggiormente potuto riscontrare tra gli studenti di coaching e di PNL è credere che rispecchiare significhi scimmiottare: non è affatto così!

Per evitare questo sono due le attenzioni che devi avere, una che riguarda l’atteggiamento e una che riguarda la tecnica.

  • Atteggiamento: l’idea che devi avere bene in mente mentre esegui il rispecchiamento è che questo è un mezzo per entrare in sintonia con l’altro, per comprenderlo, per avvicinarsi il più possibile al suo universo emotivo. Se, invece, l’atteggiamento è quello di chi pensa “Ora ti rispecchio e così fai quello che voglio io” l’effetto sarà esattamente l’opposto, e la persona che hai davanti invece che vederti come simile, si limiterà a percepire un forte senso di fastidio.
  • Tecnica: non andare di fretta! Se il tuo interlocutore accavalla le gambe, non farlo immediatamente, lascia passare qualche secondo. E soprattutto, non avere l’ansia di seguirlo. Sii fluido, calmo, fai in modo che il movimento che stai andando a rispecchiare sia in primo luogo piacevole per te.

Ovviamente questa non è l’unica tecnica per creare empatia, ma è di certo la più semplice, quella che già adesso puoi sperimentare per implementare le tue abilità di coach.

Ma, anche nel caso tu non fossi un coach, puoi provare ad usare questo strumento nella vita di tutti i giorni e notare come cambiano le tue relazioni e come i tuoi rapporti personali cominciano a farsi sempre più profondi.

Ma non è tutto, nel prossimo articolo ti parlerò di come rendere ancora più profonda l’empatia. Ma se non puoi aspettare clicca qui per approfondire nel modo più dettagliato possibile le tecniche per creare empatia.

Come funziona il coaching sul lavoro

Le origini del Coaching risalgono al 470 – 399 A.C..

Attraverso “l’arte di far partorire le menti”, si intendeva “tirar fuori” dai propri allievi i loro pensieri più profondi e la loro saggezza, ovvero ciò che oggi chiamiamo risorse personali. Da allora, filosofi e studiosi hanno posto l’accento su come ogni essere umano abbia la possibilità di liberarsi da pregiudizi, false credenze, contraddizioni inconsce e convinzioni limitanti, riconoscendo invece in sé la ricchezza dell’esperienza e del proprio talento.

Il Coach, colui o colei che accompagna una persona o un gruppo di persone da una situazione attuale ad una desiderata. La struttura conosciuta oggi deriva dal lavoro di Timothy Gallway che negli anni ’70 pubblicò The Inner Game of Tennis, nel quale afferma che l’avversario che si nasconde nella nostra mente è più forte di quello dall’altra parte della rete.

Gallway creò le premesse di un rinnovamento radicale nel mondo dello sport: esiste un gioco interno ed un gioco esterno. Per gioco interno si intende tutto ciò che avviene nella nostra mente, ed è gioco nel quale ci si scontra con un unico avversario: il proprio “dialogo interno”. Nervosismo, cali di concentrazione, insicurezza, frustrazioni ecc. sono gran parte degli avversari con cui ci dobbiamo confrontare quando vogliamo raggiungere un qualsiasi obiettivo. Nel gioco interno troviamo il concetto di “IO” e “ME STESSO”, viste come entità separate: una parla, mentre l’altra agisce.

Questa è la base che fa esplodere il coaching nel mondo delle organizzazioni.

Negli anni a venire il metodo si arricchisce di contributi di studiosi e uomini d’azione, che lo perfezionano negli aspetti di definizione dell’obiettivo, impostazione del percorso e ricerca delle risorse, proprie ed esterne, che permettono di raggiungere il risultato desiderato.

Da qui si apre un vero e proprio nuovo paradigma sul modo di svolgere il ruolo di guida, che supera il concetto di “comando” e tende a rimuovere difficoltà e ostacoli attraverso il riconoscimento e la messa in opera delle risorse personali e della volontà di apprendimento.

Ma che cos’è il coaching per John Whitmore?

Espressioni come «tirare fuori il meglio da una persona» e «le vostre potenzialità nascoste» implicano che all’interno dell’individuo esistano capacità che attendono solo di essere liberate. Se, ad esempio, un manager o un coach non sono loro stessi convinti per primi che le persone possiedono molte più capacità di quelle che esprimono normalmente, allora non riusciranno mai ad aiutarle a liberare le loro potenzialità nascoste. Insomma, è necessario guardare alle persone in termini di potenzialità, non di performance.

Per far venire a galla il meglio dalle persone dobbiamo convincerci che esse sono in grado di esprimerlo: ma come possiamo essere certi che esse davvero possiedano delle potenzialità nascoste? E come valutarne l’entità? Come farle emergere?

Personalmente sono dell’idea che tutti hanno in sé la possibilità di superarsi. E non in virtù di una qualche inconfutabile prova scientifica, ma semplicemente perchè tutti sanno andare ben oltre le proprie aspettative quando si trovano a dover affrontare un momento fortemente critico.

Ti faccio un esempio estremo: pensa a quelle madri in grado di tirare una forza e un coraggio sovraumani per salvare il proprio figlio.

Qui di seguito, per fare un po’ di chiarezza, ti segno alcuni dei motivi più classici per il quale il coach è la figura professionale alla quale molte aziende si rivolgono:

  • motivazione del personale
  • delega delle responsabilità
  • problem solving
  • problemi d’interrelazioni
  • team building
  • valutazione individuale
  • performance su singoli compiti
  • pianificazione e verifiche
  • sviluppo del personale
  • lavoro di team

E l’elenco potrebbe continuare all’infinito.

Dal momento che la fiducia nelle proprie capacità è la chiave per portare alla luce le potenzialità e migliorare la performance, è di vitale importanza saper ricostruire la storia dei nostri successi: non c’è nulla, infatti, che garantisca il successo come il successo stesso.

Nella pratica del coaching, infatti, è fondamentale che il coachee ottenga dalla sessione i risultati desiderati. Un coach deve avere questo punto ben chiaro in mente, oltre ad avere l’assoluta certezza di aver aiutato l’allievo a discernere con la massima chiarezza e ad accettare con il massimo impegno l’azione che lo attende.

Si tratta, in breve, di uno strumento che permette di estrarre il vero potenziale da una persona, tutto ciò che è in grado di fare ma ancora non ne è consapevole.

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Che cos’è il coaching? Storia, tipologie e applicazioni pratiche.

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Il coaching è una realtà ormai consolidata in tutto il mondo e un fenomeno in continua crescita anche in Italia. Da tutti ormai è riconosciuto a livello internazionale come lo strumento più efficace per sviluppare le potenzialità “nascoste” di ognuno e per la gestione del talento individuale.

Non tutti però conoscono questa disciplina.

Ecco perché oggi approfondirò l’argomento partendo dalla storia e proseguendo con le tipologie e le applicazioni pratiche che il coaching ha e può avere nella vita di ognuno di noi.

Alla fine di questo articolo avrai scoperto cos’è il coaching, a cosa serve e come iniziare un percorso insieme ad un coach professionista.

Partiamo!

L’origine del termine coaching

Il termine coaching deriva dal francese coche (carrozza o cocchio) derivato a sua volta dall’ungherese Kocsis o dal ceco Koczi, utilizzato perché identificava un mezzo di trasporto trainato da cavalli e condotto da una guida: il cocchiere.

Il termine anglosassone, invece, rinvia il coaching all’ambiente sportivo: nel XIX secolo in Inghilterra gli studenti universitari, verso la fine del proprio percorso, utilizzavano il termine coach per indicare i migliori tutor, dando loro titolo rispettoso e autorevole.

Negli Stati Uniti, il coach nasce per sviluppare e incrementare la prestazione sportiva; il coach non solo guidava la squadra e la allenava, ma la seguiva dal punto di vista emotivo, la stimolava, creava spirito di gruppo per affrontare gli avversari con maggiore carica e sicurezza.

Attraverso la guida costante del coach, i giocatori e il team sviluppavano quelle capacità e competenze che rendevano il gruppo stesso motivato e forte, capace di raggiungere gli obiettivi attesi.

Il coaching come disciplina

Il coaching, quindi, è un processo di “allenamento” indirizzato al miglioramento delle performance e al raggiungimento di obiettivi personali, imprenditoriali, manageriali o sportivi, attraverso la scoperta e lo sviluppo delle potenzialità e dei talenti individuali.

Il punto di partenza di ogni attività di coaching è quello di avere la consapevolezza che ogni persona possiede dei talenti e delle capacità che, nella maggior parte dei casi, sono latenti o nascoste, ed è proprio obiettivo del coach quello di farle emergere ed aiutare il cliente, o per meglio dire il coachee, ad utilizzarle nel migliore dei modi.

In un rapporto di coaching, l’allenamento e la valorizzazione delle potenzialità e dei talenti personali permettono di inquadrare l’essenza stessa della disciplina: accompagnare la persona verso il massimo rendimento, attraverso un processo di apprendimento che sia del tutto autonomo.

Le tipologie di coaching

Esistono diversi settori nel coaching, anche se le differenze non sono così nette come le definizioni lascerebbero intendere. È comunque possibile individuare, semplificando, tre macroaree di intervento:

  • Business Coaching: ,o Coaching aziendale, il coach supporta il proprio cliente (coachee) nell’affrontare, consolidare, cambiare e/o risanare il proprio business, in presenza o meno di quelli che possono essere considerati i principali fattori di crisi e stress aziendale, sia dell’imprenditore che dello staff. Soltanto attraverso un valido affiancamento, il coachee può trovare nuovi metodi e nuove risorse al fine di sviluppare e rilanciare il proprio progetto imprenditoriale o parte di esso. È applicabile al singolo, imprenditore o manager, oppure a un team.
  • Sport coaching:  o Coaching sportivo, il coach prepara l’atleta alla competizione, lo stimola psicologicamente e si occupa del suo allenamento mentale, la cui importanza, per raggiungere il risultato in gara, è pari alla preparazione fisica e alla competenza tecnica e tattica. Anche in questo caso, il coaching sportivo è applicabile al singolo, atleta o allenatore, oppure alla squadra.
  • Life coaching: o Coaching individuale, il coach interviene in qualsiasi area della sfera privata di una persona, aiutandola ad individuare i suoi valori, a definire obiettivi coerenti con le sue aspirazioni, e motivandola ad affrontare gli ostacoli.

Applicazione pratica del coaching

Come abbiamo visto il coaching può essere applicato sia a livello individuale, sia all’interno di un team, una squadra o un gruppo di persone.

Il consiglio è quello di affidarsi a un vero professionista con anni di esperienza sul campo che conosce le tecniche da utilizzare in relazione al coachee o al gruppo sul quale è chiamato a lavorare.

Gran parte dell’applicazione pratica del coaching sta nel porre le domande giuste ed è questo che un coach di professione fa per individuare problemi, aree di miglioramento e obiettivi.

In un secondo momento si passa al piano operativo, ovvero alle azioni che il coachee deve intraprendere per realizzare ciò che si è prefissato.

Ovviamente tutto ciò non si può inventare e non può essere fatto con approssimazione.

È necessario un coach che faccia da guida nel processo di miglioramento e che segua il suo coachee passo dopo passo.

Per questo non bisogna affidarsi ad improvvisatori o persone che non si sono formate adeguatamente in questa disciplina in quanto potresti avere più danni che benefici.

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Ad Maiora

Roberto Castaldo