tutto quello che avresti sempre voluto sapere sul Coaching e non hai mai osato chiedere

coaching domande coach italy

A meno che tu non abbia seguito un percorso di coaching o non sia a tua volta un coach, è molto probabile che non hai ancora una visione particolarmente chiara di questa professione.

Negli anni, infatti, ho potuto rendermi conto che la figura del coach professionista risulta ancora essere avvolta nella nebbia: è come se si riuscisse a vederne la sagoma, quello che manca sono i dettagli, come ad esempio i lineamenti del volto.

In effetti il ruolo del coach gode di una sua stabilità solo in certi ambienti, mentre in altri questa figura viene scambiata con il ‘motivatore’. Per non parlare di quando si parla di life coaching: non hai idea di quante volte ho incontrato persone convinte che il life coach fosse una persona che “ti insegna a vivere”.

Così, ho deciso di prendermi un po’ di tempo, per scrivere tutto quello che c’è da sapere sul coaching. Ma proprio tutto tutto.

Infatti questo articolo è organizzato così:

  • Che cosa è il coaching
  • Quali sono i fondamenti del coaching
  • Come funziona il coaching
  • Perché si pratica il coaching
  • Come mai funziona

 

Quando sarai arrivato alla fine, ti renderai conto di quanto l’eventuale confusione che ti ronza in testa si è assopita, e come tutto ciò che sino a qualche minuto prima era un intruglio di informazioni ha finalmente assunto una sua coerenza.

 

Che cosa è il coaching?

Nel linguaggio comune il termine ‘coach’ vuol dire allenatore, ma la sua origine ha radici ben più antiche. Questa parola compare per la prima volta nel 1500, riferita ad un mezzo di trasporto, un veicolo trainato da cavalli, proveniente dalla piccola città ungherese di Kòcs (pronunciato “koach”).

Il termine compare qualche secolo dopo, a metà del 1850, per essere utilizzato nelle università inglesi in riferimento ad una persona che aiutava gli allievi nella preparazione dell’esame.

Queste due figure, il carro e il preparatore all’esame, sono le due facce del coaching. Pensaci per un attimo: guidare un carro non è facile, bisogna imbrigliare un paio di cavalli almeno, farli andare nella stessa direzione anche quando vorrebbero prendere strade diverse, stando attenti alla carrozza, a tutto ciò che porta con sé , dalle persone ai semplici oggetti. Ognuno di noi, in fondo, è in viaggio verso una meta importante, ma la deve raggiungere col proprio carro, mettendo in riga i propri cavalli e portando con sé le cose preziose caricate sul carro. Il coach ti aiuta proprio a fare questo: a raggiungere i tuoi obiettivi, allineando le tue risorse, preparando a tutto ciò che potrebbe accadere durante il conseguimento.

Anche la figura del preparatore all’esame fa capire bene l’altra metà del lavoro di coach, ovvero la creazione di un piano di azione, una sorta di piano di allenamento, che aiuta il coach a raggiungere il proprio obiettivo (che potrebbe essere un esame passato con successo, così come qualsiasi risultato che ci si è prefissati).

 

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Quindi, in breve, che cosa è il coaching? Si tratta di un metodo per giungere in modo più veloce e diretto a destinazione, attingendo al massimo le proprie risorse, attraverso una pianificazione e un focus pieno e specifico sull’obiettivo da raggiungere.

 

Quali sono i fondamenti del coaching?

Per alcuni il primo coach della storia è stato Socrate che, attraverso la maieutica (l’arte di portare gli altri a trovare una risposta da sé alle proprie domande) era in grado di aiutare le altre persone. Ma, siamo onesti, è un po’ una forzatura!

Il coaching nasce dal mondo dello sport, di solito viene datato a partire dagli anni ’70, con la pubblicazione dei primi libri di Timothy Gallwey, allenatore della squadra di tennis dell’Università di Harvard e primo a mettere nero su bianco i suoi principi di base.

Scrive nel suo libro, Il gioco interiore del tennis: “C’è sempre un gioco interiore in corso nella nostra mente, non importa in che altro gioco siamo impegnati. Il modo in cui lo affrontiamo è quello che spesso fa la differenza tra il nostro successo e il nostro fallimento”.

In pratica Gallwey sostiene che le sfide dell’esistenza intera si combattano contemporaneamente in due arene: quella esteriore e quella della mente, dove bisogna sconfiggere giorno dopo giorno gli ostacoli che noi stessi, da soli, ci creiamo e che fanno da tappo alla realizzazione del nostro pieno potenziale.

 

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La formula del nostro successo, secondo lui, coincide con la seguente equazione:

PERFORMANCE = Potenziale – Interferenza

Quindi per aumentare la performance è necessario aumentare il proprio potenziale o ridurre al minimo le interferenze.

Questo approccio ha trovato, nel corso degli anni, applicazioni in un numero sempre maggiore di attività: dal tennis e dal golf si è spostato sino al mondo della musica, a quello del benessere, per passare a quello dell’istruzione, per poi sbarcare anche nel mondo aziendale, posizionandosi anche agli alti livelli delle multinazionali.

A portare il coaching dall’America all’Europa ci ha pensato John Whitmore negli anni ‘80. Whitmore era un ex pilota automobilistico, successivamente psicologo dello sport, che aprì per primo le porte del business e della carriera professionale ai principi del coaching, delineando le linee guida in quella che viene considerata una vera e propria bibbia del successo, il bestseller Coaching for performance. Si tratta di un libro che ha venduto oltre 500mila copie e, ancora oggi, è costantemente in ristampa.

La forza del coaching, il suo maggiore punto di forza, è stata la sua grande adattabilità a qualsiasi campo, la sua malleabilità a qualsiasi processo o obiettivo da raggiungere. Questo l’ha portato ad uscire, anche in modi abbastanza accentuati, dalle strade tracciate dai propri pionieri: la scalata verso la vittoria, la realizzazione e il benessere hanno assunto nel tempo declinazioni sempre nuove e talvolta addirittura antitetiche.

Un esempio è quello del coaching attraverso la PNL, ovvero la Programmazione Neuro Linguistica. In realtà non si tratta di nulla di diverso dalla struttura base del coaching, ma a questa vengono utilizzati gli strumenti che derivano dalla PNL, che parte dal presupposto che “siamo esseri auto-programmabili”.

Tra le virgolette ho inserito le parole utilizzate da Richard Bandler, uno dei fondatori. Insieme a John Grinder (l’altro padre della disciplina) hanno dimostrato come è possibile impostare a priori un dato numero di abitudini, reazioni e atteggiamenti mirati al successo; così come è possibile, attraverso l’imitazione dei comportamenti delle persone di successo, attraverso anche l’estrazione dei loro processi e l’adattamento degli stessi alla propria singolare situazione, fornire un vero e proprio modello di autorealizzazione.

 

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L’esempio più famoso di coaching con l’uso della PNL è quello praticato da Antony Robbins, celebre per essere entrato nelle grazie di giganti della politica internazionale, come Michail GorbačëvBill Clinton Donald Trump.

Robbins è essenzialmente un motivatore, che si rivolge a chi desidera risolvere i propri problemi e realizzare i propri desideri su svariati fronti, dalla salute al benessere emotivo, dal lavoro alla famiglia ai rapporti di coppia. Attualmente i suoi corsi sono tenuti in tutto il mondo e attirano sé migliaia e migliaia di persone.

 

Come funziona il coaching

Gli approcci al coching sono molto diversi. C’è chi lo studia per farlo diventare una professione, ma c’è anche chi lo studia perché lo trova un ottimo strumento per la leadership, per gestire i collaboratori, o perché semplicemente ognuno nella propria vita può essere coach di qualcuno e, per l’evenienza, tanto vale essere preparati.

C’è chi, invece, ne è interessato per usarlo su di sé, quindi legge libri, o segue corsi, oppure inizia un percorso a tu per tu con un coach professionista.

Ma c’è una cosa che accomuna tutti questi approcci diversi, per ognuno il punto di partenza è sempre lo stesso: raggiungere un obiettivo.

Qualsiasi sia l’obiettivo, attraverso il coaching, ci si sprona a realizzarlo, si elaborano strategie che avvicinano al raggiungimento del risultati, così come si prepara un piano operativo grazie al quale si possono allenare e potenziare le risorse a propria disposizione.

Lo strumento principale nelle mani del coach sono le domande potenti, ovvero domande in grado di far uscire il cliente fuori dai suoi abitudinali schemi di pensiero, che guidano l’attenzione dell’interlocutore a valutare idee, strategie e atteggiamenti completamente nuovi.

Una volta fatto tutto questo, il coach aiuta il cliente ad usare questo fantastico materiale in modo produttivo e preciso.

 

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Una cosa deve essere chiarita nel modo più perentorio possibile: un coach non ti darà mai dei consigli per aiutarti ad ottenere ciò che vuoi. Anzi, un comportamento di questo tipo denota solo una certezza nella persona che lo utilizza: non è per niente un coach. Magari ne avrà il titolo, ma di certo consigliandoti non sta facendo il suo lavoro di coach.

Un coach, mentre fa i suo lavoro aiuta il cliente facendolo passare per quattro fasi:

  • La definizione dell’obiettivo: il coach con il suo cliente devono avere ben chiaro ciò che si vuole ottenere. Quindi l’obiettivo deve essere declinato attraverso parametri ben precisi, che aiutano il coachee ad essere completamente focalizzato sul punto di arrivo.
  • Lo stato attuale, ovvero: dopo aver deciso il punto di arrivo, si va al punto di partenza, per confrontare le due situazioni.
  • Opzioni: vengono vagliate tutte le possibili alternative per percorrere la strada che separa i due punti.
  • Piano di azione: il coach aiuta il suo cliente a creare un piano di azioni. Lo ripeto: non è il coach a proporlo, bensì il coachee che riesce a stilarlo da solo.

Queste quattro fasi vengono conosciute con l’acronimo G.R.O.W., la struttura più usata oggi nel coaching. A questo modello attualmente si affianca anche il G.R.O.W. expanded, che alle quattro fasi iniziali aggiunge una serie di strumenti che aiutano il cliente e velocizzano ulteriormente l’intero percorso.

 

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La dinamica, ovviamente, è diversa nel caso in cui si va ad affrontare un corso di coaching. Questi potranno essere focalizzati sull’insegnarti il metodo, oppure una parte di esso, o solo alcuni strumenti. Così come possono essere focalizzati sul risultato: lo scopo non è tanto quello di farti conoscere la materia, ma fartela utilizzare per ottenere ciò che desideri.

 

Perché si pratica il coaching

Chi vi si avvicina al coaching, lo fa confidando di poter migliorare in una delle tre principali aree di applicazione: lo sport, il lavoro o la sfera privata. Chi lo pratica lo fa perché si tratta di un percorso che mette la responsabilità al centro. Il cliente di un coach non lo subisce passivamente, ma vive con lui una relazione di parità, al centro della quale c’è proprio la responsabilità: da parte del coach per svolgere nel modo migliore il proprio lavo, da parte del coachee quando giunge il momento di seguire il piano di azione.

In più il focus dell’intero rapporto è il presente, come base per poter agire concretamente nella creazione del proprio futuro ideale.

Non a caso, ogni sessione di coaching dovrebbe concludersi con un piano d’azione. Di modo che le azioni messe in atto dal cliente possano essere il primo argomento di discussione durante la sessione successiva, dove si andranno a raccogliere i feedback e ad aggiornare il piano di azione.

Le sessioni più richieste a livello globale sono quelli di life coaching. A queste si rivolgono persone insoddisfatte, che vogliono realizzarsi sul fronte emotivo (per esempio all’interno della famiglia o in una relazione di coppia); ad esempio c’è chi vuole cambiare lavoro, chi desidera far emergere le sue potenzialità inespresse, ma anche chi si rende conto di avere delle difficoltà di comunicazione e decide che è il momento di risolverle.

Stando al parere delle principali associazioni stanno però aumentando, e molto, anche le richieste di coaching in ambito sportivo. Tanto i giocatori di tennis, quanto quelli di basket, così come anche chi compie missioni estreme come le traversate oceaniche, si stanno accostando sempre più spesso a coach professionisti. C’è da dire che questo è stato una diretta conseguenza data dal voler seguire in tutto e per tutto i numeri uno, che hanno da sempre attribuito al coaching parte dei propri successi: un esempio a riguardo è il tennista Andre Agassi, che addirittura dichiara di essere rientrato dall’orlo del suicidio grazie all’aiuto del suo coach (non uno a caso, ma il Tony Robbins di sopra).

Ma lui non è l’unico, anche le sorelle WilliamsNadal e lo stesso Micheal Jordan hanno più volte dichiarato il merito del coaching per le loro prestazioni. Al punto tale che ormai sono le stesse squadre a dotarsi di appositi coach allo scopo di rafforzare il team.

 

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Un occhio di riguardo deve essere dedicato all’aspetto business. In questi casi, infatti, il coaching ha una biforcazione: si parla di business coaching e di executive coaching. Si tratta di due forme dedicate al mondo aziendale, con la differenza che la seconda è ad uso esclusivo degli alti dirigenti. Le due modalità, tranne per pochissimi punti, sono fondamentalmente uguali.

Il fatto è che sul fronte business la questione coaching è un po’ più dibattuta: c’è infatti chi sostiene che indirizzare i propri dipendenti verso un percorso di coaching sia privo di senso, poiché è una scelta che per essere efficace dovrebbe scaturire dall’individuo e non dagli interessi di un’azienda. Ciò nonostante, le aziende accostano sempre più spesso ai classici corsi di formazione attività di coaching legate all’imprenditorialità, alla leadership, alla comunicazione, alla vendita, e parallelamente un gran numero di scuole si sta adattando a erogare servizi preconfezionati di questo tipo.

Di fatto il coaching viene ormai applicato a tutti i campi possibili immaginabili, dalla cucina alle lingue straniere, dalla gestione dei propri risparmi alla perdita di peso, dal canto sino ad arrivare a tutte le altre attività artistiche.

Per ciascun tipo di attività si apre poi non solo un ventaglio infinito di programmi differenti per metodo e durata, ma anche un tariffario che spazia dalle poche decine di euro alle decine di migliaia: dipende tutto dal professionista che si sceglie, da quanto è grande il proprio obiettivo.

 

Come mai il Coaching funziona?

In primo luogo è giusto che tu sappia che il coaching non è per tutti. Come detto sopra, alla base di questa disciplina c’è la responsabilità. Se non ci si sente pronti ad assumersi la responsabilità del cambiamento, così come la responsabilità del miglioramento, se si crede che questi due elementi siano delegabili ad altri o non sotto il proprio controllo, allora il coaching sarà completamente inutile. Non per la sua natura, ma perché risulterà per niente adatto ad una persona con questa concezione.

 

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Valutare l’efficacia del coaching è molto semplice: se la persona raggiunge gli obiettivi prefissati, allora vuol dire che la relazione di coaching ha avuto successo.

Essendo una disciplina molto pragmatica, valutarne i risultati risulta essere facile. Ovviamente, come in molte altre discipline (così come in molte scienze), bisogna fare attenzione nel distinguere un professionista da un improvvisato.

A riguardo è interessante riportare le parole della professoressa Laura Borgogni dell’Università Sapienza di Roma: “Il rischio maggiore comunque è quello di incappare in persone non adeguatamente formate che vadano ad addentrarsi in dimensioni più vicine al counseling che al coaching, senza possedere le giuste competenze”.

Insomma, davanti a un settore che si mostra promettente, ottimista e fertile di iniziative, è anche vero che diversi sono i segnali lanciati dagli stessi addetti ai lavori per metterci in guardia da professionalità improvvisatevolontà speculative o veri e propri ciarlatani.

 

 

COSA FARE ADESSO COL COACHING

Finalmente è perfettamente chiaro che cosa è il coaching?

Come forse hai potuto ben notare, ho cercato di non tralasciare nessun aspetto.

A questo punto potrebbero pararsi di fronte a te diverse scelte:

– Decretare che il coaching non fa per te e andare oltre

– Interessarti a questa materia e volerla approfondire continuando a leggerla

– Interessarti ancora di più questa materia iniziando a volerla praticare e sperimentare.

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Walt Disney: rivelato il suo metodo di coaching per la creatività

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Chi non conosce Walt Disney?

Chi non conosce i suoi personaggi, che hanno accompagnato la crescita dei bambini di più e più generazioni?

Sicuramente sai che Walt Disney era un uomo dotato di una determinazione e di una creatività rare. Non è da tutti riuscire a dare vita ad un business sula fantasia e sui sogni dell’infanzia. E, se conosci un po’ della sua storia, sai che non è stato facile per lui realizzare tutto ciò che ha fatto.

Eppure Walt Disney aveva un metodo per fare ciò che faceva.

Si può addirittura dire che questo suo metodo era una sorta di sistema di coaching.

O almeno questo è l’idea di Robert Dilts, uno dei maggiori coach di Programmazione Neuro Linguistica a livello mondiale.

Dilts, nel suo lungo lavoro di ricerca e sviluppo, ha iniziato a studiare quelli che lui reputava i geni del passato per comprendere cosa facevano per essere così geniali.

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Tra i geni che ha studiato c’è anche Walt Disney. Il processo creativo, infatti, non è facile e capita più spesso di quanto si possa pensare che una artista, un creativo si rivolga ad un coach per migliorare la sua creatività. L’idea che animava Robert Dilts era la volontà di estrarre la strategia della creatività, così che chiunque potesse replicarla con te stesso.

La cosa – neanche a dirlo – fece storcere il naso a più di qualcuno.

Tu mi stai dicendo che se faccio queste cose divento creativo come Walt Disney? Ma non farmi ridere!”

Come spesso succede, molti non compresero affatto l’intento di questo lavoro. Non aveva la presunzione di far essere creativi come Walt Disney e questo non l’avrebbe mai potuto fare. Perché la sua creatività derivava dall’essere proprio Walt Disney, la sua creatività derivava dalle esperienze che aveva fatto e dal modo in cui le aveva vissute. Allo stesso modo, la creatività di Walt Disney era anche frutto di una strategie mentale molto specifica.

Ed è proprio questo ciò che cercava Robert Dilts: una strategia che chiunque avrebbe potuto usare per essere creativo, attingendo dalle proprie esperienze e dal modo in cui le hanno vissuto.

Se sei curioso di sapere qual’era questa strategia mentale e in che modo puoi usarla anche tu, continua a leggere perché ti rivelerò l’esatto processo creativo di Walt Disney.

Devi sapere che il coaching è in primo luogo uno strumento per aiutare le persone a raggiungere i propri obiettivi, quando si unisce alla Programmazione Neuro Linguistica offre una serie di strategie che, dopo essere state testate su un numero consistente di casi, hanno comprovato la loro efficacia.

La strategia di Walt Disney è proprio una di queste.

E può essere usata non solo all’interno di un processo artistico (come può essere la scrittura di un libro, la realizzazione di un progetto fotografico, o la realizzazione di un film) ma in qualsiasi contesto professionale.

Infatti, oggi come oggi, nel business c’è sempre più bisogno di essere creativi, per affrontare le problematiche in modo sempre nuovo e diverso, ricavando in questo modo un enorme vantaggio competitivo.

Ma adesso andiamo subito al vivo dell’articolo!

Se hai continuato a leggere sino a questo punto, è probabile che tu sia molto curioso di conoscerla.

Bene, devi sapere che questa strategie di basa su ben tre fasi diverse, tre fasi in cui ci si deve vestire un ruolo diverso:

– Il sognatore

– Il realista

– Il critico

Andiamo a scoprirle nel dettaglio.

Fase 1 – Il sognatore

Questa è la fase creativa per eccellenza. Per praticarla sarebbe anche il caso di immergersi in un posto in cui ci si sente completamente a proprio agio, sereni tranquilli, pronti per far esplodere la propria creatività. In questa fase, infatti, bisogna semplicemente lasciarsi andare. Se avessi risorse infinite che cosa realizzeresti? L’essenza di questa fa sta proprio nel rispondere a questa domanda.

Fase 2 – Il realista

Questa è la fase in cui ci si sveglia dal sonno e ci si impegna a comprendere in che modo trasformarlo in realtà. Si declina il progetto in obiettivi, affiancati da ben precisi piani di azioni, che delineano passo dopo passo tutte le azioni che devono essere messe in atto per trasformare il sogno in un risultato.

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Fase 3 – Il critico

Questa forse è la fase più difficile, quella in cui si vanno ad analizzare tutti i motivi per cui quella cosa potrebbe non funzionare. Una volta individuata hai due opzioni, che vanno prese in considerazione in ordine. La prima consiste nel fare tutte le correzioni necessarie per rendere funzionale quell’elemento. La seconda, da prendere in considerazione sono quando non c’è possibilità di correzione, consiste nell’eliminazione dell’elemento.

 

Queste fasi possono essere utilizzate tanto nella macroprogettazione, quanto nella microprogettazione. Insomma, è possibile usarla tanto per un progetto intero, tanto per lavorare su ogni suo singolo elemento.

Questa strategia è stata replicata con successo tanto da singolo individui, quanto dalle organizzazioni.

Sono molte le grandi aziende che hanno fatto dell’innovazione il proprio cavallo di battaglia, e alla base di ogni innovazione c’è la creatività: la capacità di vedere le cose in modo originale, la capacità di trovare connessioni lì dove solo in pochi riescono a scorgere, la capacità di unire cose diverse creando qualcosa di nuovo.

Anche in questo caso, il coaching risulta essere uno strumento efficiente.

Infatti, quando questo processo viene integrato all’interno di una struttura di coaching, come può essere il modello G.R.O.W. ecco che i risultati sono davvero sorprendenti.

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Molti pensano che la creatività sia una dote riservata solo a poche persone. Ma la realtà è che tutti noi esseri umani siamo dotati di questo dono. Il fatto è che alcuni lo allenano mentre altri non lo allenano e, a furia di non utilizzarlo, finiscono per credere di esserne completamente privi.

Il coaching ci dimostra che non è così.

In fondo anche l’essere più creativo, o usare la propria creatività in un modo ben preciso sono obiettivi che il coaching può aiutare a realizzare.

Per questo, se sei curioso di sapere in che modo il coaching ti può aiutare e come puoi impararlo, clicca qui perché stai per accedere ad una pagina che potrebbe davvero interessarti.

Il medical coach: apre il servizio rivolto ai malati oncoematologici

Non è difficile immaginare quanto la vita sia di gran lunga più difficile per chi è malato. Alcune delle più basilari certezza sfumano ed ogni giorno è un continuo lottare contro le condizioni avverse, ogni giorno è un po’ più faticoso del precedente.

Sono state proprio queste riflessioni che hanno spinto l’ospedale Maggiore Policlinico e l’ospedale San Paolo di Milano ad inaugurare il 27 febbraio un servizio gratuito di health coaching, rivolto a pazienti oncoematologici cronici.

Adesso i malati oncoematologici cronici, in cura presso le due strutture ospedaliere, avranno la possibilità di scegliere se aderire o non aderire al programma. Questo progetto di health coaching è composto da una serie di dodici incontri collettivi, di novanta minuti l’uno; tra questi incontri ne sono previsti anche alcuni con la presenza dei familiari dei malati. A questo è stato affiancato anche un servizio di “coaching time” di due ore mensili, in cui i malati potranno essere a tu per tu con il coach, per un servizio più individuale.

Gli incontri si tengono presso l’Aula Infogiurie dell’Università Statale degli Studi di Milano.

L’intero progetto è stato portato avanti dalla Fondazione Renata Quattropiani. La presidente, Giovanna Ferrante, durante un’intervista ha spiegato così le motivazioni della scelta: “Per la mia personale esperienza a contatto con la malattia cronica di mia madre, penso sia molto importante partire dal concetto di umanizzazione del paziente e della qualità della relazione come strumento e atto di cura. Il medical coach aiuta il paziente a rimettere al centro la vita, la sua specificità di persona, facendo passare in secondo piano lo status di malato” (fonte: sanità 24 – il sole 24 ore, articolo del 02/02/2017)
Questo specifico lavoro di coaching parte dall’ascolto del paziente, che è fondamentale perché egli stesso possa comprendere e chiarire quali sono i propri obiettivi. Non si lavora sul passato, bensì sul presente. Sul presente come motore principale per ottenere il futuro che si desidera.

Per quanto questa figura in Italia possa sembrare estremamente innovativa, è ormai una professione più che consolidata in altre parti del mondo, dagli Stati Uniti sino ad Israele.

Il coaching è sempre stata una disciplina volta alla centratura dell’individuo, sulle sue potenzialità, sui suoi talenti, sulle sue capacità al fine di raggiungere i propri obiettivi. E l’applicazione di questo strumento al supporto dei malati era già stato portato avanti, certo non con un evento di questa portata e che coinvolge strutture così autorevoli.

A questo riguardo Robert Dilts racconta di come usò il coaching e la PNL per supportare sua madre durante una malattia che avrebbe dovuto portarla alla morte. Per fortuna riuscì a sconfiggere il male e da quel momento Dilts cominciò a chiedersi come mai alcune persone, ferme restando le cure mediche, reagivano bene e altre meno. Questa ricerca lo portò a comprendere che un elemento che inferiva sui tassi di mortalità, facendolo calare drasticamente, era l’atteggiamento mentale.

Un atteggiamento mentale caratterizzato da:

– Una consapevolezza del proprio ruolo e della sua importanza nel mondo (in generale o quello delle persone più intime)

– La presenza di obiettivi motivanti da dovere e volere raggiungere

– La sicurezza nella propria autostima e nella propria autoefficacia.

La relazione di coaching mira allo sviluppo proprio di questi elementi. In più vedendo il presente come un futuro in fase germinale, fa concentrare il coachee su ciò che vuole e su ciò che può fare adesso per ottenerle.

Viste le diverse applicazioni del coaching, se vuoi sapere come diventare un coach professionista, clicca qui e inizia il tuo percorso.

L’Inner Game secondo Tim Gallwey

A volte non è facile trovare le origini del coaching.

Qualcuno sostiene che il primo grande coach della storia fu Socrate, che esercitava la maieutica. Per quanto posso essere d’accordo, è anche vero che il metodo del coaching era ancora molto distante dal vedere una vera e propria sistematizzazione.

Di certo uno dei più grandi divulgatori fu Tim Gallwey che pubblicò un libro che fu davvero rivoluzionario.

Infatti, quando è uscito Il Gioco Interiore nel Tennis di Tim Gallwey, nel 1972, divenne immediatamente un successo senza precedenti. Era la prima volta nella storia dell’editoria mondiale che un libro di sport non parlasse della tecnica vera e propria, ma della parte interiore del gioco come, ad esempio, gli ostacoli che ogni sportivo incontra nella sua mente.

Il lavoro svolto da Gallwey è stato senza dubbio enorme per i suoi tempi e credo di poter affermare che è a tutti gli effetti uno dei padri della psicologia dello sport, nonché uno dei padri fondatori del coaching.

Infatti Il gioco interiore del tennis è un libro che in primo luogo affronta il tema del miglioramento personale e solo in un secondo momento è anche un libro sullo sport (affronta il tema del tennis per non più di trentacinque pagine).

Ma cosa tratta nel dettaglio questo libro?

Tim Gallwey identifica e descrive il self1 (sè stesso1) e il self2 (se stesso2), facendo così comprendere che ogni volta che facciamo o pensiamo qualcosa siamo sempre in due: il self1 è la parte che dubita, critica, cerca di fare e alimenta le tensioni; il self2, invece, riesce a gestire molte più informazioni ma raramente viene lasciato lavorare come dovrebbe. In più Gallwey fa comprendere come il giocatore (così come qualsiasi altra persona) non è mai da solo, è sempre in compagnia di un dialogo interno, che ha da dire su tutto.

Per questo essere nel qui ed ora aiuta molto le performance, non solo il tennis. L’essere nella propria testa, concettualizzare e sforzarsi non solo aumenta dismisura lo sforzo, ma spesso impedisce al self 2 di ottenere la migliore performance che può avere.

Ma cosa è davvero l’Inner Game di cui parla nel libro?

Secondo Tim Gallwey per avere uno stato di peak performance è importante far operare in armonia questi due se stessi. Ne Il Gioco Interiore nel Tennis entra nel dettaglio, spiegando quale abilità devono essere sviluppare per generare armonia tra i due self:

– Saper lasciar andare il giudizio

– Saper lasciar andare l’ego

– Avere una presenza nel qui ed ora

– Apprendere dai feedback che riceviamo

Fidarsi delle naturali abilità che abbiamo nell’aprendere anche soltanto guardando e visualizzando.

Molti dei concetti che va a trattare (modelling, alta performance, armonia tra le parti) sono anche parte del bagaglio di competenze della PNL. Infatti proprio la Programmazione Neuro Linguistica ha sviluppato molte strategie e tecniche per lavorare su questo aspetto; strategie e tecniche sempre più utilizzate nell’ambito del mental coaching.

Quello che trovo davvero interessante di questo manuale è che, per quanto possa essere un libro sul tennis, chiunque può leggerlo e trovare spunti per migliorare: musicisti, studenti e lavoratori possono raccogliere varie perle dalla sua lettura. In più è anche scritto con un linguaggio chiaro, diretto e ricco di esempi.

Si tratta di un libro fondamentale per chiunque voglia avvicinarsi al tema del coaching. È utile per un aspirante coach che vuole approcciare questa materia partendo dalle basi. È utile per chiunque cerchi degli strumenti che lo aiutino a migliorarsi.

Proprio durante un’intervista lo stesso Gallwey ha dichiarato: “Prima di iniziare a sviluppare il principio del gioco interno nel 1970, ho potuto vedere nei miei studenti di tennis, così come in me stesso, che c’erano ostacoli mentali che interferivano con la nostra capacità di giocare al meglio . Allo stesso tempo, stavo cominciando a riconoscere che tutti noi abbiamo molto più potenziale dentro di noi di quanto pensiamo. Tre osservazioni hanno confermato e riconfermato che ero sulla strada giusta. Una volta che ho smesso di dare istruzioni tecniche e correggere i miei studenti in termini di giusto e sbagliato, le paure e i dubbi degli studenti sono diminuiti in modo significativo e hanno imparato più velocemente, con risultati migliori, si divertivano molto di più e non importava quale fosse il loro livello di gioco”.

Ma come è possibile applicare semplicemente il metodo di Tim Gallwey?

Voglio schematizzare in cinque passi uno degli approcci che delinea nel suo libro.

  1. Stabilisci l’aspetto che vuoi migliorare. Scegli un punto di partenza rispetto a ciò che vuoi. L’importante è che tu lo definisca in modo chiaro e specifico.
  2. Crea delle immagini mentali che ti mostrano mentre ottieni il risultato desiderato. La mente inconscia non sa distinguere tra ciò che immagina e ciò che reale, proprio per questo la visualizzazione ti aiuterà a sviluppare maggiore confidenza e preparare la tua mente ad orientarsi verso il risultato desiderato.
  3. Prendi in considerazione le nuove idee. Ovvero: decidi di sperimentare strade diverse, tutte quelle che ti verranno in mente. Raccogliendo i feedback per comprendere se ti stai avvicinando o allontanando dal risultato che ti sei prefissato.
  4. Ricorda il tuo scopo. Trova ogni giorno il momento per ricordare perché vuoi ottenere proprio quel tuo risultato. Che cosa ti porterà quel risultato? Che tipo di persona ti farà diventare? Come migliorerà la tua vita dopo averlo raggiunto? Basta che trovi anche solo tre minuti ogni giorno per ricordare tutto questo; va bene anche mentre stai guidando o sei in fila alla posta.
  5. Domandati sempre: “In che modo posso indirizzare i miei sforzi verso lo scopo?E ovviamente metti in pratica le risposte che ti dai.

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Quali sono le differenze tra coaching e counseling?

Sono numerose e differenti (a volte anche contraddittorie) le definizioni date alla parola “coaching”.

Molti scrittori e accademici nel tempo hanno anche cambiato il proprio punto di vista, indicando così che il campo si sta ancora sviluppando.

Per John Whitmore, una delle voci più autorevoli in materia, il coaching è il processo di responsabilizzazione degli altri. Per Coaching non intendiamo semplicemente una tecnica escogitata lì per lì e rigorosamente applicata in determinate circostanze: si tratta piuttosto di un modo di guidare e gestire le persone, un modo di pensare, e quindi anche un modo di essere.

Le definizioni di coach sono mutate nel corso degli anni.

Il termine “coach” fa la sua prima comparsa nel 1500 circa, riferito ad un metodo di trasporto, un veicolo trainato da cavalli, proveniente dalla piccola città ungherese di Kòcs (pronunciato “koach”).

A metà del 1850 la parola è stata utilizzata nelle università inglesi riferita ad una persona che aiutava gli allievi nella preparazione dell’esame.

Il coaching, quindi, affonda le sue radici nella Psicologia Umanistica focalizzandosi sulla dignità e sul valore intrinseco di una persona.

Con l’emergere del movimento Umanista, si comincia a parlare di coaching anche nel mondo del business. Ma la reale innovazione è venuta con la fusione tra lo sport e il mondo degli affari, che ha reinventato questo termine. Tim Gallwey con il suo Inner Game of Tennis fu uno dei primi promotori del coaching nel contesto degli affari, a cui sono susseguiti rapidamente altri coach sportivi di fama notevole, come John Whitmore (campione di corse automobilistiche), David Hemery (medaglista olimpico del salto ad ostacoli), David Witaker (coach olimpico di hockey).

Il Coaching, nel significato moderno, è stato supportato dalla “Teoria dell’apprendimento costruttivo” di Williams & Irwing (2001), la cui credenza centrale è che non esiste una sola vera interpretazione della realtà.

Se dovessimo sintetizzare in cosa consiste praticamente, potremmo tranquillamente usare la definizione che ne da il sito di AICP (Associazione Italiana Coach Professionisti): Il coaching è un servizio professionale esercitato in diversi ambiti organizzativi, sia in forma di attività libera professionale che interna alle organizzazioni. Consiste in un metodo di sviluppo dei singoli, dei gruppi e delle organizzazioni, basato sul riconoscimento, la valorizzazione e l’allenamento delle potenzialità per il raggiungimento di obiettivi definiti dal cliente (coachee) e con l’eventuale committente. Il processo di partenrship tra coach e coachee è basato su una relazione di reciproca fiducia; l’agire professionale del coach facilita il coachee a migliorare e valorizzare le sue competenze e potenziare le sue risorse.

Ciò che ho potuto notare, però, tanto nel corso dei miei anni di studio, quanto in quelli come coach professionista e formatore, è che alcune persone tendono a confondere la figura del coach, con quella counselor. Per non parlare del fatto che nella mia vita mi è capitato di incontrare anche persone che credevano che le due figure professionali altro non fossero che due diversi nomi per indicare la stessa e identica cosa.

Ma esistono parecchie distinzioni tra il coaching e il counseling.

Il counseling si applica in tutti quegli interventi volti a sviluppare la consapevolezza e l’autonomia dei soggetti, oppure per quegli interventi che vogliono rimuovere modelli di comportamento negativi perché produttivi di disagio, così come per affrontare positivamente le situazioni di conflitto, per acquisire fiducia in se stessi e nelle proprie potenzialità. Spesso vengono attuati anche percorsi specifici volti al sostegno e alla facilitazione di clienti (individui o gruppi) che attraversano periodi critici della propria vita o hanno bisogno di entrare in una relazione di aiuto per risolvere un problema specifico, per migliorare i propri processi decisionali, per migliorare la qualità della vita. In linea di massima possiamo dire che il counseling, per poter mettere in atto il suo processo di aiuto, parte da uno studio e da una conoscenza del contesto passato del cliente, individuando quali sono state le sue esperienze vissute e ciò che in passato il soggetto ha sperimentato come ostacolante alla sua crescita.

Il coaching, invece, si basa prevalentemente sul presente proiettando le attenzioni e le pratiche verso ciò che sarà il futuro del cliente.

Per quanto riguarda il rapporto con l’emotività, anche qui possiamo trovare delle differenze.

Infatti, mentre il counseling elabora l’emotività, il coaching, di contro, insegna ad utilizzarla.

A volte, tanto i coach quanto i counselor, utilizzano la Programmazione Neuro-Linguistica. Ma cambia radicalmente gli scopi per cui la utilizzano.

Comprendere bene queste due discipline vuol dire fare chiarezza su un mondo che risulta non essere ancora cristallino, a causa forse di una mancanza di informazioni corrette e concrete.

Ma perché ho voluto scrivere un articolo proprio su questo argomento?

Perché è importante che le persone capiscano che tipo di relazione cercano e a quale scopo, solo in questo modo potranno scegliere il professionista adatto a loro.

E allo stesso tempo è fondamentale per tutti coloro che hanno deciso di intraprendere una professione di aiuto, e hanno bisogno di comprendere quale è quella in cui si riconoscono di più.

Quando si parla di formazione, infatti, è sempre opportuno avere chiaro il punto di arrivo, solo in questo modo si può decidere quale strada percorrere. È necessario tenere sempre bene a mente che la formazione decreterà il proprio futuro professionale, la qualità del proprio lavoro e, di conseguenza, anche gli esiti monetari.

Per questo, quando ho fondato l’Università del Coaching, ho voluto creare la migliore scuola per portare degli studenti di coaching ad imporsi sul mercato del lavoro. E se te ne parlo è perché mi piacerebbe sapere se anche per te la strada del coaching è quella giusta o preferisci formarti o rivolgerti ad altre professioni come, per l’appunto, quella del counseling.

Perché senza responsabilità il coaching non esiste?

La responsabilità è una delle chiavi del Coaching. E non si declina solo nel rapporto tra il coach e il coachee (a questo riguardo ho già scritto un articolo che puoi trovare qui) ma anche nel rapporto del coachee con sé stesso (non importa se all’interno di un rapporto di coaching con un professionista, o in percorso autonomo di sviluppo personale).

Una delle domande più potenti che uso nelle mie sessioni di coaching, quando un coachee inizia a focalizzarsi troppo su suoi problemi è: “Come hai fatto ad arrivare sino a questo punto?

Di solito, in questi casi, il coachee mi guarda sempre in modo confuso, poi farfuglia qualcosa sulle condizioni, sugli altri, sui rifiuti che ha ricevuto e le aspettative non rispettate. Così sorrido e dico: “Forse non mi sono spiegato bene. Volevo dire come hai fatto TU ad arrivare sino a questo punto?

Devo dirti la verità, capita che il più delle volte la persona che ho di fronte mi dica che non ha fatto in nessun modo, che se ci sono degli aspetti della sua vita che non gli piacciono non dipende da lui, è tutta colpa degli altri o delle circostanze.

Il problema è che se una persona non è in grado di assumersi in prima persona la responsabilità della propria esistenza, io non posso fare niente. O meglio, potrei pure farlo, ma non fa parte del mio lavoro.

Se, invece, è in grado di rispondere in modo costruttivo (o anche solo ha bisogno semplicemente di essere guidato verso l’assunzione delle proprie responsabilità) allora so che possiamo lavorare insieme, e quella domanda (Come hai fatto ad arrivare sino a questo punto?) è il nostro punto di partenza.

Siamo onesti: tutti nella nostra vita affrontiamo dei problemi, tutti riceviamo promesse che vengono infrante, tutti abbiamo almeno un paio di aspettative che non vanno come vogliamo. E possiamo avere due tipi di atteggiamenti:

– prendercela con gli altri per averci remato contro, per non aver rispettato i patti, ecc., ecc.;

– possiamo assumercene in prima persona la responsabilità.

Queste due prospettive non sono solo due modi di vedere la realtà. Se proprio dovessimo osservare qualcosa che ci è andato male con una lente oggettiva, ci renderemmo conto che le cause spesso sono varie e hanno a che fare con noi, con gli altri, con l’ambiente circostante e le coincidenze imprevedibili.

Ma all’interno della prospettiva tipica del coaching, nel momento in cui scegliamo di prendercela con gli altri, adoperiamo una lente di visione (quindi una riduzione della realtà) che ci deresponsabilizza. Il che da un lato è ottimo: se ogni errore non dipende da me allora non sbaglio mai. Ma se gli errori non dipendono da te allora neppure il successo dipende da te. Se non hai controllo sul fallimento (che fondamentalmente è l’esito di un’azione) non ce l’hai neppure sul successo (altra forma di esito ad un’azione).

Questo messaggio, se anche non passa a livello consapevole, è estremamente impattante a livello inconscio, e porta a maturare questa convinzione: io non ho controllo della mia vita, io sono in totale balia degli eventi (questo, ripeto, se anche non accade a livello conscio comincia a germinare in modo inconscio).

Nel momento in cui scegliamo di assumerci la responsabilità operiamo sempre una riduzione della realtà ma che, questa volta, ci vede come soggetti agenti della nostra vita. In primo luogo cominciamo a rivedere ciò che non ci è piaciuto con uno sguardo di autocritica, il che trasforma ogni evento negativo in una piccola lezione di cui fare tesoro, in un esperienza utile che ci aiuta a crescere. In più assumiamo che possiamo agire sulle cose, semplicemente migliorando noi stessi e il modo di agire.

Ti faccio qualche esempio.

Un esame andato male.

Colpevolizzatore: il professore è cattivo, mi ha chiesto pure le note.  

Responsabile: non immaginavo che fosse così specifico, devo studiare in modo più approfondito.

Un colloquio di lavoro non andato a buon fine

Colpevolizzatore: quelli lì vogliono gente diversa da me.

Responsabile: in che modo posso far capire che sono il tipo di persona che cercano?

L’essere lasciato dal/la compagno/a 

Colpevolizzatore: è un/a pazzo/a! 

Responsabile: qual è stato il mio ruolo per farle prendere questa decisione?

Come ho già detto, non si tratta di comprendere quale sia la verità, ma comprendere quale punto di vista è più produttivo rispetto a ciò che desideri. Nel coaching non ci interessa arrivare alla verità, quanto conquistare una prospettiva funzionale rispetto agli obiettivi che vogliamo raggiungere.

Ovvio, il punto di vista del colpevolizzatore è comodissimo: il colpevolezzatore è sempre perfetto, è il mondo che è cattivo e ce l’ha con lui. Il punto di vista del responsabile, invece, è più difficile, si mette costantemente in gioco, sa bene che tutto ciò  è e che fa è la somma delle azioni che ha preso. Questo di sicuro non è semplice.

La differenza tra i due, di fondo, sta che il colpevolizzatore pensa a come vorrebbe che andasse la sua vita; il responsabile – come si dice dalle mie parti: storto o morto – ce la fa andare.

A te la scelta. Che tipo di persona vuoi essere?

Certo, decidere in che direzione far andare la propria vita non è sufficiente. Siamo sinceri, a volte non bastano le buone intenzioni, ci vogliono anche gli strumenti per trasformare proprio quelle intenzioni in azioni reali, che cambiano lo stato delle cose, permettendoci di avvicinarsi sempre più al risultato che vogliamo ottenere.

Proprio per questo, se anche tu senti di essere forte nelle intenzioni ma piuttosto debole rispetto agli strumenti, ti consiglio di cliccare qui, perché ho preparato un percorso in grado di farti raggiungere i tuoi obiettivi.

 

La differenza tra il coaching per azione e il coaching per re-azione

Il motivo per cui le persone non ottengono risultati non dipende da quello che pensano che dovrebbero fare e che non fanno ma da ragioni meno evidenti che le inibiscono e gli impediscono di ‘funzionare’ ad un livello di performance ottimale.

Siamo sinceri, tutti abbiamo dei desideri: vogliamo aprire una nostra attività, oppure possiamo voler vendere di più, mentre qualcuno desidera di comprarsi quella particolare macchina o una casa più grande.

E questi sono solo alcuni desideri materiali.

Esistono anche desideri non così immediatamente tangibili: ad esempio, trovare il lavoro giusto, oppure trovare la persona giusta; qualcuno desidera che il figlio si laurei in medicina, trovi un lavoro perfetto, una moglie ed una casa; qualcun altro ancora culla il desiderio di scrivere il romanzo della propria vita,  o imparare un paio di lingue straniere e partire per un lunghissimo viaggio; magari  qualcuno vuole perdere peso, o mettere su gli addominali, scolpendo il fisico per essere più attraente.

Il punto non è tanto quali sono i tuoi desideri, bensì da quale configurazione prendono forma.  Quando si parla di desideri, infatti, c’è una cosa che raramente si prende in considerazione, ovvero che possono essere presi da due configurazioni diverse.

La prima è una configurazione inibitoria. Ed è la configurazione in cui decidi quali sono i tuoi obiettivi o i tuoi desideri come reazione a qualcosa che non vuoi.

Per dirlo con parole diverse: la maggior parte delle persone quando decide cosa vuole lo fa portando l’attenzione sul problema che percepisce di avere. Una volta identificato il problema, il passo successivo di solito è identificare il rimedio che ponga fine al problema. Si tratta di una reazione generata da uno stato di frustrazione.

È come se tu avessi l’indice della mano destra stretto in una morsa, che si stringe sempre di più, facendoti sempre più male. In quel momento tutta la tua attenzione è sul dolore, e ogni tua azione non parte da ciò che vuoi, ma da come evitare il dolore. Inizi a cercare tutti i modi per tiare fuori il dito dalla morsa.

Il punto è che magari, nel tirare fuori il dito, lo porti contro una sega elettrica o contro la punta di un trapano che gira a tutta velocità.

Magari ho fatto un esempio un po’ troppo splatter. Ma te ne voglio fare anche uno più edulcorato: immagina una persona che non ce la fa più con il suo lavoro e lo vuole cambiare a tutti i costi. La sua attenzione su cosa è posta? Magari sul capo che non gli piace, i colleghi con cui non si trova bene, o ancora sulle attività che svolge tutti i giorni e che ormai lo hanno sfinito (la morsa stretta intorno al dito). Da questa posizione accetterà qualsiasi attività lo porti via dal suo ufficio, ma visto che è così concentrato sulla fuga niente vieta che trovi un lavoro peggiore (la sega elettrica e il trapano), oppure un lavoro che lo frustra in modo minore. Non ho detto un lavoro che lo appaga, ma un lavoro che lo fa sentire meno frustrato rispetto al precedente. E magari nel raggiungere questo obiettivo si sentirà anche fortunato, perché prima il suo dolore era cento ed ora solo sessanta.

La seconda configurazione la potremmo definire di abbondanza. Si tratta di una configurazione nella quale non ci si limita a reagire ad un dolore, ma si agisce in relazione ad una condizione di pienezza (non necessariamente materiale). È la configurazione del capitano di un vascello che si trova bene nel porto dove è ormeggiato ma vuole partire e scoprire nuovi porti. Oppure è la configurazione di chi semplicemente riesce a distaccarsi da ciò che non vuole e si pone questa domanda: “Se in questo momento non avessi dolori, sofferenze o frustrazioni, quale sarebbero i miei desideri?

Queste configurazioni portano, per forza di cose, a risultati diversi.

Nel primo caso il risultato sarà una riduzione del dolore o della frustrazione.

Nel secondo caso, invece, il risultato sarà una piena soddisfazione.

Il problema è che molto spesso le persone agiscono per reazione, entrano in una configurazione inibitoria e da lì cominciano un percorso di sviluppo personale. Che in questo percorso siano da soli o accompagnati da una persona che li aiuta, se non ci si accorge di questo, i risultati che si otterranno saranno solo condizioni meno peggio delle precedenti. Quando questo accade ciò che si prova è un senso di sollievo, che nella maggioranza dei casi viene percepito come soddisfazione. Ma non è diverso dal dito che finalmente è uscito fuori dalla morsa, dopo essere stato stretto per tanto tempo. Il dito è ferito, tumefatto e sanguinante – insomma, non sta affatto bene – ma il sollievo di non averlo più stretto fa percepire la cosa come una situazione di benessere. Eppure, lo sai bene, non è affatto così!

La configurazione da cui si parte è fondamentale per qualsiasi percorso di sviluppo personale, così come è essenziale per raggiungere degli obiettivi che si vogliono davvero e non che si limitino a creare un senso di sollievo.

Che tu stia facendo un percorso di coaching (con qualcuno o con te stesso) o che tu sia un coach è fondamentale che tu prenda in considerazione in quale configurazione sei o in quale configurazione si trova il tuo coachee.

Il contrario potrebbe generare solo un susseguirsi di situazione meno insoddisfacenti delle precedenti.

Questo è un aspetto che teniamo molto in considerazione nei nostri corsi per coach. Proprio per questo che tu sia una persona che vuole lavorare su sé stessa, che tu voglia diventare un coach, o che tu sia un coach in cerca di un upgrade, mi piacerebbe che tu dessi un’occhiata a questa pagina prendendo in considerazione se può essere la soluzione che fa per te.

90 domande potenti per le tue sessioni di coaching

Quello che stai per leggere non è un semplice articolo, ma una risorsa estremamente utile per te che sei un coach professionista, o per chiunque voglia sperimentare su sé stesso il coaching.

Si tratta di un elenco di ben 90 domande potenti.

È un qualcosa di così prezioso che ho deciso di darti la possibilità anche di scaricarle in forma di pdf, di modo che tu possa avere questo prontuario ogni volta che ne hai bisogno, anche quando non hai internet con te.

Come forse ben saprai le domande sono l’arma più potente che il coach utilizza per guidare il proprio coachee verso la soluzione e per accompagnarlo nella costruzione del suo piano di azione.

Una domanda ha il potere di far riflettere, di creare nuove prospettive. Una domanda è in grado di ampliare il punto di vista, di far prendere in considerazione prospettive sino che sino a quel momento erano come invisibili.

Ed io ho voluto fornirti ben 90 domande.

Sono certo che faranno una grande differenza nella tua formazione, così come nelle tue sessioni di coaching.

Usale con cura e poi fammi conoscere i tuoi risultati.

  1. Quali sono le tue priorità nella vita?
  2. Che cosa vale di più oggi dal tuo punto di vista?
  3. Quali sono le cose che odi?
  4. Che ami fare nel tempo libero?
  5. Che cosa ti viene bene fare?
  6. Cosa ti risulta invece complicato?
  7. Quali sono i tuoi punti di forza caratteriali?
  8. Quali sono i tuoi talenti naturali?
  9. Se continui a pensare e ad agire come hai fatto finora, come pensi sarà la tua vita tra 10 anni?
  10. Cosa ti dà la carica energetica?
  11. Cosa invece prosciuga le tue energie?
  12. Mi puoi dire il nome di 3 persone che ammiri e perché?
  13. Quali sono i difetti che non sopporti negli altri?
  14. Se sei qui, la tua situazione non ti piace: come vorresti che invece fosse?
  15. Come funzionano i tuoi autosabotaggi naturali?
  16. Come ti sentiresti se sapessi esattamente dove sta andando la tua vita?
  17. Come immaginavi sarebbe stata la tua vita?
  18. Cosa ti piacerebbe accadesse che non sta ancora succedendo?
  19. Se non dovessi lavorare per vivere, cosa vorresti fare che ti facesse sentire utile al mondo?
  20. Se avessi una bacchetta magica, come la useresti?
  21. Per vivere facendo quello che vuoi nella vita, quale sarebbe la prima cosa di cui dovresti sbarazzarti?
  22. C’è qualcosa che avendone di più o di meno farebbe una gran differenza nella tua vita?
  23. Cosa stai tollerando oggi che non ti rende felice?
  24. Che cosa vuoi assolutamente fare prima di morire?
  25. Che cosa ti fa rilassare davvero?
  26. Che cosa ti diverte e ti fa ridere?
  27. La tua vita sarebbe perfetta se non fosse per…?
  28. Cosa vorresti si dicesse al tuo funerale?
  29. Come posso aiutarti in questa situazione?
  30. Cosa possiamo imparare da tutto questo?
  31. Cosa dovrebbe accadere per superare questa situazione?
  32. C’è qualcosa per cui essere grati in tutto questo?
  33. Se questa situazione avesse un lato comico, quale sarebbe?
  34. Che modi potrebbero esistere per rifare questa cosa in modo diverso?
  35. Che cosa vedi/senti/percepisci nella tua mente quando pensi a questo situazione?
  36. Quali competenze hanno generato questa situazione?
  37. Ti stai ascoltando? Hai sentito quello che hai detto rispetto a questa situazione?
  38. Da quanto tempo pensi e ti ripeti questa cosa?
  39. Quali sono le azioni che dovresti rifare per assicurarti che in futuro si ricreerà esattamente la stessa situazione?
  40. Esiste un collegamento tra ciò di cui stiamo parlando e i tuoi valori?
  41. Hai già vissuto in passato una situazione simile?
  42. Se sentissi le tue parole, che consigli ti daresti?
  43. Se un tuo caro amico ti raccontasse tutto questo per avere un tuo consiglio, cosa gli diresti?
  44. Che cosa ti impedisce di fare ciò di cui stai parlando?
  45. Sembra interessante… Mi puoi dare qualche dettaglio in più? Che intendi, esattamente? (se percepiamo qualcosa di strano)
  46. Quale parola chiave potrebbe riassumere tutta la questione?
  47. Quale sarebbe la migliore domanda che potrei farti per risolvere la situazione?
  48. Di che cosa avresti bisogno in questo momento?
  49. Ripensando a questa situazione, ora ti senti più/meno tollerante rispetto a prima?
  50. Ripensando a questa situazione, ora ti senti più/meno rilassato rispetto a prima?
  51. Qual è l’unica cosa che puoi fare a questo punto?
  52. Mi puoi descrivere in poche parole che risultato pratico vuoi ottenere?
  53. Come potremmo tradurre il tuo obiettivo in qualcosa che vuoi avere, piuttosto che qualcosa che non vuoi più avere?
  54. Possiamo iniziare a lavorare sul tuo obiettivo adesso o dobbiamo prima aspettare qualcosa?
  55. Come vorresti che reagissi per aiutarti se non fai quello che ti impegni a fare?
  56. Qual è la motivazione principale che ti spinge ad agire?
  57. Quali sono i vantaggi del raggiungere questo obiettivo?
  58. E gli svantaggi del non raggiungerlo?
  59. Come sapremo quando hai raggiunto l’obiettivo?
  60. Entro che data vorresti raggiungerlo?
  61. Come si potrebbe mettere il tuo talento a frutto per raggiungere questo tuo obiettivo?
  62. Vorresti avere altri strumenti per capire come si possono raggiungere gli obiettivi più facilmente?
  63. Capisco, ma questo che c’entra con il lavoro sul tuo obiettivo? (se il Coachee divaga)
  64. Rifletti su cosa ti ha portato qui… che devi smettere di fare per realizzare il tuo obiettivo?
  65. In che modo questa abitudine negativa condiziona alla tua vita? Che vantaggi ti dà?
  66. Come stai rinforzando queste abitudini negative che ostacolano il tuo obiettivo?
  67. Rinunciare a questa abitudine significherebbe per te rinunciare a qualcosa? A Cosa?
  68. Chi ha pilotato la tua vita, fino adesso?
  69. Come ti sentiresti se avessi già ottenuto questo obiettivo?
  70. Che cosa potrebbe accadere dopo che l’hai raggiunto?
  71. Che cosa succede se invece non lo raggiungi?
  72. Di cosa hai bisogno per essere pronto ad agire?
  73. Cosa potresti fare che non stai ancora facendo?
  74. Cosa avresti potuto fare per prepararti ad agire?
  75. Che cosa devi fare per far accadere quello vorresti accadesse?
  76. Cosa ti avvicinerebbe di più alla meta?
  77. Proviamo ad essere fatalisti: qual è la cosa peggiore che ti potrebbe accadere lungo la strada verso l’obiettivo?
  78. Quale è la parte migliore di questo obiettivo?
  79. Quale sarebbe la conseguenza peggiore del non farcela?
  80. Che cosa potrebbe motivarti ad agire più che rimandare?
  81. Su quali risorse puoi contare per raggiungere il tuo obiettivo?
  82. Cosa potrebbe cambiare in negativo che non hai previsto raggiungendo l’obiettivo? (verifica ecologica)
  83. Quale potrebbe essere un primo piccolo passo?
  84. Chi potrebbe aiutarti a realizzare questo obbiettivo?
  85. Con chi ti potresti alleare – che sia sulla tua stessa lunghezza d’onda – per raggiungere questo obiettivo?
  86. Chi potrebbe invece sabotarti, anche involontariamente?
  87. Che ostacoli imprevisti potresti eventualmente trovare lungo il cammino?
  88. Che puoi fare per evitarli?
  89. Come puoi agire se una parte di te inizia ad auto-sabotarti?
  90. Se domani ti svegliassi e avessi raggiunto il  tuo obiettivo, da cosa me ne accorgerei, guardandoti e sentendoti parlare?

Una tecnica segreta per cambiare le credenze limitanti

Un coach professionista è sempre alla ricerca di tecniche nuove e all’avanguardia per portare il suo coachee ad ottenere i risultati che desiderano. E spesso, per ottenere proprio il risultato desiderato, è opportuno compiere dei cambiamenti. Cambiamenti che possono avere a che fare tanto col modo di pensare che col comportamento.

A volte le persone si pongono degli obiettivi eppure, per quanto possano mettercela tutta, non riescono a raggiungerli. Spesso per ottenere il risultato tanto desiderato hanno usato anche le tecniche più efficaci, ma… non è andata come voleva.

Quando accade questo è probabile che la causa sia da cercare nelle proprie credenze, soprattutto in quelle limitanti.

In questo articolo, quindi, ti parlerò di cosa sono le credenze e come agiscono su di noi e, infine, ti fornirò una tecnica estremamente potente che ti consentirà di cambiarle.

Ma andiamo per gradi, cosa sono di preciso le credenze?

Ognuno di noi ha un sistema di credenze che indirizza le azioni che compiamo quotidianamente. Questo insieme di presupposti è fatto di:

1) esperienze dirette,

2) esperienze osservate,

3) esperienze che ci sono state raccontate, e

4) dalle nostre interpretazioni.

Ovviamente, le credenze non sono immutabili: si aggiornano, cambiano e vengono sostituite da altre.

Il punto è: siamo sicuri che le nostre credenze siano utili?

A questo riguardo la Programmazione Neuro-Linguistica ha un approccio molto pratico. Da questo punto di vista, infatti, non è importante che le credenze siano vere o false, bensì quanto sono funzionali agli obiettivi.

Ti faccio subito un esempio: immagina di voler fare un concorso importante, ma credi di non esserne all’altezza, che si tratta di qualcosa al di sotto della tua portata… come pensi possa andare?

Probabilmente non nel modo migliore e, allo stesso tempo, è certo che questa credenza non ti farà impegnare nello stesso modo in cui ti impegneresti se fossi certo di farcela; non ti darà lo stesso livello di determinazione e di motivazione.

A tale riguardo, in sociologia si parla di profezia che si auto adempie, ovvero la nostra credenza si realizza per il solo fatto di essere convinti del suo verificarsi; in questo caso la predizione e l’evento sono in un rapporto circolare, secondo il quale la credenza genera l’evento, e l’evento conferma l’esattezza della credenza.

Insomma, per metterla alla pane e salame: se siamo convinti di qualcosa (a livello consapevole o inconscio) faremo il possibile per confermare il fatto che abbiamo ragione.

A questo punto diventa fondamentale comprendere quali sono le credenze che ti limitano e quali quelle che ti potenziano (e, nel tuo lavoro di coach, quali sono quelle del tuo coachee).

Come fare?

Inizia a fare caso a tutte le volte che pensi e pronunci frasi che cominciano con:

–  “Sono convinto che…

– “Ho l’idea che…

– “Le cose vanno proprio in questo modo…

Molto probabilmente stai portando alla luce una tua credenza.

Le credenze fondamentalmente altro non sono interpretazioni su cose, eventi e persone. Si tratta di giudizi dati alla luce delle nostre conoscenze limitate.

A questo punto, però, devo un attimo aprire una parentesi: quando dico conoscenze limitate non ti sto dando dell’ignorante. Le conoscenze di ognuno di noi (me compreso) sono limitate. Per farti capire questo voglio spiegarti un po’ come ci creiamo un giudizio su qualcuno.

Te lo suddivido in punti per farti capire che questo processo, per quanto possa avvenire in modo estremamente veloce, è in realtà complesso e articolato:

  • Quando una persona ci parla, decide di mostrareuna parte di sé,
  • Quindi laesprime attraverso il linguaggio. Il linguaggio però è uno strumento limitato: in parte per la sua natura, in parte a causa delle competenze specifiche che ognuno di noi ha nell’esporre,
  • Questo messaggio arriva disturbatoper due ragioni: i rumori che ci sono nell’ambiente (magari siamo in strada, o c’è della musica, o del vociare), i rumori interni (ovvero tutte quelle distrazioni che abbiamo mentre ascoltiamo, non necessariamente causa del disinteresse ma magari anche della stanchezza)
  • Una volta giunto a noiil messaggio viene interpretato, alla luce, appunto. delle nostre credenze.

 

Sulla base di queste informazioni così scarse e disturbate ci creiamo un giudizio sulla persona che abbiamo davanti. A questo punto, ti renderai conto del perché i fraintendimenti sono così all’ordine del giorno!

Ma torniamo a noi: individuare le nostre credenze limitanti ci permette di comprendere che c’è un nemico al nostro interno che fa di tutto per non farci ottenere i risultati che desideriamo. Ma non ti preoccupare, non è cattivo: è solo vittima di una conoscenza parziale.

Una volta individuate, però, non abbiamo finito. A questo punto è opportuno iniziarsi a chiedersi quali sarebbero, invece, le credenze che ti spingono, ti invogliano, ti motivano, ad ottenere ciò che desideri?

 

Eh Roberto, ma se pure le individuo… comunque io so bene come va il mondo, mica posso prendermi in giro?!

Assolutamente, non voglio che ti prenda in giro. Ma, allo stesso tempo, devo farti una domanda: sei sicuro che il modo vada proprio come credi?

 

CREARE UNA NUOVA POSSIBILITA’

Iniziati a domandare quali sono le cose che confermano la nuova credenza potenziate.

Anzi, ti dirò, di più: inizia a fare una ricerca su tutto ciò che conferma che la convinzione potenziate è vera. Fare questo inizia a creare la possibilità del cambiamento. La tua mappa del mondo comincia ad allargarsi. Se prima vedevi l’esistenza solo di poche strade, ora comincia a notarne sempre di più. Alcune ti sembreranno facili da percorrere, altre invece difficili. Nel secondo caso, nota quali sono le credenze limitanti che te le fanno apparire difficili e, anche in questo caso, individua quelle potenzianti che ti sono utili e trova anche per queste delle conferme.

Si tratta di un processo di analisi e di espansione che, tra i vari benefici, porta anche l’ampliarsi del proprio punto di vista, che ti consentirà di notare elementi della realtà circostante che prima neppure prendevi in considerazione.

LA PASSEGGIATA DELLE CREDENZE

Grazie alla commistione tra Programmazione Neuro Linguistica e coaching è stata creata una tecnica con la quale è possibile lasciarsi alle spalle una credenza limitante, per rendere solida e certa la credenza potenziante.

Te la spiego subito.

Dopo aver definito la credenza limitante di partenza e la credenza potenziante di arrivo, è possibile iniziare un percorso che facilita questo passaggio: si tratta, appunto, di una passeggiata immaginaria, attraverso varie tappe.

1° tappa: meta – Questa è la posizione di riflessione, in cui si osservano le credenze con assoluto distacco, come un osservatore esterno che non ha alcuna opinione pregressa.

2° tappa: credenza attuale – Riguarda la presa in considerazione della credenza limitante.

3° tappa: apertura al dubbio – È la posizione in cui si analizzano sia gli aspetti negativi che quelli positivi. Ci sono, infatti, aspetti funzionali anche nelle credenze limitanti, e sarebbe utili conservare questi aspetti, lasciando andare tutto il resto.

4° tappa: museo delle vecchie credenze –  Si tratta dell’immaginare un luogo dove sono conservate tutte le cose che credevi vere ed ora sai che sono false (ad esempio il fatto che Babbo Natale esiste). In questo luogo puoi immaginare di inserire la tua convinzione limitante. Per fare questo ti propongo di rilassarti e dedicarti per dieci minuti ad un piccolo esercizio di immaginazione in cui esegui questa operazione.

5° tappa: credenza desiderata – In questo punto si prende in considerazione la credenza potenziante: tutto ciò che la conferma come vera, quanto ti risulterà utile, tutte le opportunità che potrai avere nel momento in cui sarà completamente tua.

6° tappa: disposto a credere –  Si tratta della fase del percorso in cui si riflette su ciò che si pensava irrealizzabile e invece si è realizzato. Inoltre, così facendo, si crea un ponte che facilita l’accettazione della credenza potenziante.

7° tappa: luogo sacro – Qui si fa una cosa simile a ciò che si è fatto nel museo delle credenze. Anche in questo caso ti consiglio di prenderti un po’ di tempo per te, per rilassarti e lasciarti andare all’immaginazione. Ciò che devi visualizzare, infatti, è un luogo che conserva tutte le credenze che sai essere assolutamente vere (ad esempio che il sole sorge all’alba e tramonta la sera), dove puoi inserire la credenza potenziante.

 

Questa è una tecnica che utilizzo spesso con i miei coachee e ti assicuro che ha sempre avuto un ottimo successo. Proprio per questo mi piacerebbe che tu cominciassi ad usarla (tanto su te stesso, quanto sui tuoi coachee).

In fondo tutti noi abbiamo credenze che, come catene, ci permettono di fare qualche passo ma all’improvviso ecco che ci impediscono di andare avanti. Quello che ho voluto condividere con te oggi è uno strumento che permette di spezzarle e di essere libero di andare come vuoi.

Mi raccomando fammi conoscere i tuoi risultati e, nel caso, se hai avuto delle difficoltà, ti risponderò velocemente per aiutarti a superarle.

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Come la PNL aumenta del 70% i risultati del mental coaching

Gli ultimi studi della British Psychology Society hanno confermato che una prestazione sportiva può migliorare fino al 70% se accompagnata da un lavoro di mental coaching.

Non a caso, ormai più del 30% degli atleti che praticano sport di squadra si rivolgono a professionisti specializzati nel mental coaching per farsi aiutare a raggiungere risultati eccellenti.

L’allenamento mentale, infatti, è una pratica che sta prendendo sempre più piede tra gli sportivi, tanto tra i più noti che tra i meno famosi.

Ma di preciso in che cosa consiste il mental coaching?

La gestione della preparazione di un atleta professionista è una cosa molto complessa, e, come tale, va affrontata su quattro aree distinte:

– tecnica,

– tattica,

– fisico

– mente.

Per spiegare come il mental coaching influisca sul raggiungimento degli obiettivi, trovo particolarmente esplicativa una scena del film Rush, una pellicola sulla rivalità tra i piloti di Formula 1 James Hunt e Niki Lauda. Mi riferisco al momento in cui Hunt ad occhi chiusi visualizza la pista e tutte le minime sfaccettature che gli consentiranno di vincere la gara.

Per quanto possa sembrare qualcosa di semplice, si tratta di un potentissimo esercizio di mental coaching, che proietta la mente dell’atleta alla gara.

Devi sapere (e forse già lo sai) che il cervello umano non sa distinguere tra realtà e immaginazione, quindi è incapace di comprendere se quella visualizzazione è vera o falsa; di conseguenza gestisce le informazioni come se fossero reali. Questo andrà ad influire sullo stato emotivo, dal quale dipende direttamente la prestazione fisica.

La vittoria inizia sempre nella nostra testa, dalla consapevolezza delle nostre capacità e di come queste possano essere sfruttate al meglio per superare eventuali ostacoli.

Il compito del mental coach, quindi, è aiutare l’atleta a tirar fuori il suo meglio fornendogli gli strumenti necessari.

Tra gli strumenti a disposizione del mental coach troviamo sicuramente le innumerevoli tecniche proposte dalla Programmazione Neuro Linguistica.
Un mental coach formato in PNL, infatti, si focalizza sui risultati da ottenere allenando il cervello del coachee a superare i possibili ostacoli che si frappongono tra la situazione attuale e quella desiderata, attraverso molteplici semplici esercizi.

In pratica, la persona deve allenare il suo pensiero in modo da renderlo potenziante rispetto al risultato che intende raggiungere.

Capire come funziona il nostro cervello, infatti, può aiutarci a utilizzare tutte le risorse necessarie al raggiungimento del nostro obiettivo in maniera più ottimale, tanto nello sport quanto nel lavoro, in famiglia come con gli amici.

Nell’allenamento mentale di un atleta che ha subito un infortunio, per esempio, sapere che il nostro cervello non registra il “non”, ci consente di fornirgli esclusivamente dei messaggi in forma positiva ed evitare di utilizzare quella parolina – “non” – che fa sì che il nostro cervello si concentri proprio su ciò che vogliamo evitare.
Si tratta di un’esperienza che facciamo ogni giorno tutti noi, anche se non riflettiamo abbastanza sulle conseguenze del linguaggio che utilizziamo.

Quando, per esempio, qualcuno ci dice “non pensare che andrà male” automaticamente il nostro cervello – che ti ricordo è incapace di registrare il “non” – elabora l’informazione “pensare che andrà male”!

Questo un mental coach lo sa bene e sa usare il linguaggio in modo estremamente preciso, così da comunicare all’attleta messaggi potenzianti, che lo aiutano ad attingere al suo pieno potenziale.

Torniamo di nuovo al nostro sportivo che si è infortunato e pensa a quanto questo possa essere ‘letale’ sentirsi dire dal proprio coach: “Non devi avere paura di infortunarti di nuovo”-

Sarà automatico che il suo cervello penserà all’infortunio da cui è appena uscito, non credi?

E quanto negativamente pensi che questo inciderà sulla sua prestazione?

In ambito sportivo (così come in molti altri settori), per ottenere una prestazione eccellente dall’atleta, il mental coach lo deve portare in uno stato positivo, facendogli visualizzare la sua vittoria, per esempio. Questo inciderà positivamente anche sulla sua fisiologia, sul suo respiro, sulla sua postura e sui suoi movimenti ed in definitiva sulla sua prestazione.

Il cantautore argentino Facundo Cabral una volta ha detto: Non dire ‘non ce la faccio’ nemmeno per scherzo, perché l’inconscio non ha il senso dell’umorismo, lo prenderà sul serio e te lo ricorderà ogni volta che ci proverai”.

Cabral non era certo un mental coach ma aveva compreso esattamente come funziona la nostra mente inconscia.

Il dato di fatto è questo: chi pensa di poter vincere ha già fatto il primo passo per la vittoria!

Oggi come oggi i mental coach più richiesti dal mercato sono quelli specializzati in Programmazione Neuro Linguistica, proprio perché a loro disposizione hanno gli strumenti necessari per poter portare i loro atleti ad un cambiamento così profondo da incidere non solo dal punto di vista mentale, ma anche se tutte le altre aree da cui dipende la propria prestazione.

E tu la conosci la PNL?

Se la risposte è sì, ciò che ti ho detto non sarà affatto nuovo per te e sono certo che, se hai già applicato questa meravigliosa metodologia, hai ottenuto (o hai fatto ottenere) risultati superiori.

Se, invece, vuoi saperne di più sulla Programmazione Neuro Linguistica e su come è possibile applicarla al mental coaching, ti consiglio di venire su questa pagina e scoprire quali sono le tecniche più all’avanguardia!