Il perdono come chiave per il cambiamento personale

Uno dei sentimenti più comuni che proviamo è quello del risentimento e del rancore. E quando proviamo questo genere di sensazioni, ci mettiamo in contatto con delle emozioni negative verso qualcuno, ma che in realtà fanno stare male noi.

Tu puoi provare rabbia, odio, rancore, fastidio, repulsione o risentimento verso qualcuno, puoi investire gran parte della tua immaginazione per visualizzare tutte le cose che gli faresti, tutte le cose che gli diresti; puoi passare ore intere a inventare eventuali discorsi in cui gli dici quello che pensi, in cui lo ferisci verbalmente (o addirittura fisicamente) eppure, mentre fai questo, la persona in questione ne è completamente indifferente.

Tu sprechi la tua energia mentale, ti logori con tutte le emozioni negative possibili, mentre l’altra persona…

… bè, altra persona continua a fare tranquillamente la propria vita, completamente indifferente.

Ed è su questo che vorrei tu portassi la tua completa attenzione: tu continui ad avere un legame con la persona in questione, mentre tale persona evidentemente non ce l’ha più.

Spesso sento persone che dicono di voler raggiungere un determinato obiettivo solo per dimostrare a qualcuno che si sbagliava. Più volte ho parlato con clienti incredibilmente condizionati da genitori, compagni di classe, insegnanti, colleghi e che se prendevano certe decisioni lo facevano solo “Perché così capisce che aveva torto”, oppure: “Perché così posso dargli un bello schiaffo morale”.

Insomma, senza neanche rendercene conto non solo le nostre emozioni ma anche le nostre decisioni in questi momenti non vengono stabilite da noi.

Detto questo, comincia a prendere in considerazione il perdono non più come l’atto caritatevole al quale siamo abituati, ma ad un atto egoista, attraverso il quale è possibile liberarsi da questo condizionamento, così come dalle emozioni negative che lo rendevano possibile.

Quando perdoni qualcuno, infatti, recidi definitivamente il legame che vi teneva uniti e, di conseguenza, la possibilità di essere ancora influenzato da quella persona, anzi, addirittura accetti quella persona.

Con questo non dico che se una persona ti ha ferito la devi perdonare e riprendere la relazione che avevi con lui, assolutamente. Affronta il perdono come un elemento che ti restituisce la libertà di essere tu l’unico artefice delle tue emozioni e delle tue decisioni.

Se poi con quella persona vorrai ancora averci a che fare sarà una tua decisione, ciò che importa davvero è che, nel caso, la relazione andrà a fondarsi non più su quelle sensazioni negative, ma su una base nuova, completamente diversa.

Adesso, non voglio che tu inizi a perdonare tutti quelli che ti hanno fatto del male, ma che cominci a pensare al perdono come l’atto egoistico che ti libera da ciò che ti fa stare male.

Questo radicale cambio di paradigma può esserti incredibilmente utile, per privare del potere queste persone che, anche solo indirettamente, guidano le nostre azioni, riprendendo la libertà di essere tu l’unica persona a decidere della tua vita, così come la libertà di stabilire che tipo di emozioni provare.

Questa idea non è mia ma deriva da una pratica dei Kahuna hawaiani, chiamata Ho ‘Oponopono. Secondo questa tecnica è possibile la risoluzione dei conflitti e la riconciliazioni (con sé stessi come con gli altri) attraverso il perdono.

L’idea alla base di Ho’oponopono scaturisce dal significato stesso della parola, arrivata fino a noi, appunto, dalla cultura Hawaiana. Tradotto Ho’oponopono significa “mettere le cose al posto giusto” o, in termini più semplici, aggiustare le cose.

Ognuno di noi ha delle cose da mettere a posto,e Ho’oponopono non solo è un modo per aggiustare praticamente qualsiasi cosa si possa immaginare, ma è anche così facile da usare che non c’è nessuna ragione per non avvantaggiarsi di questa tecnica così potente.

Il concetto basilare dietro Ho’oponopono richiede prima di tutto il rendersi conto della verità immutabile che la propria intera esistenza nasce da dentro, non dall’esterno.

John Assaraf ha espresso perfettamente questo concetto durante i suoi insegnamenti nel film The Secret. John dice: “Non esiste il là fuori o il qui dentro”.

Tutto quello che vedi, ascolti, senti, odori, tocchi, pensi, ricordi, ti provoca una reazione emotiva, che sei sempre tu a creare. Ognuna di queste cose esiste perché a qualche livello sei tu a volere che esistano, e questo ci riporta a Ho’oponopono.
Se tutto ciò che percepisci nel mondo esiste perché tu lo percepisci, prova a immaginare quale meraviglioso potere hai nelle tue mani?

Immagina solo come sarebbe se potessi cancellare dalla tua vita ogni rancore, qualsiasi risentimento: non sarebbe bellissimo?

E allora perché non cominci a farlo già da ora?

Quindi è possibile che ti stia domandando: ma come si pratica questa tecnica?

Te lo dico subito!

Quando si presenta un’emozione che ti disturba, come ad esempio rabbia, rancora, fastidio, fermati e recita la frase che segue:

“Mi dispiace – Ti prego, perdonami – Grazie – Ti amo”

E’ tutto qui! Devi solo recitare questo mantra. Ci sono diverse scuole sull’ordine della pronuncia e c’è chi preferisce pronunciarlo il inglese, a mio avviso non è importante. In Zero Limits

e nel dvd dell’Ho’oponopono, Joe Vitale spiga perfettamente l’importanza di queste affermazioni:

mi dispiace aiuta a focalizzarsi sul problema e a chiedere scusa;
– ti prego perdonami è un ulteriore passo che aiuta a lasciare andare la rabbia o il rancore;
– grazie è una delle parole magiche che aiuta l’abbondanza e fa aumentare la nostra vibrazione;

ti amo dona amore alla situazione, persona, oggetto che stiamo trattando.

Nel momento in cui lascia andare le emozioni negative, perdonando, ringraziando e amando riceverai quello che lo stesso Joe Vitale definisce idee ispirate; cioè le idee che ti portano fuori dalla tua zona comfort e che ti permettono di cambiare la tua vita e concretizzare i vostri sogni.

Sinceramente credo che questa tecnica possa essere integrata in modo eccellente all’interno di una sessione di coaching. Sia quando si pratica il coaching con un coachee, sia quando si fa una sessione di auto-coaching.

Se, invece, vuoi conoscere altre tecniche di coaching, clicca qui e scopri la nuova frontiere del coaching.

Come sopravvivere allo stress

I periodi di festa risultano sempre essere molto stressanti. Da alcune ricerche, infatti, si è scoperto che la maggior parte delle crisi familiari avvengono in queste occasioni, e questo è dimostrato anche dal numero di richieste di separazione, che aumentano nel periodo immediatamente successivo.

È inutile girarci attorno, le festività ci trascinano fuori dalla nostra quotidianità e ci offrono più tempo da passare con le persone care. Ed è proprio a causa di tutto questo tempo che non possiamo fare a meno di tutte quelle cose che ci infastidiscono. Contemporaneamente tutte quelle tensioni che erano state messe da parte per mancanza di tempo, possono finalmente balzare allo scoperto.

Proprio per questo ho deciso di condividere con te alcune idee che ti aiuteranno a gestire meglio lo stress post vacanze..

Si tratta di una serie di strategie che ti metteranno nella condizione di controllare meglio lo stress e sopravvivere alle tensioni.

Sei pronto a scoprirle.

  1. Fai attenzione a quello che mangi

Evita di ingurgitare meccanicamente del cibo, e scegli con cura ed attenzione cosa portare alla bocca ed allo stomaco. Prima di sedere a tavola, informati sulle portate che verranno servite e decidi preventivamente cosa mangiare e cosa invece lasciare da parte. Appesantirti con cibi grassi e bevande alcoliche, servirà solo a stordirti e affaticarti tanto fisicamente quanto mentalmente. Non solo per qualche ora, ma spesso addirittura per dei giorni. Ovviamente non ti sto dicendo di metterti a dieta, voglio solo metterti in guardi dall’ingurgitare incondizionatamente tutto quello che ti viene messo nel piatto.

  1. Fai un po’ di movimento

L’esercizio fisico è una vera e propria manna contro lo stress, le tensioni e ogni genere di malanno.

Si certo, sei reduce da un periodo di lavoro molto stancante e senti di aver bisogno di riposare.
Tuttavia ti posso garantire che recupererai le forze molto più velocemente dedicandoti ogni giorno ad almeno mezz’ora di attività fisica.

  1. Pratica la meditazione

Un altro modo per tenere a bada lo stress natalizio è la meditazione. Si tratta di una pratica che offre molti benefici, sia dal punto di vista fisico che mentale: migliora il rapporto tra i due emisferi cerebrali, aumenta il livello delle difese immunitare, aiuta ad avere un più alto livello di energia, ed è – manco a dirlo – un ottimo modo per gestire lo stress e sentirsi più calmi.

  1. Sii generoso

Nel momento in cui nutri aspettative verso il prossimo, inevitabilmente apri un varco anche alla possibilità di ricevere delusioni e frustrazioni. Il miglior modo per godere delle feste, delle conversazioni, delle presenze e di tutto ciò che gravita nel rutilante ingranaggio natalizio, è proprio quello di offrire senza aspettarti nulla in cambio. Offrire per il piacere di donare, indipendentemente da quello che potrà o meno tornare. Lascia che ogni tuo gesto sia essenzialmente per te, per il tuo desiderio di dare ed essere al tuo meglio, e rimettiti dal chiedere o pretendere. Tornerà a te quel che è giusto che sia, e tanto basti alla tua serenità. So bene che un consiglio del genere può sembrare eccessivamente buonista, ma la realtà è che così in primo luogo coltiverai il tuo benessere.

  1. Pratica la gratitudine

Magari quest’anno ti sei ritrovato a scartare sotto l’albero la sorpresa di una relazione naufragata, di un lutto familiare improvviso e inaspettato, o una serie di difficoltà economiche che lasciano spazio solo a numerosi pensieri. Ora più che mai, ricorda che non sei solo… e che non sei chiamato ad affrontare alcun problema da solo.

Quando persone che si trovano in questa situazione mi contattano per una sessione di coaching chiedendo il mio aiuto, spesso faccio loro queste domande:

  • Con quale persona cara puoi condividere le tue preoccupazioni?
  • Quali braccia puoi stringere in segno di conforto e autentica affettività?
  • Chi desideri accolga il privilegio di ascoltarti, sostenerti e starti vicino?

Indubbiamente alcuni imprevisti (malgrado luci e strenne in ogni dove attorno a te) potrebbero rendere il periodo non dei migliori.
Tuttavia se desideri attingere energie utili ad affrontare meglio i tuoi problemi, è doveroso che inizi a concentrarti su qualcosa che sia assolutamente migliore rispetto quei problemi.

Certo, le feste possono essere stressanti ma bisogna anche ricordare che sono il momento in cui possiamo trascorrere tempo con le persone che amiamo, per ricordare ciò che è davvero importante e che spesso finisce seppellito sotto la monotonia dei giorni di lavoro, nel tran tran del traffico nell’ora di punta. E benché a volte chi amiamo è proprio la persona che maggiormente è in grado di stressarci… tanto vale ricordare perché amiamo quelle persone, perché sono importante per noi.

Certo, è difficile riuscire sempre a gestire il proprio stato emotivo. Proprio per questo, se hai bisogno di un ulteriore aiuto, ti consiglio di venire a dare un’occhiata a questa pagina.

 

La tecnica per verificare l’ecologia di un cambiamento

La Programmazione Neuro-Linguistica offre eccellenti tecniche per ottenere un cambiamento. Solo per fare un veloce riassunto, te ne voglio segnalare alcune che trovo particolarmente efficaci:

– Lo swish pattern: una tecnica in grado di farti cambiare i tuoi comportamenti automatici.

– Come riconoscere e combattere le cinque maggiori cause di stress: che di questi tempi sono sicuro ti sarà utile!

– Come capire ed entrare in rapporto profondo con gli altri, attraverso l’ascolto attivo (quella che forse è la tecnica più potente della PNL).

Come le persone influiscono sull’umore e come cambiare le cose: spesso ci si rende conto di non essere depressi ma solo circondati da persone s… bagliate!

– Come liberarti dalla paura del giudizio: si tratta di una delle paure più diffuse e che impedisce di vivere la vita secondo i propri standard.

Ma quello che ancora non ho affrontato è il concetto di ecologia.

In Programmazione Neuro Linguistica si dice che un obiettivo (come può esserlo uno legato ad un qualsiasi cambiamento) deve essere “ecologico”; questa condizione è fondamentale. Infatti, la maggior parte degli obiettivi che non vengono raggiunti, o il cui raggiungimento presenta comunque difficoltà non previste; e, ad un’analisi attenta, si rivelano “non ecologici” per la persona, il gruppo o l’organizzazione che se li era posti.

Possiamo definire l’ecologia come lo studio degli effetti e delle conseguenze. Un cambiamento, quindi, è «ecologico» quando si colloca senza conseguenze negative nella nostra vita, senza nuocere a noi, a “parti di noi” o al contesto in cui siamo inseriti. Un indicatore dell’ecologia di un obiettivo è quando lo desideriamo con tutti noi stessi, perché se alcune parti di noi hanno delle riserve, ne boicotteranno il raggiungimento. Le eventuali perplessità, i conflitti interni, i dubbi vanno quindi risolti e negoziati preliminarmente.

Proprio per questo oggi voglio proporti una tecnica che ti aiuterà a comprendere se un cambiamento che ti sei prefissato è ecologico oppure no.

Questo modello ti aiuterà a prevenire l’auto sabotaggio, assicurandoti che il cambiamento verrà accettato in tutte le sue parti.

Infatti, quando pensiamo ecologicamente, stiamo considerando ogni aspetto del cambiamento. Ci assicuriamo che non raggiungeremo ‘X’ a spese di ‘Y’, se entrambe sono importanti.

Sei pronto?

Allora leggi prima tutto l’esercizio e poi praticalo.

Fase 1. Mettersi in uno stato oggettivo

Questo modello presuppone che tu stia già lavorando sul cambiamento di una situazione. Per iniziare la revisione ecologica, devi prendere le distanza nella terza posizione percettiva. Ovvero: devi iniziare a vedere il tutto dall’esterno, con uno sguardo neutro e distaccato, come se la cosa non riguardasse te. Da questo contesto mentale oggettivo, pensa alla tua vita come a un tutto.

Fase 2. Fare le domande giuste

La chiave per mettere in equilibrio la tua vita è fare le domande giuste. Come parte del processo di verifica ecologica, chiediti:

– Quali sono gli ambiti della mia vita che beneficeranno se io avrò questo cambiamento?

– Quali ambiti della mia vita ne potranno essere danneggiati?

– Sono completamente sicuro che questo è ciò che voglio generare nella mia vita?

– Quali sono i risultati immediati di tutto ciò?

Fase 3. Mantieni vivo questo modello nella tua mente

Questo modello può diventare più potente se lo tieni in mente per un buon periodo di tempo. Mantieni in vita queste domande, scrivendole in un diario. Leggi le domande prima di andare a letto. Non ignorare i tuoi sogni, i tuoi ricordi, le voci interne e tutto quello che puoi rimarcare. Il tuo cervello sarà altamente allenato per consegnarti le risposte di cui hai bisogno. Fai le domande giuste e concedi alla tua mente il tempo per trovare le risposte senza pressione.

Passo 4. Valuta

Quando avrai accumulato le risposte, valutale. In quel momento otterrai molti indizi preziosi per il successo. Nuove domande emergeranno a partire da quelle risposte. Queste nuove domande saranno ancora più preziosi e perfezionate.

Questo elemento risulta davvero fondamentale. Infatti, è un aspetto su cui si lavora molto durante i Practitioner di PNL. Quando si fa un percorso di formazione e di trasformazione di questo tipo, è più che normale che i partecipanti decidano di cogliere l’occasione per impegnarsi a raggiungere i risultati che si sono prefissati. La motivazione è altissima e per questo bisogna fare attenzione: si rischia di avere dei cambiamenti che in fondo non si volevano. Durante tutte quelle ore, allora, si impara la prospettiva (che è una dote che sta alla base dell’ecologia), alle nuove conoscenze e ai nuovi obiettivi si aggiunge la valutazione.

Proprio per questo vorrei che tu utilizzassi queste tecnica che ti ho appena segnato ogni volta che decidi di intraprendere un percorso verso un nuovo obiettivo. Se, invece, vuoi mettere il turbo all’intero processo, clicca qui e vieni a trovarmi al prossimo Practitioner di PNL.

Il segreto della ricchezza in dieci abitudini

Il rapporto con il denaro è estremamente importante. Alcuni pensano che il denaro sia ‘sporco’ o negativo. Ma è la mente di chi lo usa a dargli una qualità: posso usarlo per comprare delle armi e uccidere delle persone; così  come posso usarlo per comprare delle medicine e salvare una vita umana.

Si dovrebbe pensare al denaro come ad una forma di energia, che può essere utilizzata in qualsiasi modo. In qualità di energia, il denaro affluisce nella nostra vita in modo direttamente proporzionale al tipo di rapporto che abbiamo con esso. Ad esempio, esistono persone che accedono al denaro con una facilità incredibile; allo stesso modo ne esistono altre che hanno sempre problemi finanziari. Ma il denaro rispecchia il modo in cui interagiamo col prossimo, con la nostra capacità di ricevere e di dare. Non si trattano solo di pezzi di carta o di metallo, non si tratta di dover far quadrare i conti a fine mese… si tratta di qualcosa di molto più complesso e non meno importante degli altri elementi che fanno parte dell’esperienza dell’esistenza.

Infatti i veri problemi connessi ad esso derivano dal considerarlo il fine, e non il mezzo che permette di accedere a delle esperienze che si desiderano.

Quando paghi i tuoi debiti, ad esempio, fallo con la consapevolezza che il tuo gesto permette alle altre persone di vivere. Un’attitudine molto importante consiste nel non criticare chi possiede molto denaro. Spesso vediamo persone che ostentano ricchezza: macchine di lusso, tre o quattro appartamenti e… pensiamo ce con tutti quei soldi si potrebbero risolvere tanti problemi!

Questo atteggiamento è autodistruttivo!

Ma esaminiamo un po’ di credenze negative sul denaro:

– Il denaro non da la felicità

– Chi è troppo ricco è infelice

– Il denaro è difficile da guadagnare

– Il denaro scompare facilmente

– La ricchezza porta sfortuna

Queste sono solo alcune delle credenze negative sul denaro. Se ti rendi conto di averne qualcuna, ti consiglio di leggere questo articolo, in cui ho segnato in modo esatto una tecnica di PNL per cambiare le proprie convinzioni sul denaro. E per un motivo molto semplice: la presenza di una sola di queste idee è alla base di un approccio sbagliato col denaro, che impedisce di goderne a pieno o di guadagnarne quanto si vuole.

Proprio per questo vorrei parlarti di Tom Corley. È  l’autore del libro bestseller “Rich Habits”, e negli ultimi 5 anni ha osservato e documentato le attività quotidiane di 233 multi-milionari e di 128 persone in difficoltà economiche. Nel corso del suo “esperimento sociale”, Corley ha individuato più di 200 attività che i ricchi compiono ogni giorno e che sono invece tralasciate da tutti gli altri.

Queste attività non sono la conseguenza di un diverso stile di vita. Ti sorprenderà quello che sto per dirti: queste attività, a costo zero, sono alla base della loro ricchezza.

Possiamo ricondurre queste azioni a 10 abitudini. Scopriamole insieme:

  1. Definisci i tuoi obiettivi e focalizzati su uno alla volta

E’ molto importante avere degli obiettivi chiari perché sapendo cosa si vuole raggiungere ci mette già in un’ottima posizione di partenza. I 2/3 dei multi-milionari definisce e mette per iscritto i propri obiettivi, contro 1/5 dei meno abbienti. 8 ricchi su 10 inoltre si focalizzano su di un solo obiettivo alla volta; al contrario quasi 9 su 10 delle altre persone disperde la propria attenzione su più progetti contemporaneamente.

  1. Scrivi le tue attività giornaliere in una to-do list

Definire un obiettivo non basta; se vuoi davvero raggiungerlo, devi focalizzarti ogni giorno sulla tua lista delle attività da fare. L’81% dei ricchi gestisce le proprie attività quotidiane grazie ad una to-do list. Solo il 19% dei poveri lo fa e spesso si tratta di cose poco rilevanti.

  1. Svegliati 3 ore prima di entrare in ufficio

Il 44% dei benestanti si sveglia mediamente 3 ore prima di iniziare a lavorare. Tra i meno ricchi, questa abitudine è adottata solo dal 3% degli intervistati. Come puoi impiegare queste ore? Facendo quello che ti fa star bene.

  1. Mangia meno di 300 calorie di schifezze al giorno

Dagli studi di Corley risulta che il 97% del persone meno abbienti mangia regolarmente più di 300 calorie al giorno di cibo spazzatura. Al contrario, più del 70% dei milionari è attento alla propria dieta e mangia cibi “off-limits” per meno di 300 calorie al giorno. Questione di budget? Non è così. Il gruppo di persone “povere” era comunque in grado di soddisfare tutti i propri bisogni primari, ne deriva che le scelte alimentari erano fatte più per assecondare l’effimero piacere dato da qualche junk-food. Indagando più a fondo si scopre che i due gruppi hanno atteggiamenti mentali diametralmente opposti rispetto al cibo. I primi considerano il cibo per quello che è: “benzina” per mente e corpo; più la benzina è di qualità e migliore è la loro qualità di vita. I secondi vedono invece nel cibo un piacere rifugio in cui affogare le proprie frustrazioni quotidiane.

  1. Leggi 52 libri all’anno (libro più, libro meno)

L’88% dei milionari intervistati legge libri formativi per almeno 30 minuti al giorno. Questa stessa abitudine è adottata da appena il 2% delle persone in difficoltà economiche, che però non rinuncia (nel 77% dei casi) a guardarsi ogni giorno almeno un’ora di TV.

  1. Allenati almeno 4 volte a settimana

Il 76% dei milionari intervistati fa esercizio aerobico almeno 4 volte a settimana. Inizia con un semplice programma di allenamento casalingo, sul web c’è molto materiale.

  1. Parla meno ed agisci di più

Dalle interviste condotte da Corley emerge che appena il 6% dei multi-milionari sparla, ovvero racconta a tutti cosa sta passando nella propria mente o quali sono i suoi progetti per il futuro. Al contrario il 69% delle persone che ha avuto meno successo ama chiacchierare di tutto e di più.

  1. Cambia le tue convinzioni sulla fortuna

Più del 90% dei meno abbienti è  convinto che ricchezza e povertà sia solo una questione di fortuna o sfortuna. L’84% di chi ce l’ha fatta riconduce invece il proprio successo alle buone abitudini. 

  1. Smettila di giocare alle lotterie

Meno soldi abbiamo e più aggrappiamo le nostre speranze di benessere finanziario ad un evento fortunato. Ecco allora spiegato quel 52% di persone in difficoltà economiche che, nonostante tutto, “brucia” il proprio stipendio scommettendo nel gioco d’azzardo. Investi i soldi, che spenderesti nel gioco d’azzardo, in “semi” che possono darti dei “frutti duraturi”. 

  1. Mantieni i contatti con le persone care.

L’80% delle persone abbienti mantiene regolari contatti con le persone più care, contro l’11% dei meno ricchi. Quindi, trova sempre un motivo per fare quella telefonata e non mancare a quella cena in famiglia!

Tutti questi processi agiscono a più livelli (fisico, mentale ed emotivo) e sono un vero e proprio motore propulsivo che attiva una serie di processi inconsci che ti guidano lì dove desideri. E se sei pronto a praticarle, allora è molto probabile che sei anche pronto a prendere il pieno controllo di tutte le potenzialità, per questo ti consiglio di cliccare su questo link e scoprire il nuovo percorso verso l’eccellenza.

 

Come usare il Milton Model in una sessione di Coaching

Nello storico libro I modelli della tecnica ipnotica di Milton Erickson, Richard Bandler e John Grinder affrontarono per la prima volta quello che avevano nominato Milton Model, ovvero lo schema linguistico mutuato dal modo normale di parlare e di fare terapia dell’innovatore dell’ipnosi, colui che ha reinventato quella che oggi possiamo definire l’ipnosi moderna. Si tratta di uno strumento estremamente utile tanto dal punto di vista della persuasione, che da quello del coaching. Se vuoi saperne di più, ti consiglio di leggere un articolo introduttivo che ho scritto a riguardo, che puoi trovare cliccando qui.

Quello che voglio fornirti in questa occasione è uno schema preciso in cui puoi usare praticamente il Milton Model, all’interno di una sessione di coaching.

Si tratta di un modo molto semplice ed efficace per usare gli strumenti della trance ipnotica, così da lasciare che sia l’inconscio del coachee a trovare le risorse che gli occorrono per affrontare nel modo migliore il suo obiettivo.

Sei curioso? Allora vediamolo insieme.

Fase 1 – La creazione del rapport

Il primo passo per usare al meglio il Milton Model è quello di creare un legame di empatia con la persona che hai davanti. A tale riguardo ti consiglio di leggere questo articolo che definisce nel dettaglio di cosa si tratta e come eseguirlo. L’idea di fondo è quello di essere visto dal tuo interlocutore con un amico, una persona di cui si può fidare e con cui può sentirsi completamente al sicuro.

Fase 2 – Ricalco e guida

In questa fase chiedi al coachee di chiudere gli occhi e di rilassarsi. Dopo aver fatto questo inizi ad alternare descrizioni della situazione (ad esempio la sua postura, il respiro, ecc) a suggestioni di rilassamento. Ad esempio: “Mentre mi ascolti, puoi notare la sensazione dei vestiti sulla tua pelle, così come l’aria nella stanza, e puoi iniziare a rilassarti sempre di più”. Quando fai così leghi ad elementi reali le tue prime suggestioni, lasciando che l’inconscio di legga come parte della descrizione che stai facendo.

Fase 3 – Adeguarsi al tempo

In questa fase devi adeguarti tanto alla persona che hai di fronte, quanto alla situazione nella quale vi trovate. Da bravo coach devi incorporare nel tuo eloquio ciò che sta accadendo. Ti faccio subito un esempio: “E mentre sei seduto, con la schiena comodamente appoggiata allo schienale… e mentre ascolti il suono della mia voce”. Si tratta di una frase che può ricalcare sia la situazione che il soggetto che hai di fronte. Puoi anche dire: “Mentre la tua aria entra… ed esce dal corpo”. Proprio mentre il coachee sta inspirando o espirando.

Fase 4 – Farsi accettare come qualcuno di fidato

Come coach devi farti accettare il prima possibile dalla parte inconscia del coachee come qualcuno degno di fiducia, qualcuno che lo capisce e lo comprendere profondamente. Proprio per questo una delle cose che puoi fare è incorporare la tua voce nel rilassamento, ad esempio dicendo: “E mentre sei qui seduto, ascolti la mia voce, lasciando che ti guidi come quella di un amico, di un maestro, del vento quando soffia tra le cime degli altri”.

Fase 5 – Linguaggio abilmente vago

“… e inizi ad essere cosciente di certe sensazioni”. In questa fase inizi ad usare un linguaggio vago, che permette al coachee di notare il modo in cui si sta rilassando. Ad esempio: “E non so quale punto del tuo corpo è più rilassata”. In questo modo sarà la stessa mente del coachee a trovare degli elementi che attestando che sta andando sempre più in profondità.

Fase 6 – Uso delle metafore

Le metafore rappresentano il coachee e, in questo caso, gli prospetta una situazione futura in cui i problemi saranno finiti e ci potrà essere per lui un nuovo benessere: “E tu sai che a volte il cielo può essere in tempesta ma poi, però, il sereno torna a splendere ogni volta”. Non è importante che il coachee sappia che le metafore siano dirette a lui, quanto più sono indirette meglio è. Possono anche essere pronunciate come delle osservazioni che fa il coach, quasi stesse parlando del più e del meno.

Fase 7 – Uso delle nominalizzazioni

Le nominalizzazioni sono tutte quelle ‘parole zainetto’ che possono avere un insieme enorme di significati. Ad esempio: amore, famiglia, libertà. In questa fase usale per descrivere nel modo più vago possibile l’esperienza del coachee. Ad esempio: “E sai che ci sono certe situazioni che ancora sono irrisolte e noi siamo qui proprio per questo” Quali sono queste situazioni? Forse tu non lo puoi sapere, ma la mente del tuo coachee troverà immediatamente un coefficiente a questa nominalizzazione.

Fase 8 – Racconto di una storia

In questa fase puoi raccontare una storia che risulti per il coachee una metafora su come è possibile trovare le risorse che gli occorrono. Puoi prendere spunto dalla tua esperienza, oppure raccontare scene che hai letto in libri o visto al cinema. Quello che conti è che tu sia estremamente bravo nella descrizione, andando ad stimolare tutti e cinque i sensi del coachee. Lascialo immergere nella tua storia.

Fase 9 – Affidarsi all’inconscio

E non so quanto di tutto ciò hai appreso… ma allo stesso tempo so che il tuo inconscio sta imparando… imparando a livello profondo. E forse ne sarai consapevole ora, o forse più avanti. Ciò che è davvero importante è che stai imparando già da adesso”. In questa fase si comunica al coachee che un apprendimento è in atto e ne sarà sempre più consapevole nei giorni a venire. Tutto ciò che deve fare è avere fiducia nel proprio inconscio.

Fase 10 – Emersione

Siamo alla fine. A questo punto può dire al tuo coachee di sentirsi bene, energico, completamente ricaricato. Infine lo porti a riaprire gli occhi. Puoi farlo semplicemente dicendogli che quando si sentirà pronto può alzare le palpebre è tornare presente. Oppure puoi usare un conteggio: “Adesso conterò da uno a cinque e con ogni numero potrai risvegliarti, sentendoti sempre meglio, completamente ricaricato come dopo un lungo sonno ristoratore”.

Quando usi questo strumento, puoi anche evitare di dire al coachee che stai usando il Milton Model. Anzi, il mio consiglio è quello di dirgli che gli vuoi proporre un esercizio di rilassamento; in questo modo andrai ad aggirare molte delle possibile resistenze.

In più voglio darti un altro consiglio: se già usi la tecnica delle visualizzazioni guidate all’interno delle tue sessioni di coaching, usale applicando questo schema, inserendole lì dove ti ho segnato che va raccontata la storia. Sarai sorpreso dai risultati!

Infine, se sei curioso di sapere in che altro modo puoi usare gli strumenti della trance ipnotica nel coaching, vieni a dare uno sguardo qui, perché abbiamo un nuovo corso in serbo per te!

Come porre domande potenzianti alla tua mente

coach italy domande potenzianti per la mente

Quando non riusciamo a cambiare la nostra vita, cerchiamo spesso aiuto negli altri: istituzioni, famiglia, amori, amici, ecc. Oppure cominciamo a pregare, chiedendo aiuto a Dio, all’Universo o a chi per loro. Ma, nel fare questo, perdiamo di vista che il nostro più grande alleato ce l’abbiamo già a portata di mano: ti sto parlando della tua mente.
 
Proprio per questo voglio farti due domande:
 
– Hai mai stimolato la tua mente nel modo giusto ?

– Hai mai chiesto aiuto direttamente alla tua mente?
 
Di solito, quando pongo queste domande (magari in una sessione di coaching, o in un corso dal vivo), la maggior parte delle persone mi guardano in modo strano, per poi dirmi: “Io cerco aiuto da chi me lo può dare! Che diavolo centra la mia mente?
 

Come che cosa centra?
 
La tua mente è il tuo miglior alleato.
 
La tua migliore amica.
 
La tua mente è forse l’unica di cui puoi fidarci ciecamente.
 
Ovviamente devi imparare a stimolarla, a nutrirla quotidianamente come se fosse un giardino.
 
Ti piacerebbe vedere questo tuo giardino crescere e fiorire, vero? E sono certo che allo stesso modo ti piacerebbe godere della bellezza di questi fiori, che tu stesso hai fatto crescere.
 
Ottimo.
 
Così come un giardino, la tua mente va annaffiata e curata ogni giorno.
 
La domanda allora è: in che modo puoi curare e coltivare la tua mente?
 
Devi sapere che la mente umana non è in grado di focalizzarsi su due pensieri contemporaneamente, quindi, nel momento in cui pensi positivo, è impossibile riuscire anche a pensare in negativo (questo vale anche viceversa).
 
Quindi, voglio suggerirti subito qualche idea per nutrirla.
 
Vediamole insieme!

  1. Ogni sera, prima di addormentarti, ripeti questo piccolo mantra: “Ogni giorno posso trovare la soluzione ai miei problemi. Ogni giorno interrogo la mia mente, che mi aiuta a trovare la soluzione più adatta. La soluzione ai miei problemi è sempre alla mia portata e ti ringrazio, mente mia, per tutto l’aiuto che ti dai”.
  2. Ogni mattina, prima di alzarti, ripeti nuovamente il mantra di sopra. Fallo appena metti i piedi giù da letto, o anche prima: quando sei ancora in quello stato tra veglia e sonno.
  3. Ricordati sempre di ringraziare la tua mente per l’aiuto che ti da e che ti darà in futuro. Trattala proprio come se fosse una persona reale, a cui ti rivolgi quando hai bisogno di aiuto.

Così facendo, cominci a nutrire la tua mente, ad annaffiarla ogni giorno e a concimarla con pensieri potenzianti. E questo perché il messaggio che recepisce il tuo inconscio è il seguente: “Posso risolvere i miei problemi e la mia mente mi aiuta a trovare le soluzioni più adatte!
 
Si tratta non solo di un messaggio positivo, ma di aprire la mente alla possibilità: possibilità di trovare una soluzione, possibilità di andare oltre, possibilità di venirne sempre a capo.
 
Quindi, una volta che hai annaffiato la tua mente, devi cominciare a stimolarla con le domande giuste. In un precedente articolo ho già scritto quali sono le domande che non dovrebbero essere mai poste durante una sessione di coaching, e ti consiglio di andarlo a leggere, anche perché quello di cui stiamo parlando in questa sede è riguarda proprio l’effettuare una sessione di coaching con la tua mente (lo puoi trovare cliccando qui). In breve, devi sapere che la maggior parte delle persone, quando ha un problema o vuole cambiare qualcosa, usa questo tipo di domande:
 
– Se hanno un problema di soldi, la domanda classica è: “Oh mio Dio, come farò a pagare le bollette questo mese?”
 
– Se hanno un problema con sé stessi (ad esempio non si piacciono) dicono: “Mamma mia, non mi piacciono per niente, come farò quest’estate quando dovrò indossare il costume in spiaggia?”
 
– Se, invece, la loro autostima è sotto i piedi: “Che vita orribile! Ma non cambierà mai nulla nella mia vita?”
 
– Se si sentono soli, magari alla disperata ricerca dell’anima gemella, si dicono: “Resterò sempre solo, non troverò mai una persona che mi ami. Ma come faccio a trovare uno che voglia stare proprio con me?”
 
Ovviamente questi solo esempi. Esempi che ti mostrano quel genere di domande che non fanno altro che acuire il problema, facendoti sprofondare sempre più al suo interno, rendendoti incapace di vedere una vita d’uscita.
 
Quindi, qual è il modo migliore per porre delle domande alla propria mente?
 
Devi comprendere che la mente ha bisogno di essere stimolata, e il miglior modo per farla è porgli delle domande che la obbligano a pensare, a cercare la risposta dentro di te o, quantomeno, a suggerirti dove trovarne una.
 
Ti mostro gli stessi esempi di prima, questa volta però, modificati per diventare potenzianti.
 
– “Ok, devo ancora trovare i soldi per le bollette come posso fare?
 
– “Prendo atto che non mi piaccio. Cosa posso fare per piacermi di più?
 
– “La mia vita deve migliorare. Da dove posso cominciare? E in che modo?
 
– “Come devo migliorare la mia vita sociale per conoscere più persone e trovare quella giusta per me?
 
Va già molto meglio, non credi?
 
Queste domande, infatti, sono poste in forma positiva e potenziante. Sono domande che stimolano la tua mente e la obbligano a pensare, a darti una risposta.
 
Già con queste modifiche sei in grado di stimolare maggiormente la tua mente a trovare la soluzione, e ad arrivare al cambiamento che desideri.
 
Questa è forse l’essenza del coaching: le domande, infatti, sono in grado di orientare il tuo pensiero, le tue idee, il tuo modo di ragionare. Quando le usi nel modo migliore, ecco che la tua prospettiva cambia: lì dove continuavi ad avere un muro, si apre una porta e a te non resta altro da fare che afferrare la maniglia e aprirla.
 
Proprio per questo vorrei che tu imparassi ad usare queste strategie. E per poterle usarle nel modo migliore ho preparato un percorso di formazione che troverai estremamente utile: vieni a scoprirlo!

Il ruolo della responsabilità nel rapporto tra coach e coachee

Il coach è una persona che aiuta. Volendo usare una metafora, è una sorta di allenatore, mentre il cliente è il giocatore. Il coach aiuta il giocatore ad allenarsi, a motivarsi, gli indica le giuste strategie di gioco, ma poi sarà il giocatore a dover scendere in campo e a meritarsi la stima segnando il suo goal; sarà lui a dover vivere con grande motivazione tutti quegli stati d’animo che il coach, l’allenatore, lo ha aiutato ad estrarre; sarà lui a dover raggiungere il suo obiettivo.

Il coaching, infatti, riguarda il raggiungimento degli obiettivi, e in questo si differenzia dalla terapia: mentre la terapia tende a risolvere problemi, il coaching si occupa degli obiettivi. Il coaching, quindi, è rivolto a persone che stanno bene e vogliono stare ancora meglio raggiungendo l’eccellenza in ciò che fanno.

Il coaching può essere indirizzato verso obiettivi di natura privata, professionale o sportiva. In ogni caso si deve mettere in chiaro che, data la natura di questa disciplina, un elemento fondamentale è lasciato alla responsabilità che appartiene sempre e comunque al coachee (ovvero, il cliente). Per questo, mentre il coach si assume la responsabilità di svolgere al meglio il suo lavoro, al coachee spetta quello di eseguire il piano di azione che delinea durante la sessione.

Infatti il coach non fornisce soluzioni, né dà consigli (altrimenti sarebbe un consulente), invece aiuta il cliente a estrarre risorse già in suo possesso, facendo domande.

Anthony Robbins ‒ che è un grandissimo formatore e uno dei coach più famosi a livello internazionale ‒ afferma che all’inizio della sua carriera seguiva la PNL nel dettaglio; aveva frequentato dei corsi tenuti dai due fondatori, Richard Bandler e John Grinder, e aveva cominciato a utilizzare la PNL nelle sue sessioni di coaching e nei suoi corsi. Un giorno, però, proprio alla fine di un corso, arrivò un cliente che un paio di anni prima, a seguito di una sessione di coaching finalizzata a interrompere la dipendenza dal fumo, era effettivamente riuscito a smettere di fumare. Malgrado ciò, quella persona giunse da Robbins e gli disse: “Tu hai fallito!” Poi continuò: “Ricordi? Abbiamo fatto una sessione per smettere di fumare. Io ho smesso, però adesso ho ricominciato”.

Robbins, che voleva capire meglio come erano andate le cose, chiese: “Quanto tempo è passato dal momento in cui hai smesso a quello in cui hai ricominciato?”

E il cliente: “Sono stato due anni senza fumare; fumavo cento sigarette al giorno, tu mi hai aiutato a smettere, però adesso ho ricominciato. Ciò dimostra che hai fallito”.

E Robbins, che certo non è uno sprovveduto, sentendosi dare del “fallito” replicò: “Aspetta un momento. Mi stai dicendo che fumavi cento sigarette al giorno, che grazie a me hai smesso di fumare per due anni, che solo ora hai ricominciato e… io avrei fallito?

“Sì” rispose il cliente. “Hai fallito perché mi hai programmato male!

Robbins capì, grazie a questa esperienza, che la metafora usata nella denominazione “Programmazione Neuro-Linguistica” poteva portare a fraintendimenti; l’utilizzo del termine “programmazione” era stato infatti deciso da Richard Bandler, appassionato di informatica, per paragonare il cervello umano a un computer. Con ciò voleva intendere che le abitudini, gli schemi che regolano i nostri comportamenti sono ripetitivi, cioè agiamo come se stessimo seguendo un programma, un software.

Quindi Robbins si rese conto che chi non conosceva il vero significato del termine “programmazione” poteva facilmente equivocare e pensare: “È il coach che mi programma ad abbandonare un’abitudine o a curare una fobia; io sto lì e aspetto che lui agisca”. Quasi che il coach dovesse compiere una sorta di magia.

Questo è l’inconveniente cui si va incontro se non si capisce cos’è la PNL. Per cui Robbins, sia per questo motivo sia per ragioni di marketing, cambiò il nome della PNL in NAC, Neuro-Associative Conditioning ovvero Condizionamento NeuroAssociativo. Se il cliente ha delle associazioni a livello neurologico per cui reagisce all’ansia fumando la sigaretta, il coach deve solo cambiare, rompere questa connessione neurologica e insegnare al cliente a condizionarsi nel tempo per mantenere il risultato raggiunto.

Il coach fa una sessione ma poi è il cliente che deve continuare e raggiungere il suo obiettivo.

Dietro questo aneddoto c’è, quindi, il senso di responsabilità e di condivisione tra coach e cliente, un concetto fondamentale. Il coach non “programma” ma fornisce gli strumenti che il cliente dovrà applicare con responsabilità per raggiungere i suoi obiettivi, guidato dai suoi valori.

Questo è molto importante. Se dovesse arrivare un cliente che ti dice: “Sai, io non ho obiettivi e per questo voglio fare una sessione di coaching con te. Aiutami, programmami affinché io possa raggiungere qualche obiettivo”, la prima cosa che dovrai rispondere è la seguente:

Non posso programmarti, non sono in grado di farlo; il raggiungimento dei tuoi obiettivi non dipende da me ma solo da te. Io ti posso motivare, darti strategie, fornirti gli strumenti migliori ma metterli in pratica dipende da te”.

Questo è un discorso importantissimo che deve essere chiaro sia a te che ai tuoi clienti.

Quando, infatti, questo punto non viene preso bene in considerazione ecco che cominciano di equivoci e, di conseguenza, l’intero lavoro che si andrà a fare corre il serio rischio di essere completamente inefficace.

Molto spesso, infatti, chi non ha le idee chiare sul coaching finisce per pensarla proprio come il cliente di Anthony Robbins e si mette in una posizione passiva, nella quale si aspetta che il coach faccia delle magie che, per incanto, lo mettano nella condizione di ottenere ciò che desidera.

Mi spiace, ma non è questo quello che fa il coach. Tutt’al più può essere ciò che fa lo sciamano!

Questo punto diventa fondamentale nella sessione di intake, che forse è la più delicata in assoluto. Da anni, infatti, durante i corsi pratici svolti all’interno dell’Università del coaching, mi dilungo molto sull’importanza del contratto che coach e coachee devono sottoscrivere prima di iniziare a lavorare insieme. Questo contratto (che i nostri studenti ricevono alla fine dei corsi, così come i consigli sulle modalità di somministrazione) è in grado di fare una grande differenza per tutte le sessioni successive.

Ora tu puoi anche non avere un sistema così altamente professionalizzato, ciò che conta è che tu faccia comprendere l’importanza della responsabilità nel lavoro di coaching. Una volta che il tuo coachee l’avrà ben compreso e accettato, le sessioni successive avranno ottime possibilità di andare per il meglio.

 

 

I 4 segreti di un coach per raggiungere più clienti nell’era dei social

Tutte le volte in cui nella vita non riusciamo ad ottenere i risultati sperati, è perché qualcosa è andato storto coi nostri obiettivi. O, in fase di pianificazione, l’obiettivo non è stato ben formato, oppure, durante l’esecuzione del programma di azione, non abbiamo saputo mantenere il focus sul risultato che volevamo raggiungere e abbiamo perso la concentrazione, spostando la nostra attenzione su qualcosa che ci ha allontanato dal nostro traguardo.

Riguardo la prima possibilità, ti ricordo che – in estrema sintesi – un obiettivo ben formato è un obiettivo correttamente formulato secondo determinati criteri che, se rispettati, riducono al minimo le probabilità di insuccesso e, per approfondire l’argomento, ti rimando a questo utile articolo.

Riguardo la seconda possibilità, la questione è semplice: se l’obiettivo, pur essendo stato ben formato, egualmente non si traduce in risultato, quasi sicuramente si è verificata una perdita di focalizzazione, che ha “distratto” la tua attenzione, disperdendola su elementi estranei all’obiettivo stesso e determinando il tuo fallimento.

Comprenderai facilmente che nella nostra società digitale e ultra interattiva, le occasioni per distrarsi non mancano: siamo continuamente bombardati da informazioni e stimoli di natura anche molto diversa, e praticamente ogni canale comunicativo col quale entriamo in contatto, dalla tv al web ai social network, pare contribuire a distogliere la nostra attenzione dagli obiettivi che ci siamo fissati.

D’altra parte, però, è proprio attraverso questi canali comunicativi, che possiamo sviluppare interazioni fondamentali per intercettare nuovi potenziali clienti, e restare in contatto e fidelizzare quelli già affezionati.

Per un coach che vuole proporsi sul mercato, allora, diventa essenziale la capacità di utilizzare in maniera consapevole gli strumenti che il web e le piattaforme social mettono a disposizione, al fine di accrescere la propria clientela e attivare strategie funzionali di personal branding.

Se il risultato da raggiungere per un coach è ampliare il proprio bacino clienti, come si fa a restare focalizzati su questo obiettivo nell’era dei social?

Da coach, ti svelo 4 segreti per restare concentrato sui tuoi obiettivi professionali:

 

  1. Ricorda che sei un produttore di valore.

Affinché i tuoi clienti possano scegliere te, e proprio te, all’interno della folla concorrenziale entro la quale ti muovi, devi saperti differenziare, quindi devi offrire contenuti di valore, che incuriosiscano, motivino, coinvolgano ed educhino il tuo (potenziale) cliente. Proprio per questo devi gestire la tua immagine sui social, e posizionare bene la tua offerta sul mercato digitale. Per fare questo, la strategia migliore consiste nell’essere presente con video, articoli, blog e ogni altro contenuto di valore in cui, attraverso i tuoi servizi, offri soluzioni ai problemi percepiti dai tuoi clienti. I clienti che stai cercando, probabilmente sono già alla ricerca di te. Se vuoi maggiori dettagli ho scritto un articolo a riguardo. Lo puoi trovare cliccando qui: http://www.coachitaly.it/2016/08/24/un-coach-cerchi-clienti-cosa-devi/

 

  1. Tieni un diario

Stai tranquillo, non voglio farti tornare tra i banchi di scuola! Devi sapere che tenere un diario personale è un buon metodo per raccogliere le idee, gli episodi, i momenti più significativi della tua giornata e della tua vita; è estremamente utile per fare il resoconto dei successi e dei fallimenti ottenuti, riflettendo sul loro significato e sulle lezioni positive che ti è possibile ricavarne. Si tratta un po’ di fare del coaching su te stesso: così facendo, ti accorgerai dei benefici straordinari che questa semplice abitudine apporterà al tuo lavoro, specialmente se sarai capace di trasferire il tuo vissuto in contenuti di valore per i tuoi clienti.

 

  1. Tieniti in forma

Questo consiglio è trasversale, e riguarda soprattutto l’atteggiamento con cui dovresti approcciare al tuo lavoro. Allena il corpo nella misura in cui alleni la mente: ti aiuterà a restare concentrato e focalizzato sui tuoi obiettivi! Quando ti tieni in forma il tuo organismo rilascia le endorfine: sono dei neurotrasmettitori rilasciati dal lobo frontale del cervello, che funzionano come una sorta di booster naturale. Migliorano il tuo umore, la tua attenzione, così come le tue prestazioni.

 

  1. Crea un piano di personal branding

Il personal branding è l’insieme delle strategie e delle azioni messe in atto per identificare, comunicare e far conoscere i motivi per cui un cliente dovrebbe scegliere te, proprio te e non un tuo concorrente. In breve si tratta dell’immagine che comunichi al pubblico e si traduce in quello che pubblichi sulle varie piattaforme presenti sulla rete. Ad esempio c’è chi posta le foto in discoteca con i propri amici, con tanto di cocktail in bella mostra, e chi post delle pillole che riguardano il proprio lavoro. Secondo te, tra i due, chi risulterà più credibile come professionista. Con questo non ti voglio dire di censurarti, oppure non pubblicare nulla di personale sul tuo profilo Facebook, voglio semplicemente dire che, magari, potrebbe essere più saggio aprirti un profilo pubblico, e limitare quello privato unicamente a quelli che sono i tuoi amici nella vita reale.

Ricorda sempre: quello che i tuoi potenziali clienti vedono non sono le tue qualità, le tue capacità e i tuoi talenti, ma semplicemente l’immagini che trasmetti. E questa immagine può rispecchiare chi sei davvero, oppure no. Sta a te decidere. Sta a te sviluppare quella particolare attenzione che ti aiuta a comunicare nel modo più immediato ed efficace che sei esattamente ciò che stanno cercando.

A volte fare questo può risultare estremamente complesso, anche perché chi ha studiato per diventare un coach professionista non necessariamente è anche un esperto di comunicazione on line e di marketing.

Proprio per questo, se sei davvero interessato a lavorare sulla tua immagine pubblico, ti consiglio di contattarmi. Con l’Università del coaching, infatti, non ci proponiamo solo di formare coach eccellenti, ma anche di fornire loro gli strumenti che gli consentano di svolgere al meglio la propria professione.

Il team coaching: quello che le aziende cercano da un coach

Il coaching non ha solo una dimensione individuale, è possibile applicarlo anche ad un gruppo di persone: ad esempio all’interno di una famiglia, in un’organizzazione di lavoro, in una comunità, così come in un ufficio. In questi casi si parla di team coaching ed è molto in voga tra le aziende consapevoli che del connubio tra benessere organizzativo e benessere mentale. Si tratta di un approccio in cui il focus è dato dall’organizzazione o dai gruppi facenti parte dell’organizzazione, dove il presupposto di partenza è sempre l’attenzione per le risorse umane e per la dimensione relazionale.

Già a partire dagli anni ’90 i manager hanno iniziato a riconoscere l’utilità del coaching come risorsa utile non solo per gli individui ma anche per le organizzazioni. Infatti quando il mondo soggettivo si rapporta con quello delle organizzazioni, è naturale che i disequilibri individuali si incontrino con quelli organizzativi, con la conseguenza di generare situazioni di tensione che, non solo rendono difficile la convivenza e affievoliscono la motivazione, ma possono produrre ricadute negative sulla produttività e sul rendimento dell’azienda.

Un classico esempio di una situazione che è possibile affrontare con questa metodologia è quella che si presenta quando non vi è integrazione tra gli obiettivi personali e quelli aziendali. In questi casi quello che succede è che le spinte, gli interessi e le aspirazioni del singolo non trovano spazio di espressione, o che le richieste aziendali non riescano a soddisfare le attese del lavoratore.

Anche i periodi di transito o di cambiamento possono preludere a stati critici che mettono a rischio la salute organizzativa dell’azienda; tali fasi riportano alla superficie intensi vissuti emotivi che si esplicitano sotto forma di resistenza o negazione alle nuove idee e proposte, oppure all’opposto, come urgenza di intraprendere un cammino sconosciuto per sfuggire da una situazione sentita come stagnante, senza invece salvare lo storico e le esperienze di successo.

In sintesi: questi specifici interventi di coaching prendono in carico sia il singolo che la collettività, muovendosi tra problematiche causate dal rapporto tra organizzazione e individuo. Proprio per questo alcune si sviluppano a partire dalla sfera individuale, altre da quella organizzativa. In ogni caso risulta comunque difficile stabilire una chiare suddivisione tra questi ambiti, in quanto fortemente intrecciati tra loro.

Un elemento di sicura divergenza tra coaching all’individuo ed il team coaching è dato dalla figura del cliente che richiede l’intervento e che si interfaccia con il coach. Se nel primo caso il cliente è il soggetto che, riconoscendo una situazione di disagio, sceglie di rivolgersi al coach, nel secondo caso è l’istituzione tutta che richiede l’intervento, creando una rete di relazioni in cui viene sviluppato l’intervento. Inoltre se nel caso del coaching individuale la persona che riceve il supporto coincide con il cliente finale, in genere nelle organizzazioni il cliente è meno facilmente identificabile, e la questione può essere ambigua e problematica, dal momento che spesso il coach si trova a lavorare ed interagire con differenti figure che possono esprimere aspettative tra loro diverse.

Per gestire efficacemente la rete di clienti presenti nell’organizzazione è necessario distinguere in modo netto e tenere a mente quali sono le differenti tipologie di clienti, poiché a seconda delle specificità questi si esprimeranno con comportamenti diversi e condurranno alla creazione di precise dinamiche.

Infine un’ulteriore differenza tra il coaching individuale ed il team coaching, riguarda quanto spazio è lasciato alla dimensione emotivo relazionale.

Come accennato, è da tempo che si inizia ad accettare che anche i manager necessitano di sviluppare e di utilizzare competenze emotive, proprio per questo anche le azioni di coaching devono favorire un accomodamento soddisfacente dei sentimenti delle persone dentro un sistema di regole formalmente finalizzate alla produzione di risultati.

Le similitudini tra coaching individuale e coaching di gruppo sono in realtà maggiori di quello che possa sembrare. Innanzitutto il coach deve svolgere un ruolo di supporto finalizzato all’ascolto e alla comprensione dei bisogni che integri due differenti polarità:

  • Facilitare l’approfondimento delle problematiche emerse, esercitando la dovuta comprensione ed empatia, valutando lo stato di “salute” del soggetto, individuale e collettivo, con cui questi lavora, al fine di garantirne la tenuta nel tempo;
  • Intervenire con sostegni mirati ed efficaci.

Come in tutte le occasioni di confronto anche nel coaching si fronteggiano differenti culture su cui impostare una proficua collaborazione: considerato che in ambito organizzativo si definisce cultura ciò che per analogia negli interventi individuali corrisponde alla personalità individuale, la cultura del coach dovrà raffrontarsi con quella dell’organizzazione.

In conclusione è opportuno che sia il coaching individuale sia quello rivolto a gruppi esercitino un’azione di mediazione tra ambito logico-cognitivo e ambito emotivo-relazionale, che adottino differenti approcci e che, in ultima analisi, tengano conto del benessere e della produttività.

Le principali tipologie di coaching di gruppo propongono interventi che hanno come scopo ultimo quello di aiutare le organizzazioni ad affrontare il cambiamento in modo flessibile mettendo al centro le persone su cui investire.

Anche per ciò che concerne le aree di applicazione del coaching si deve distinguere tra le motivazioni principali (che stanno alla base della richiesta di un intervento di tipo più individuale) e gli obiettivi che invece si vogliono raggiungere attraverso il gruppo. Quindi se il percorso individuale in genere è rivolto a manager o professionisti, un percorso di team coaching invece viene attivato quando si presenta uno di questi bisogni:

    • Sviluppare le competenze nei collaboratori per favorire la leadership ed il lavoro in team

 

  • Indurre un miglioramento della produttività
  • Stimolare il senso di appartenenza al gruppo

 

  • Migliorare la performance  
  • Motivare i collaboratori  
  • Affrontare e gestire nuovi progetti  
  • Tenere il passo con il cambiamento organizzativo

Le relazioni interpersonali, in un contesto in cui colleghi, capi, collaboratori, clienti e fornitori non sono scelti ma imposti, hanno una probabilità maggiore di essere il focus più diffuso su cui si concentrano eventuali criticità: in primo luogo, c’è da dire che molti di noi portano sul posto di lavoro i vissuti e le situazioni esperienziali che riguardano la sfera personale; in secondo luogo, vi possono essere incompatibilità caratteriali che purtroppo si manifesteranno in maniera più o meno evidente nella condizione lavorativa causando tensioni, incomprensioni e alla fine disaccordo esplicito.

Quindi nell’agire concreto il coach agisce in presenza di conflittualità relazionali legate a situazioni dipendenti da fattori personali (vissuti contingenti, personalità del singolo), amplificate da motivi di carattere organizzativo (confini ambigui, sovrapposizione di compiti e responsabilità): si può ad esempio trattare di scarsa congruenza tra il contenuto del ruolo medesimo e le caratteristiche della persona o di incompatibilità tra le caratteristiche soggettive di due individui che esercitano due ruoli tra loro fortemente interrelati.

Proprio per questo motivo si tratta di un percorso estremamente specialistico che necessita di competenze molto diverse da quelle applicate all’interno di un contesto individuale. Un percorso che rischia di diventare completamente fallimentare se non si ha alle proprie spalle un buon bagaglio metodologico ed esperienziale.

L’Università del coaching, infatti, ha creato dei percorsi verticalizzati proprio su questo aspetto. Oggi come oggi le aziende sono sempre più alla ricerca di specialisti di questo settore, in grado di portare dei miglioramenti reali all’interno del contesto lavorativo.

Ti piacerebbe specializzarsi proprio in questo ambito? Contattaci, abbiamo preparato proprio il percorso di studi adatto per te!

L’amore è una relazione economica

L’impressione che l’amore seguisse un po’ le regole del mercato l’ho sempre avuta, sin dal liceo. Leggere i romanzi di Houellebecq e i alcuni saggi della scuola di Francoforte mi hanno confermato quell’impressione – anche se, come tutte le generalizzazioni, non è una cosa sempre e necessariamente vera.

Ma cosa intendo di preciso quando dico che le relazioni umane hanno la stessa struttura del consumismo?

È molto semplice: spesso scegliamo il nostro partner con gli stessi criteri con cui scegliamo un prodotto. Parallelamente, ciò che ci spinge a sceglierlo è la pubblicità che ne esalta certe funzioni (o qualità) e detta determinati valori.

Lo so, la cosa può sembrare brutale. E quando ne parlo risulta irritante per chi mi ascolta, tanto che prende le distanze da ciò che dico, quasi non gli riguardasse e, quando non liquida la faccenda, ascolta facendo di no con la testa, come se la cosa riguardasse il resto del mondo senza sfiorarlo.

Proprio per questo voglio farti una domanda.

Ti è mai capitato di pensare una di queste frasi?

–        Non è alla mia altezza

–        Non sono alla sua altezza

–        Non ha quello che cerco

–        Posso avere di meglio  

–        Gli manca qualcosa

–        Non ho nulla che gli possa interessare

     –        Non ho niente che mi renda attraente

Se è così, ti faccio notare che tutte queste espressioni (così come mille altre simili) si basano sulla presupposizione che una relazione sia molto simile ad un contratto, in cui ogni parte cerca di ottenere il massimo, vendendo al meglio ciò che possiede.

Ti faccio qualche esempio semplicissimo.

“Non è alla mia altezza” potrebbe diventare “Questo cellulare non ha il design che si adatta al mio stile”.

Non è quello che cerco” potrebbe essere “Ok, la macchina è bella ma le mancano alcune funzioni fondamentali”.

Allo stesso modo “Non ho nulla che gli possa interessare” non differisce tanto dal professionista triste che dice “Perché tra tanti dovrebbe dare il lavoro a me?

Volendo scomodare Erich Fromm, si può dire che tutte queste espressioni si basano sulla modalità “avere”, ovvero si focalizzano su ciò che possiede la persona piuttosto che su ciò che la persona è.

Nei prossimi paragrafi tratterò nei dettagli questa – chiamiamola così! – cattiva abitudine. A differenza di tanti altri, questo non è un post brevissimo, quindi ti consiglio di prenderti un po’ di tempo per leggerlo e di portare la tua attenzione su quanto ti riconosci o riconosci ciò che ti circonda. Non perché devi riconoscerti per forza (magari sei una persona che non ha niente a che fare con tutto questo), ma perché è il modo per comprendere al meglio ciò che voglio dire.

 

Introduzione – Da esseri umani a consumatori

Sino agli inizi del ‘900 una delle prime forme di socializzazione dei bambini erano le storie. Quelle raccontate dai genitori, così dai nonni, che si trascinavano dietro la tradizione dei popoli antichi che la notte si riunivano attorno al fuoco per raccontare le avventure di esseri mitologici. Queste storie (il più delle volte con un forte messaggio morale) avevano un unico scopo: offrire a chi le ascoltava degli insegnamenti. Per voler essere tecnici: erano delle forme di socializzazione, che trasferivano ai bambini codici sul comportamento e sui valori.

Con l’avvento del capitalismo e, soprattutto,  con la pubblicità, le storie sono diventate degli strumenti per vendere i prodotti. Il loro scopo non è stato più quello di socializzare l’uomo, ma renderlo un buon consumatore. Questo non riguarda solo la pubblicità, ma anche i programmi televisivi, le fiction così come i film, così come molti articoli di giornali e riviste. Infatti cosa hanno tutti questi prodotti in comune?

Il loro scopo è quello di vendere spazi pubblicitari alle ditte produttrici.

Questa introduzione è necessaria per farti comprendere una cosa fondamentale: la logica del consumo è un elemento al quale veniamo educati sin dalla più tenera età e dalla quale non è possibile sottrarsi (a meno che tu non sia cresciuto in un monastero senza alcun contatto col mondo esterno), tuttalpiù ci si può immunizzare.

L’infanzia

Sin da quando siamo in fasce a quando poi cominciamo a frequentare l’asilo e poi le elementari, accade che veniamo in contatto con due valori fondamentali:

–        Essere belli

–        Essere buoni

Nel linguaggio semplicistico con cui si parla ad un bambino i genitori (così come gli adulti in genere) sottolineano costantemente che è importantissimo essere belli e buoni, senza mai specificare cosa significa.

Bello, il più delle volte, fa riferimento alla bellezza fisica. Buono, invece, all’educazione, alla gentilezza; più in generale: all’ubbidire ai genitori.

Questi due valori, col crescere, si trasformeranno in queste due convinzioni:

– E’ importante essere belli (dove bellezza fa riferimento al modello di riferimento – vedremo più avanti cos’è)

– E’ importante ubbidire a determinate regole sociali (dove anche in questo caso le regole non fanno necessariamente riferimento all’intera società, ma al modello di riferimento).

L’adolescenza

Durante gli anni dell’adolescenza (per essere precisi già dalla scuola media) i modelli di bellezza e di bontà cominciano a delinearsi. Sino a quel momento le uniche influenze erano gli adulti di riferimento (genitori e insegnanti), la televisione aveva un ruolo marginale nella misura in cui (volendo continuare la trattazione in modo generico) i programmi che vengono visti sono quelli esplicitamente per bambini. Dopo questa fase, però, ecco che gli adulti smettono di diventare il modello di riferimento, per essere sostituiti dai propri pari (compagni di scuola, di palestra, ecc); allo stesso tempo cominciano ad avere un maggiore controllo sui mezzi di comunicazione di massa (giornali, internet, televisione), con una maggiore esposizione ai valori che questi trattano.

Tutto ciò equivale ad una vera e propria forma di educazione alternativa alla scuola, nella quale i valori non vengono trasferiti attraverso l’insegnamento (quindi in modo diretto) ma proprio attraverso il racconto di storie. Storie che emozionano, che spingono chi le ascolta o le vede a riconoscersi e, proprio per questo, sono estremamente più pervasive degli insegnamenti scolastici.

In questo periodo l’adolescente comincia a delineare il proprio modello sociale di riferimento.

Il modello sociale di riferimento e la logica del consumo

Spesso quando affermo che siamo tutti soggetti al consumismo, mi vengono dette frasi del genere: “Io no. Tanto per farti un esempio non comprerei mai un I-Phone, anzi, anche quando faccio la spesa acquisto sempre è solo prodotti equo-solidali”.

Espressioni come queste mi fanno sorridere perché dimostrano una certa ingenuità: si crede infatti che la logica del consumo sia legata a ciò che acquista la maggior parte delle persone. Se anche tu credi questo, mi spiace darti la cattiva notizia, non è così.

La logica nel consumo consiste nell’attribuire un significato (molto spesso un valore positivo) ad un oggetto.

Ad esempio, i valori connessi all’i-phone hanno a che fare con l’essere alla moda, moderni, efficaci, all’avanguardia. Allo stesso modo, i valori connessi alla cioccolata equo-solidale sono connessi all’essere altruisti, informati, attenti ai bisogni altrui.

Acquistando quei prodotti non si acquistano solo delle merci, ma anche la sensazione di possedere i loro valori. Allo stesso modo, le merci diventano una forma di comunicazione non verbale per esprimere alle persone con cui entriamo in relazione di essere delle persone che detengono quei valori.

Questo, che possiamo definire un modello comportamentale standard (insomma, ce l’hanno tutti – chi più e chi meno) è legato al proprio modello sociale di riferimento.

Con modello sociale di riferimento voglio intendere quel nucleo di persone che rappresentano per ognuno di noi la porzione di società nella quale ci riconosciamo e nella quale vogliamo avere a che fare. Potrebbe essere in relazione col ceto, con la classe politica di appartenenza, con la religione praticata, ecc… così come può essere dato dall’intreccio di più di questi “cerchi”.

Così, tanto per fare un esempio banale, uno status elevato per alcune persone può essere guadagnare tantissimo, per altre invece avere un ruolo di leadership all’interno di un associazione umanitaria. Ciò che ti fa determinare quale tra queste due sia lo status più elevato non ha base oggettiva, ma ha a che fare con i valori che hai fatto tuoi negli anni.

Le relazioni sentimentali

So che ho affrontato il discorso partendo da lontano, ma era fondamentale per arrivare a questo punto e chiarirti come ciò ha una ripercussione anche sul modo in cui ci relazioniamo alle altre persone e, di conseguenza, su come scegliamo il nostro partner.

Ogni essere umano, per ciò che è e per ciò che fa, esprime determinati valori. Con questo non voglio dire che li possiede ma che semplicemente li comunica. Così in base al nostro modello sociale di riferimento, ai nostri aspetti caratteriali, e ai nostri valori “ci guardiamo in giro” alla ricerca del partner ideale.

Pensa semplicemente all’abitudine nel domandare: “Come deve essere il tuo partner ideale?

La risposta che diamo è più o meno una sorta di lista della spesa, una cosa del tipo: “Deve essere simpatico, dolce, intelligente…” Insomma, facciamo riferimento a qualità che deve “avere”.

Ora potrei far riferimento a modo in cui comunichiamo i valori, come vengono riconosciuti, come spesso ci ingannano, ma onestamente il post diventerebbe troppo lungo. Ciò che mi preme davvero affrontare è: come questo modo di fare si riversa sulle nostre relazioni sentimentali?

Tra le peculiarità delle relazioni del nostro tempo ci sono:

  • La brevità
  • La sensazione di essere relazioni transitorie
  • L’essere connotate dalla paura dell’impegno(più per gli uomini)
  • L’essere connotate dall’ossessioneper una conferma di impegno (più per le donne)

A volte sono connotate dall’accontentarsi (spesso perché si ritiene di non poter “permettersi” di meglio). Questo perché alla base di questo tipo di rapporti c’è quello che Yann Dell’Aglio ha definito capitale sentimentale.

Il capitale sentimentale

Per capitale sentimentale Dell’Aglio intende tutti quegli elementi della persona (qualità fisiche, emotive, sociali, intellettuali, economiche) con i quali può “acquistare” una relazione. Come nel mercato, maggiore è il proprio capitale sentimentale, maggiori sono i tipi di relazioni che ci si può permettere, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo.

Per qualitativo intendo sempre dal punto di vista del capitale sentimentale. Quindi chi ha un capitale sentimentale pari a dieci potrà permettersi delle relazioni con persone con capitale identico, mentre chi ha un capitale sentimentale pari a cinque non verrà neppure considerato da chi ha un capitale di dieci.

Ovviamente ognuno di noi attribuirà maggiore o minore capitale in base al gruppo sociale di riferimento. È un po’ come quando si passa da uno stato all’altro e si cambia la propria moneta in valuta corrente, ciò comporta la perdita o l’acquisto di valore.

Così un ragazzo mingherlino con gli occhiali, che lavora in una azienda di videogiochi ed è appassionato di fumetti, avrà un capitale sentimentale alto per chi condivide il suo mondo. Ma se frequenta un’ambiente formato da avvocati ai loro occhi il capitale sarà molto più basso.

Una via di fuga è possibile

La domanda a questo punto sorge spontanea: com’è possibile uscire fuori da questo modalità?

Il primo passo è quello di riconoscere in che misura siamo soggetti a questa modalità. In secondo luogo ci sono una serie di passi che è possibile fare per disimparare quando modo di relazionarsi. Alcuni di questi sono davvero complessi da spiegare tramite blog, per fortuna ce ne sono altri che puoi iniziare a fare anche da solo e che voglio subito segnarti.

1) Invece di pensare alle qualità che vuoi nel tuo partner ideale, concentrati su che tipo di esperienze vuoi vivere. Dire “Voglio una persona intelligente” non significa nulla, ben diverso è dire “Col mio partner mi piacerebbe leggere dei libri e poi parlarne insieme, confrontandoci sul modo diverso in cui li abbiamo compresi”. In questo modo impari a focalizzarti sul tipo di condivisione che cerchi.

2)    Domandati cosa guadagni. Spesso scegliamo il partner in base all’impatto che avrà sul nostro mondo sociale, quindi su quali emozioni susciterà nei tuoi genitori, nei tuoi amici, nei tuoi colleghi. Quindi chiediti: “Cosa guadagno a stare con questa persona?” Attenzione però: spesso abbiamo valori negativi. Ovvero per noi è importante magari essere maltrattati, oppure essere visti come cattivi. Quindi una volta che ti sei reso conto di questo, chiediti: “Questa è quell’unica persona che mi porterei su un’isola deserta?

3)    Smettila di indentificarti. Ogni volta che ti identifichi ti attribuisci un capitale sentimentale e, per forza di cose, agisci di conseguenza. L’unico modo con cui puoi identificarti e col tuo nome e cognome. Tutto il resto sono solo limiti che imponi.

4)    Non progettare. Ogni volta che inizi una relazioni e cominci a pensare come sarà, cosa potete fare insieme, se starete ancora insieme di lì ad un anno, renditi conto che è come se stessi valutando un investimento per capire se è redditizio o meno. Una relazione, soprattutto all’inizio, dovrebbe essere connotato solo dalla gioia di stare insieme, per questo cerca di restare nel presente, di goderti quei momenti. Posso capire che a volte, specialmente quando si ha qualcosa di bello, si teme di perderlo, ma se fai in modo che quel qualcosa di bello sia connotato dalla paura in realtà lo stai già perdendo. I progetti arriveranno in un secondo momento, ma almeno prenditi del tempo unicamente per vivere la relazione, senza pensare al domani, limitandoti a vivere giorno per giorno.

So bene che questa trattazione non è esaustiva e che ha parecchie lacune, ma come ho detto questo è un articolo e credo che a questo punto ho scritto sin troppe parole. Spero che questo post ti abbia interessato, se è così sarebbe bello se tu lo condividessi con le persone che ti sono vicine, potrebbe essere interessante anche per loro.

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