Cosa fa e come diventare un Business Coach

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Perché il Business Coach è diventata una delle figure più ricercate dalle aziende?

I motivi sono tanti e di notevole importanza per il successo aziendale.

Partiamo col dire che la fortuna di questa figura si inserisce all’interno del forte sviluppo che ha avuto il coaching. 

In molti si sono affacciati allo studio e alla pratica di questa disciplina per le notevoli opportunità che offre a livello professionale e l’area che più affascina è sicuramente quella del Business.

Quando si parla di coaching infatti bisogna distinguere tra varie tipologie a seconda del settore in cui si applica.

In generale abbiamo 3 macro aree in cui il coaching viene utilizzato maggiormente:

 

  • Business: quando si ha a che fare con manager e aziende
  • Sport: quando si lavora con atleti e squadre sportive
  • Life: per tutto ciò che riguarda la vita privata e le relazioni personali

 

Tra questi, il Business Coaching è quello che sta riscuotendo maggior successo soprattutto in seguito alla crisi economica che ha portato molte aziende a dover rivedere la propria organizzazione e i propri obiettivi.

Ma di cosa parliamo quando facciamo riferimento al Business Coaching?

Cosa fa nella pratica un Business Coach?

Sono le domande che in molti si fanno e alle quali cercherò di rispondere di seguito.



 

Cos’è il Business Coaching

 

Come ho anticipato, il Business Coaching è relativo all’ambito aziendale e manageriale.

Mi piace definire il Business Coaching come un processo di miglioramento delle performance di un’impresa attraverso una figura professionale esterna che, non essendo influenzata dal contesto aziendale, riesce ad analizzare e comprendere con più obiettività le le aree da migliorare e a tirar fuori i talenti e le capacità al suo interno, in modo da far crescere il business dell’azienda.

Il Business Coach, quindi, interviene a vari livelli della struttura e della gestione aziendale, sia dal punto di vista individuale che collettivo, attraverso approcci e tecniche diverse a seconda dell’obiettivo.

Ecco perché possiamo distinguere tra 3 tipi di Business Coaching.



 

I tipi di Business Coaching

L’attività di Business Coaching prevede interventi in vari ambiti aziendali a seconda delle aree in cui il coach va ad operare.

Per questo si parla di:

Executive Coaching: quando il coach lavora con imprenditori e manager per migliorare le loro tecniche di sviluppo del business e di gestione dell’azienda aiutandoli a trovare soluzioni a tutte le problematiche relative all’impresa;

Team Coaching: quando il coach interviene su un gruppo di lavoro in modo da migliorare le performance dei singoli e di conseguenza dell’intero team, facilitando i processi in termini di produttività e integrando le caratteristiche del singolo con quelle del gruppo;

Corporate Coaching: quando il coach si dedica al gruppo dirigente integrando coaching individuale e coaching di gruppo e, se necessario, si rivolge anche ai livelli intermedi dell’azienda.



 

Cosa fa un Business Coach

Quella del Business Coach è una figura alla quale stanno facendo affidamento sempre più aziende, sia grandi che piccole e medie imprese.

Per molte si è rivelato un supporto necessario e fondamentale per far crescere il proprio business e per migliorare le pratiche e le attività aziendali.

Cosa fa un Business Coach dipende dal contesto in cui viene inserito e dallo scopo che l’azienda si è prefissato.

In generale possiamo dire che un Business Coach tramite tecniche e strumenti del coaching, del marketing e del business in generale mira a raggiungere obiettivi quali ad esempio:



 

  • lo sviluppo di tutte le risorse aziendali
  • il miglioramento della comunicazione e dei rapporti interpersonali tra le persone impiegate in azienda
  • il superamento delle problematiche, degli ostacoli e dei conflitti
  • una migliore gestione dell’azienda anche in termini di leadership da parte del management
  • individuare nuovi mercati e opportunità

 

A ciò si aggiunge il lavoro individuale che può fare un Business Coach sia con il management, ovvero con chi decide e gestisce le sorti dell’azienda, sia con i dipendenti a livello di obiettivi personali, soddisfazione e aree di miglioramento.



 

Come diventare Business Coach

Se quello che hai letto finora ti ha affascinato e stai pensando che potrebbe essere un’opportunità per cambiare lavoro e intraprendere questo tipo di carriera ti consiglio di fermarti un attimo.

Non voglio darti false illusioni, quindi ci tengo a precisare che per diventare un Business Coach di un certo livello devi formarti con chi già svolge questa attività e può insegnarti le tecniche e darti consigli pratici su come iniziare questa avventura nel mondo del coaching.

Diventare Business Coach, quindi, richiede innanzitutto una formazione adeguata con esperti del settore in grado di indirizzare la tua carriera verso questo obiettivo.

Devi però fare attenzione.

Esistono tanti corsi in materia di coaching dove perderai solo tempo e difficilmente imparerai qualcosa che ti sarà utile per diventare un coach professionista.

Ecco perché ho voluto mettere la mia esperienza decennale al servizio di tutti coloro che vogliono imparare l’arte del coaching e per questo ho creato Coach Italy, la prima Academy di Business e Sport Coaching in Italia focalizzata su queste due specifiche aree del coaching.

Imparerai a trovare aziende che vorranno affidarsi a te, ad aggiungere valore all’interno delle loro organizzazione, a farle crescere in tutti gli aspetti e a portarle al successo.

Se vuoi davvero diventare un Business Coach cercato dalle migliori aziende, CONTATTAMI.

Ad Maiora
Dr. Roberto Castaldo

Gallinari: come può un Campione perdere la testa così?

Il giocatore più forte dell’Italia del basket salterà gli Europei in seguito a un pugno contro un avversario. Analizziamo la questione dal punto di vista del Coaching.
 
È notizia di questi giorni che il campione della Nazionale italiana Danilo Gallinari non sarà presente ai prossimi Europei di basket.
 
Il motivo?
 
Un infortunio alla mano che gli impedirà di proseguire la preparazione con la squadra e di poter dare il proprio contributo.
 
La notizia in sé sarebbe stata archiviata come un un classico evento sfortunato ma tutto sommato casuale se fosse avvenuto in una normale azione di gioco.
 
È invece diventata un caso per come il giocatore si è procurato l’infortunio.
 
Continua a leggere l’articolo sul sito Roberto Castaldo.

Manager e Coach: che cosa puoi imparare da Allegri e dalla Juventus per la tua azienda

Oggi il ruolo del Manager d’Impresa è molto vicino a quello dell’allenatore di Serie A: lo stesso Mister Allegri l’ha spiegato nel suo Management Bootcamp e puoi prenderne spunto per il tuo business.

“Non è più il calcio di una volta”, “Girano troppi soldi”, “Le squadre sono diventate aziende”.

Quante volte abbiamo ascoltato queste parole? Quante volte siamo stati noi stessi a pensarle?

Ve lo dico io: tante, forse anche troppe.

Soprattutto in questi giorni che imperversa il caso Donnarumma, giovane portiere del Milan, solo l’ultimo degli episodi che hanno fatto inferocire i tifosi di un calcio che non esiste più.

Un calcio diverso ma che non deve essere inteso necessariamente in modo dispregiativo.

Sì perché le frasi che ho scritto in precedenza sono vere ma descrivono un’evoluzione del gioco preferito dagli italiani che non può essere considerata esclusivamente negativa.

Direi piuttosto che il calcio ha seguito un naturale percorso, previsto da tanti, assimilabile a quello che può fare un qualsiasi mercato in espansione e che ha portato ovviamente al cambiamento dei soggetti in gioco.

Chi sembra essersene accorto è sicuramente uno dei più grandi allenatori di calcio in circolazione. Sto parlando di Massimiliano Allegri, mister della Juventus con all’attivo già risultati importanti nella sua breve carriera.

Allegri ha inteso perfettamente il cambiamento del calcio in questi anni e in particolare del suo ruolo, quello di allenatore.

Tralasciando la sua apprezzabile attività di personal branding (come si può notare dal sito e dall’app che portano il suo nome), l’allenatore della Juventus è l’esempio lampante di come ormai il ruolo del mister sia sempre più vicino a un manager d’azienda.

E lo ha spiegato nel suo “Mr. Allegri Management Bootcamp” una giornata di formazione dedicata a dirigenti e imprenditori dei più svariati settori economici.

Manager e Allenatore: che cosa li accomuna dall’approccio alla gestione

Mister Allegri definisce il suo approccio “aziendalista”, un aggettivo spesso usato con un’accezione dispregiativa ma che si rifarà a quella che è la nuova natura delle società di calcio.

Le squadre sono ormai delle aziende a tutti gli effetti e di conseguenza l’allenatore deve tener conto di questa trasformazione con i compiti che ne derivano.

L’allenatore non può più occuparsi solo del lato tecnico ma deve avere una gestione a tutto tondo della squadra e interfacciarsi con la società anche per quelli che sono gli obiettivi e le questioni economiche.

Un esempio?

Siamo in periodo di calciomercato. L’allenatore deve sapere come la società intende muoversi, che budget c’è a disposizione in modo da poter valutare insieme le scelte migliori dal punto di vista tecnico e societario o sarebbe meglio dire aziendale.

E questo non si avvicina a quello che un manager d’azienda fa quando decide la strategia insieme alla proprietà dell’impresa? Direi proprio di sì.

Manager e Allenatore: che cosa puoi imparare per la tua azienda

L’interfacciarsi con la proprietà dell’azienda non è la sola caratteristica che accomuna un allenatore ad un manager.

Lo stesso Allegri ha più volte fatto riferimento ad alcune situazioni che si riscontrano in azienda così come in una società di calcio:

    • creazione di uno staff di qualità in modo da delegare alcuni aspetti della gestione, dando piena responsabilità e fiducia ai propri collaboratori a cui spettano le decisioni nei propri campi di assegnazione, ma rimanendo sempre come punto di riferimento centrale

 

    • creazione di una rete di comunicazione efficiente e rapida tra tutti i membri dello staff

 

    • programmazione del lavoro e distribuzione organizzata dei ruoli, delle scadenze e delle congiunture tra i diversi reparti operativi e strategici

 

    • gestione di aspetti differenti dalla “produzione” come può essere in una società di calcio la gestione del tempo di allenamento in virtù degli impegni con gli sponsor.

 

  • gestione degli imprevisti e delle difficoltà come ad esempio la cessione di un grande campione.

Questi sono solo alcuni dei compiti dell’allenatore che però possiamo riscontrare tranquillamente all’interno di una qualsiasi azienda.

Spesso da settori diversi dal proprio si possono ricevere spunti interessanti ed è per questo che dirigenti e manager si sono confrontati con mister Allegri ed io sono qui a parlarti del suo approccio.

Ci sono tratti comuni per alcuni ruoli a prescindere dalla tipologia di azienda ed è per questo che devi anche saper guardare ad esperienze diverse dalla tua.

Che tu venga dal Business o dallo Sport non fa differenza.

Coach Italy è la prima Academy di Sport e Business Coaching e affidandoti ai nostri coach potrai ottenere i risultati che vuoi in maniera efficace ed efficiente.

Prenota ora la tua sessione di coaching.

Ad maiora

Dr. Roberto Castaldo

Da Cliente a Coach Professionista: un passaggio sempre più frequente nel Coaching

Da una semplice consulenza per migliorare la propria vita, un Coachee è diventato Coach professionista in poco tempo: scopri perché sta diventando sempre più frequente passare dall’altro lato della “scrivania” e come diventare Coach professionista.

Sapevi che quella del Coach è diventata una professione a tutti gli effetti?

Molti colleghi sono riusciti a trasformare la passione per il Coaching in un vero e proprio lavoro in breve tempo.

Vuoi sapere come hanno fatto?

Te lo spiegherò tra poco.

Prima voglio raccontarti come in molti si sono appassionati al Coaching.

Un percorso che ho riscontrato in tante persone durante la mia carriera e che potrebbe essere un punto di inizio anche per te che di Coaching non hai mai sentito parlare o conosci solo informazioni superficiali.

Affidarti a un Coach: scoprire un nuovo mondo

Probabilmente non lo sai ma potrebbe servire un Coach anche a te.

Perché?

Perché magari stai vivendo un periodo di difficoltà, di sconforto, non credi in te stesso e non riesci a reagire ad eventi che ti hanno scosso.

E quindi cosa fai?

Te lo dico io: Niente.

O almeno, niente che inneschi davvero un cambiamento reale.

Oppure anche se va tutto bene provi un generico senso di insoddisfazione perché vuoi qualcosa in più dalla vita. Non sai neanche tu cosa, ma sai che vuoi di più.

Ecco allora che un Coach può fare al caso tuo.

Proprio in questo modo in molti si sono avvicinati al Coaching.

Si sono resi conto di aver bisogno di aiuto per superare delle difficoltà o semplicemente per migliorare il proprio carattere e le proprie relazioni e si sono affidati ad un Coach.

Da un semplice incontro di consulenza si è aperto un mondo.

Un Coach, infatti, ti guida nel raggiungere l’obiettivo che ti sei prefissato attraverso un percorso che parte dall’analisi dei tuoi obiettivi e delle tue potenzialità.

Sessione dopo sessione fai emergere le risorse che hai dentro per produrre risultati straordinari in ciò che fai.

Un aiuto importante se non riesci da solo a migliorare o a risolvere determinate criticità, non trovi?

Il punto fondamentale è che con un buon Coach i risultati arrivano e sono evidenti e soprattutto misurabili in maniera oggettiva.

Ovviamente bisogna affidarsi a professionisti con una buona esperienza alle spalle e che abbiano avuto una formazione adeguata e certificata.

Alla fine dell’articolo ti dirò anche a chi affidarti.

Ora però voglio continuare a spiegarti cosa hanno fatto in molti dopo aver provato sulla loro pelle l’esperienza di farsi aiutare da un Coach.

Ed ora vuoi farlo anche tu: diventa Coach!

Vuoi i risultati ottenuti, vuoi il fascino della materia, vuoi la passione trasmessa dal Coach, il passaggio successivo per molti è stato uno:

Appassionarsi talmente al Coaching fino a diventare Coach Professionista.

Diciamo la verità, il Coaching comprende tanti aspetti che affascinano coloro che entrano per la prima volta in questo mondo. E proprio per questa sua caratteristica, si è portati ad informarsi ulteriormente dopo che si è concluso un percorso con un Coach.

E come hanno soddisfatto questa voglia di approfondire?

Mettendoci entusiasmo, studiando e soprattutto partecipando a Corsi specializzati sul Coaching tenuti da esperti del settore.

Ci tengo a precisare esperti e ti spiego il motivo.

Come scegliere il Corso di Coaching adatto a te

Ormai ci sono moltissimi corsi sul ruolo del Coach ma non tutti sono affidabili e soprattutto attendibili.

È bene che ti informi e ti documenti al meglio per scegliere il Corso migliore su cui investire.

Ti ripeto: investire. Il tuo tempo, il tuo denaro e tutto te stesso.

Diffida di chi propone Corsi di Coaching gratis.

Diciamocelo francamente: quando andavi all’Università, ti aspettavi di frequentare i corsi gratis?

Per il Coaching vale lo stesso ed anche di più.

Forse ora ti starai chiedendo come scegliere il Corso adatto.

La mia risposta è: scegli un corso tenuto da un Coach di comprovata esperienza.

E te lo dico perché sono stato uno dei primi Trainer italiani Certificati direttamente da Richard Bandler, perché ho studiato coi padri della PNL e del Coaching e perché come Responsabile Regionale dell’Associazione Italiana Coach Professionisti voglio tenere sempre più alta la reputazione del Coaching in Italia.

Se vuoi entrare nel Coaching con delle fondamenta solide il modo migliore è dare un’occhiata al Corso I Pilastri del Coaching per entrare subito nel vivo della pratica del Coaching con le Metodologie eccellenti per fare di te un Coach Professionista.

Ad maiora

Dott. Roberto Castaldo

La Potenza del Coaching: la pratica efficace nel nuovo libro di Emanuela Del Pianto

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Oggi ho il piacere di presentarti un libro molto interessante appena pubblicato.

Si chiama La Potenza del Coaching – Modelli e strumenti per incrementare l’efficacia di un percorso di Coaching e l’autrice è una collega Coach che stimo molto: Emanuela Del Pianto. 

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Emanuela oltre ad essere vicepresidente e responsabile ricerca dell’Associazione Italiana Coach Professionisti è una psicologa del lavoro e delle organizzazioni ed un consulente a tutto tondo nella gestione e nello sviluppo delle risorse umane.

 

Se sei un Coach o aspirante Coach e sei sempre attivo nel cercare e nel testare nuove soluzioni e strumenti innovativi per il tuo Coaching, ti consiglio caldamente di leggere “La Potenza del Coaching” e – soprattutto – di praticarlo!

 

 

3 Buoni Motivi per leggere “La Potenza del Coaching”

Ce ne sarebbero molti di più, ma questi 3 sono quelli che ritengo fondamentali: 

  • perché è un libro pratico: fatto per chi vuole sperimentare subito l’efficacia del Coaching e per produrre risultati ed ogni capitolo contiene tanti strumenti da applicare insieme ad esempi concreti.
  •  

  • perché è un libro innovativo: uno dei pochi che propone lo Shadow Coaching in duplice veste presentandolo in modo assolutamente originale i modelli e le ricerche di grandi autori.
  •  

  • perché è un libro che lavora su più livelli: sul processo, sugli strumenti, sul piano di lavoro, sulla relazione e sulla responsabilità reciproca tra Coach e Coachee riuscendo a spaziare sul Coaching con una maturità prospettica difficilmente riscontrabile nel panorama italiano.

 

A chi è rivolto La Potenza del Coaching

Il libro si rivolge a chi si interessa – ed anche ai curiosi – di Coaching ed in particolare ai manager aziendali, agli imprenditori, ai responsabili HR, ai CEO di piccole, medie e grandi imprese, agli studenti ed agli psicologi del lavoro.

 

Inoltre, lo consiglio particolarmente a tutti i Coachee in ascoltoperché è bene che i loro Coach entrino in contatto con questo libro!

 

Come acquistare La Potenza del Coaching

Puoi acquistare il libro La Potenza del Coaching cliccando su questo link.

 

Se ci stai ancora pensando, sappi che è un libro che può davvero trasformare il tuo approccio al Coaching scritto da una delle Coach che più stimo nel panorama italiano.

 

Viva La Potenza del Coaching!

 

Ad maiora
Dott. Roberto Castaldo

Come uscire dalla trappola dell’identità

Una delle cose che cerco di notare con maggiore attenzione, quando parlo con un cliente, è come esprime la sua identità.

Appena dice “Io sono…” ecco che drizzo le antennine per non perdere neppure una parola. Anzi, le memorizzo tutte, perchè sono fondamentali per il lavoro che faremo in seguito.

Il modo in cui ognuno di noi si identifica, infatti, è estremamente importante.

Dalla nostra identità derivano le convinzioni su noi stessi, su ciò che possiamo fare o non possiamo fare, sulle nostre qualità, anche su ciò che meritiamo (in positivo e in negativo).

Ma l’identità è un po’ come quelle stampelle nei negozi di abbigliamento, su cui c’è un tondino con il numero della taglia del vestito.

Quante volte ti è capitato di prendere una stampella che segnava che il pantalone era taglia 48 e poi, quando sei andato a misurarlo, ti sei reso conto che in realtà era di gran lunga più largo o più stretto?

Insomma, l’identità è un’etichetta e come tale può essere giusta o sbagliata.

 

E non solo: molto spesso ci identifichiamo in un modo e da quel momento cominciano a passare i giorni, i mesi, gli anni, sino a quando siamo ormai cambiati, abbiamo sviluppato nuove abilità, nuovi atteggiamenti, a volte anche un diverso modo di essere, eppure continuiamo a identificarci così come facevamo prima.

 

Ora, se il modo in cui ci identifichiamo è positivo, tutto questo influirà in modo decisamente positivo sugli altri nostri aspetti. Ma se questa identificazione è negativa, ecco che possono esserci problemi.

 

Conosco, ad esempio, un sacco di persone che per il semplice fatto di essere stati degli adolescenti insicuri continuano a sentirsi insicuri anche da adulti. E la cosa è più che normale!

Nel momento in cui hanno percepito l’insicurezza come una parte integrante di sé, non hanno mai preso in considerazione la possibilità reale di poter sviluppare una propria sicurezza.
Così come conosco persone che si identificano come “povere”. Magari sono persone che hanno anche un buono stipendio, ma la percezione che hanno di sé è opposta, così ecco che non spendono nulla per farsi qualche regalo, percependosi in questo modo sempre come se mancasse loro qualcosa, quindi confermando la loro identità di poveri.

 

Il fatto è che anche l’identità positiva può essere un enorme trappola.

Infatti identificarsi in qualcosa significa escludere la possibilità di essere qualsiasi altra.

Spesso, quando lavoro con un cliente di grande successo, lo metto nella condizione di parlare del modo in cui si identifica, portandolo a raccontarmi proprio delle sue vittorie. A quel punto (e succede sempre, tutte le volte) mi accorgo che il suo blocco, ciò che gli impedisce di andare avanti, è proprio quella sua identità positiva: è quello il suo più grande limite.

 

Ti faccio subito un esempio.

Un mio cliente è un imprenditore che si è sempre definito come una persona molto aperta e flessibile; eppure nella fase commerciale che stava affrontando doveva essere l’esatto opposto: chiuso nei confronti degli impiegati e rigido nella strategia. Non per sempre, ovviamente, solo per il breve periodo necessario all’operazione commerciale. Quando ha delineato la strategia operativa, lui mi ha detto: “Ma non posso farlo, io non sono così!

 

La realtà è che noi non siamo il modo in cui ci identifichiamo. Così come i pantaloni non sono ciò che dicono le stampelle. Se anche le stampelle sono giuste, tutto ciò che ci dicono sui pantaloni riguarda la loro misura, non ci dicono niente sul colore, sul modello, se ci stanno comodi o meno, sul modo in cui ci stanno.

Identificarsi in un modo piuttosto che in un altro è la stessa cosa, polarizza la propria attenzione su pochissimi particolari, impedendo a tutte le altre nostre potenzialità di svilupparsi.

 

Molte persone, ad esempio, si identificano con il proprio lavoro: Sono un avvocato, un professore, un addetto alle vendite.

Altre con i loro hobbies: sono un collezionista di fumetti, sono una persona a cui piace cucinare.

Altri ancora con una qualità o uno stato emotivo: Sono spavaldo, sono triste, sono una persona felice.

Ma la verità è che questo non sei tu!

Il tuo lavoro e i tuoi hobbies sono cose che fai, così come ce ne sono tante altre che fai; e lo stesso vale per le tue emozioni: ogni giorno ne provi così tante, che se ti chiedessi di scriverle tutte non appena le provi, rimarresti sorpreso dal numero di fogli che ti occorrono; e lo stesso si può dire delle qualità: ci sono quelle che usiamo poco, quelle che non notiamo, quelle che non sappiamo neppure di avere perché non ci è mai capitato di doverle tirare fuori.

 

Ma allora, visto che spesso è difficilissimo non identificarsi, cosa fare?

Ti voglio rivelare il modo in cui mi identifico io.

Se qualcuno mi chiede chi sono, mi limito a rispondere dicendo: “Io sono Roberto“. Niente di più.

E, come te, sono una persona che può decidere in qualsiasi momento cosa fare di sé. Certo, ci sono cose che non sappiamo fare, per le quali possiamo sentirci non portati; ciò non vuol dire che c’è qualcosa nel nostro DNA che ci impedisce di farle, possiamo sempre imparare.

 

Tu, come tutti gli abitanti di questo pianeta, sei una persona che può fare qualsiasi cosa, basta che ti sbarazzi per un attimo della tua identità e ti dai la possibilità di sperimentare lati di te che non hai ancora preso in considerazione.

 

Quali lati di te vuoi sperimentare? E in che modo cambierebbero il modo in cui normalmente ti rapporti agli altri, al lavoro, alle piccole sfide che affronti ogni giorno?

Questo è uno dei doni più preziosi del coaching. E se anche tu lo vuoi ricevere, custodirlo e farlo crescere, ti consiglio di cliccare su questa pagina, perché scoprirai il percorso che ti aiuterà a fare proprio tutto questo.

Carisma: 7 convinzioni fondamentali per svilupparlo

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Carisma: che cos’è e come definirlo? Si tratta di una dote innata o che si può sviluppare? In questo articolo faremo luce su questi punti e ti darò 7 spunti essenziali per sviluppare da subito il tuo carisma individuale.
 
(Premessa: quello che stai per leggere rappresenta una piccola parte di uno dei miei Corsi sul Coaching: se vuoi andare direttamente al sodo e testare da subito su di te e sui tuoi clienti le più potenti strategie per sviluppare naturalmente il tuo Carisma, clicca qui)
 

Carisma: che cos’è e perché conta nel Coaching 

Ad esempio, nel linguaggio teologico sta ad indicare un dono divino elargito a un credente a vantaggio dell’intera comunità; in senso più lato, la grazia santificante trasmessa dai sacramenti e anche i sacramenti stessi.
 
Ma il termine carisma può anche indicare quanto concorre a determinare un ascendente o un’influenza indiscutibile e generalizzata su altri.
 
Si tratta di una dote che, al di là delle definizioni, risulta essere molto complessa da comprendere.
 
Carisma, infatti, indica anche la capacità di farsi ascoltare (dote che mai quanto oggi risulta essere necessaria).
 
Se te ne parlo è perché si tratta di una componente fondamentale nel mondo del Coaching:
 

  • Da un lato è necessaria al coach che, per l’appunto, deve essere ascoltato dal coachee e deve essere visto come una figura autorevole.
     
  • Dall’altro lato è una di quelle qualità che molto spesso viene ricercata all’interno di un percorso di coaching. Non è difficile, infatti, che durante una sessione il coachee dichiari di voler sviluppare un maggiore carisma.
     

Essendo, però, una qualità molto complessa risulta difficile identificarla, anche perché spesso e volentieri se chiedessimo a dieci persone diverse cosa è il carisma ci daranno dieci definizioni diverse. Certo, è probabile che tutte queste definizioni avranno degli elementi in comune ma, allo stesso tempo, saranno caratterizzate da sfumature molto differenti.
 
Per questo oggi voglio offrirti una prospettiva operativa sul carisma.
 

Carisma, PNL e le Convinzioni carismatiche

 Owen Fitzpratick, celebre coach di PNL, parla di carisma in relazione a ciò che accade all’interno di noi quando sviluppiamo determinate convinzioni. Tra qualche rigo ti rivelerò quali sono queste convinzioni, ma prima risulta opportuno avere un’idea chiara e precisa di cosa sono le convinzioni e dell’effetto che hanno su di noi.
 
Secondo il vocabolario Treccani, una convinzione è qualcosa di cui si è assolutamente certi.
 
Anche se, ad essere sincero, la Programmazione neuro-linguistica mi ha aiutato a sviluppare uno modo di guardare diverso: la convinzione è uno dei mattoni che costituiscono la propria realtà.
 
In psicologia si parla di profezia auto avverante, ovvero: quando siamo convinti di qualcosa, dal punto di vista inconscio cercheremo tutti segnali che confermano che abbiamo ragione, al punto tale che senza rendercene conto produciamo le conseguenze che ci aspettiamo.
 
Ora finché si tratta di convinzioni potenzianti è tutto perfetto, quando però queste convinzioni ci limitano, ecco che cominciano a sorgere i problemi.
 
Proprio per questo ti chiedo di prendere in considerazione quali sono le tue convinzioni personali e notare quali, secondo te, impediscono di aumentare il tuo carisma. In questo caso non voglio darti delle indicazioni precise, ma voglio che ti affidi alla tua saggezza più profonda (se non sai di averla, è venuto il momento di conoscerla): ripassa mentalmente le tue convinzioni e di istinto, o di pancia, senti se ti limitano o ti potenziano.
 
La consapevolezza di sé è il primo passo per qualsiasi cambiamento.
 

Carisma: le 7 Convinzioni della PNL per svilupparlo subito

 Una volta fatto questo, voglio proporti le sette convinzioni delle persone carismatiche.
 
Prima di mostrartele, però, mi sembra giusto spiegarti da dove derivano.
 
Devi sapere che il metodo di lavoro della Programmazione neuro-linguistica è, per certi aspetti, molto semplice, e consiste nel modellare i comportamenti eccellenti. Per modellamento si intende uno studio dettagliato della persona, per comprendere cosa fa e cosa pensa per avere risultati eccellenti; di modo che chiunque possa accedere a quelle strategie specifiche e ottenere risultati simili.
 
Quindi, quando si è trattato di studiare il carisma, cosa hanno fatto gli studiosi di PNL? Hanno selezionato un gruppo di persone carismatiche, le hanno studiate e si sono resi conto che tutti loro avevano queste sette convinzioni in comune.
 
Leggile attentamente, rileggile e fai in modo che la tua mente le possa assorbire completamente.
 
1. Non esiste il fallimento, ma solo risultati
 
Lo so, questa convinzione può essere non particolarmente facile da adottare. Magari ti eri fissato un obiettivo e qualcosa è andato storto. Eppure trasformare tutto ciò in un fallimento è solo una tua decisione.
 
Infatti puoi scegliere se accettare che le cose siano andate male, o semplicemente domandarti cosa potevi fare meglio, quali sono i modi in cui puoi far andare le cose nel modo che vuoi; quindi, trasformare il tutto in un’esperienza.
 
2. Il rifiuto è una cosa che non riguarda te ma esclusivamente l’altra persona
 
Un rifiuto, infatti, ci fornisce unicamente informazioni sul punto di vista della persona che lo esprime; questo è influenzato dalla sua percezione in quel momento, dalle sue esperienze passate, dalle sue convinzioni, dallo stato mentale che sta vivendo.
 
Insomma, ciò che spinge una persona ad esprimere un rifiuto ha poco a che fare con un vero e proprio giudizio.
 
Pensa, ad esempio, ad una persona che viene respinta dal proprio partner. La cosa non dipende tanto da quella persona, ma dalla nuova percezione che ne ha il partner: il rifiuto non riguarda affatto quella persona, ma il modo di essere del partner.
 
3. L’imbarazzo e il disagio non sono oggettivi, sono solo una percezione di chi li sperimenta
 
Per dimostrarti questo ti chiedo di ricordare un momento in cui hai “imparato” imbarazzo o disagio. Molto probabilmente quello che ti è capitato è che eri più concentrato sui tuoi pensieri che su ciò che stava accadendo. La tua attenzione non era tanto rivolta alla situazione, quanto al tuo dialogo interno, a quella massa caotica di pensieri che ti dicevano che dovevi sentirti in imbarazzo o a disagio.
 
Quando sei in presenza di altre persone, quindi, puoi scegliere se dare retta alle tue “vocine nella testa”, oppure essere presente nel momento che stai vivendo.
 
Lo so, all’inizio può non essere facile, ma inizia a renderti conto che hai a disposizione questa scelta, diventane sempre più consapevole. Facendo questo, ti sorprenderai di come ad un certo punto sarà per te naturale smettere di dare retta a quei pensieri limitanti, per goderti l’esperienza che stai vivendo.
 
4. Va bene essere seri, è pessimo essere seriosi
 
Le risate sono importanti, così come l’ironia. Eppure molte persone pensano che scherzare sia un grave danno per la propria immagine. Ma c’è una profonda differenza tra essere seri e seriosi. Le persone serie sono quelle che danno un gran peso ai loro impegni e alle loro responsabilità: si tratta di una serietà interna, o di quella che nel precedente capitolo abbiamo definito integrità. Essere seriosi, invece, indica un atteggiamento sempre irreprensibile, privo di emotività nei confronti delle cose. Le persone seriose non sono in grado di trasmettere emozioni, se non forse la noia.
 
Quindi mantieni la tua integrità e prenditi il lusso di ridere, scherzare ed essere ironico. Nel peggiore dei casi non accadrà nulla di eclatante, ma ti sentirai sicuramente più rilassato e positivo.
 
5. Se vuoi ottenere ciò che desideri, smetti di averne bisogno
 
Conosci la legge psicologica dello sforzo inverso? In pratica, afferma che più ti sforzi di fare qualcosa, più diventa difficile riuscirci. Insomma, devi ricordare che se vuoi davvero qualcosa, devi imparare a sentirti bene anche in sua assenza.

Quando non fai questo, la tua mente crea una serie di immagini di te che provi dolore per ciò che ti manca. Questo vuol dire che il tuo pensiero è cosi concentrato su questa assenza, da impedirti di vedere altro; anche se davanti a te c’è proprio ciò che desideri e ti basterebbe allungare una mano per prenderlo.
 
6. Vai più d’accordo con te stesso e andrai più d’accordo con gli altri
 
Quando impari a trattare bene te stesso, impari a trattare bene gli altri. Quando impari a trattare bene te stesso, emani una profonda energia di serenità (e ti assicuro che è una delle cose che maggiormente attraggono le persone). In più, quando sei contento di te stesso ti trovi nello stato migliore per stare insieme agli altri.
 
7. Sei tu che definisci chi sei. Sei tu che decidi cosa fare. Sei tu a decidere il modo in cui vivere
 
Tu sei l’unico e solo giudice di te stesso. Sei l’unico che conosce tutto di te, dai pensieri ai comportamenti (ti frequenti da quando sei nato, giusto?). Sei l’unico e solo padrone della tua mente, l’unico e solo che può guidarla. Quindi inizia a riflettere da adesso su come puoi utilizzare il tuo cervello per migliorare la tua vita.
 

Carisma: come svilupparlo concretamente ed in pratica

Quando si decide di lavorare sul proprio carisma – al di fuori di qualsiasi definizione – il modo operativo per svilupparlo risulta essere proprio strutturare un piano di azione volto alla creazioni di queste convinzioni.
 
Il risultato, ti assicuro, è qualcosa di strabiliante!
 

Per questo se vuoi conoscere meglio il Coaching e come utilizzarlo per migliorare da subito il tuo Carisma e le tue Performance clicca qui, perché ho creato un percorso assolutamente pratico che ti metterà nella condizioni di utilizzarlo da subito.

Come gestire al meglio il setting di una sessione di coaching

Il setting è fondamentale in una sessione di coaching.

Se non ti prendi cura di questo aspetto, rischi che il tuo coachee non comprenda neppure la differenza tra una sessione di coaching e una piacevole chiacchierata.

Ho scritto questo articolo proprio per farti subito capire ed applicare questa differenza e per farti creare da subito un setting ideale per le tue sessioni di Coaching.

Sei pronto? Diamoci subito da fare!

Che cos'è il Setting nel Coaching e "dove" incontrare il tuo Coach

Quando parlo di setting, mi riferisco ad un concetto mutuato dalla psicoterapia: con esso si intende il contesto nel quale ha luogo la relazione di coaching e può essere costituito tanto da elementi astratti (il modello teorico di riferimento, la personalità del coach), quanto da elementi fisici (la stanza in cui avviene l’incontro, l’arredamento, l’abbigliamento del coach).

Il setting, quindi, rappresenta il contenitore mentale, materiale e relazionale e ha lo scopo di rendere il quanto più funzionale possibile la relazione tra coach e coachee.

L’ideale è che il coach riceva il suo cliente nel proprio studio, adibito proprio a questo scopo.

Potrebbe sembrare una cosa scontata, ma non lo è affatto.

Non è raro, infatti, incontrare coach che vadano a domicilio o all’azienda del coachee. Una pratica del genere può andare bene in contesti business o executive ma risulta estremamente sconsigliata nel caso del life coaching.

Allo stesso modo è possibile incontrare dei coach che, in assenza di un proprio studio in cui ricevere i clienti, gestiscono le sessioni al bar, sorseggiando un caffè o un aperitivo.

In questo caso dovrebbe anche essere superfluo dirlo: se sei un coachee scappa a gambe levate, così come scapperesti da un medico o da un avvocato che, non avendo un ufficio, ti offre la sua consulenza al bar; se, invece, sei un coach sappi che l’immagine che stai dando di te è lontana anni luce da qualsiasi professionalità.

E questo risulta dannoso non solo per te, ma anche per il coachee, che difficilmente riuscirà ad esprimere il suo pieno potenziale in un contesto del genere.

L'ambiente ideale per il Setting nel Coaching

Detto ciò, lo spazio nel quale avviene la sessione di coaching deve avere le seguenti caratteristiche:

- Deve essere accogliente: il luogo in questione deve essere in grado di mettere a proprio agio il coachee tanto mentalmente quanto fisicamente.

- Deve essere immune a qualsiasi interferenzaprivo di qualsiasi rumore, compreso quello di campanelli o telefoni (tanto del coach, quanto del coachee).

- Deve garantire il massimo della privacy.

Una volta rispettati questi punti, il coach può lasciare libero spazio alla propria creatività.

Ad esempio conosco un coach che ha arredato il suo studio con vari quadri astratti dai colori riposanti.

Allo stesso modo, conosco chi ha lasciato il proprio studio estremamente scarno, limitandosi ad arredarlo con un paio di poltrone e un tavolino tra le due.

La relazione ideale nel Setting nel Coaching

Una volta che ti sei preso cura dell’aspetto fisico ed ambientale, sarà fondamentale strutturare il setting della relazione. Da questo elemento dipenderanno i futuri incontri con il coachee e la relazione che si andrà ad instaurare con lui.

Ecco perché è di massima importanza la gestione del primo incontro: è proprio in questa fase che si genera l’imprinting relazionale capace di influenzare (positivamente o negativamente) il processo complessivo.

L’obbiettivo del primo incontro, infatti, non è semplicemente quello di raccogliere informazioni sul coachee per mettere a fuoco come sviluppare le sessioni: deve anche gettare i presupposti affinché la relazione sia il quanto più potenziante ed efficace possibile.

Nella gestione di questa dinamica è il coach che deve intervenire attivamente.

Personalmente ritengo che sia fondamentale spiegare quali siano le regole che stanno alla base di una relazione di coaching nel modo più chiaro possibile, facendo comprendere al coachee che senza l’accettazione e il rispetto delle stesse l’intero lavoro sarà completamente inutile.

Il Setting di una sessione di Coaching ed il Contratto tra Coach e Coachee

Personalmente utilizzo un contratto di coaching che, a seconda dei casi, espongo oralmente o faccio sottoscrivere al coachee stesso; con quest’ultima azione vado a rendere il quanto più ufficiale possibile il rispetto del nostro rapporto.

Nell’ambito di qualsiasi professione di aiuto, infatti, l’alleanza incide per il 25% sul raggiungimento del risultato finale.

Ed è proprio l’alleanza ciò che il coach deve creare nel primo incontro, ricordando che dovrà averne cura per l’intera durata dell’intervento.

Un’alleanza nella quale il coach deve fare del suo meglio per far giungere il coachee alle proprie soluzioni e allo stilare un piano d’azione. Piano d’azione che, invece, il coachee deve impegnarsi ad eseguire.

Il Setting nel Coaching: facciamo il punto della situazione

Quindi, per riassumere ciò che abbiamo detto sino a questo momento:

- Nel caso di una sessione di life coaching ricevi il coachee nel tuo studio

- Nel caso di una sessione business o executive raggiungi il tuo coachee nel suo ufficio

- Fai in modo che il luogo nel quale accogli il coachee sia comodo, senza rumori fastidiosi e immune dalle interruzioni

- Comunica la tua professionalità in maniera chiara e diretta al tuo Coachee

- Spiega dettagliatamente le regole alla base di una relazione di coaching

- Aspetta che il coachee accetti esplicitamente le regole alla base della relazione

- Inizia a coltivare subito l’alleanza col tuo coachee in modo da massimizzare i risultati

Rispetta tutti questi punti e avrai iniziato il tuo intervento col piede giusto!

Il Setting di una sessione di Coaching: mettilo in pratica!

Come hai potuto notare, il giusto setting rappresenta uno dei fondamenti su cui costruire le tue sessioni di Coaching efficaci ed una relazione costruttiva col tuo Coachee.

Eppure rappresenta soltanto la punta dell'iceberg di un processo di Coaching che comincia molto prima e che prevede un approccio integrato di diverse metodologie ed aspetti che vanno ben oltre il setting stesso.

Per conoscere tutti gli elementi che un Coach Professionista deve curare per creare relazioni dai risultati garantiti coi i propri Coachee oltre ad un setting perfetto, clicca qui e comincia a costruire il tuo modello di Coaching sui Pilastri più saldi attualmente in circolazione.

Ad maiora

Dott. Roberto Castaldo

La Sponsorship: il coaching basato sull’identità

Uno dei compiti più importanti di un Coach con la “C” maiuscola è quello di sostenere la crescita personale dei coachee al livello dell’identità. Il senso dell’identità, infatti, è uno degli aspetti fondamentali per ogni persona. I problemi legati all’identità riguardano chi una persona o un gruppo di persone percepisce.

La crescita e il cambiamento a livello di identità sono incoraggiati da uno speciale tipo di relazione di coaching, nota come Sponsorship.

Per Sponsorship si intende una funzione di promozione e supporto dell’attività in cui il cliente si sta impegnando a realizzare. Ad esempio ci sono dei gruppi che sponsorizzano un programma o un progetto di ricerca, e per promuovere intendo che forniscono tutte le risorse utili per giungere a quel risultato.

Quindi, la Sponsorship implica la creazione di un contesto nel quale gli altri possono operare, crescere e affermarsi in modo ottimale.

Certo, oggi il termine sponsorship ha per molti un significato prettamente commerciale. Ma il termine ha origini molte antiche, deriva dal termine latino ‘spondere’ (promettere) e si usava per indicare una persona che si era assunta la responsabilità del benessere spirituale di un altro. Questo senso si collega perfettamente al modo in cui viene applicata nel coaching: si tratta, infatti, di un processo di riconoscimento e attestazione delle caratteristiche essenziali di un’altra persona. Ciò implica la ricerca e la salvaguardia di condizioni, supporti e risorse che permettano la piena espressione della persona o del gruppo.

In breve: la Sponsorship implica la promozione dell’identità unica del coachee.

A questo riguardo una cosa deve essere chiara: chi si concentra su questo aspetto del coaching non deve essere necessariamente un modello di comportamento per l’individuo o per il gruppo. Anzi, ciò che fa lo sponsor è fornire il contesto, l’incoraggiamento e le risorse che permettono alla persona di focalizzarsi pienamente sulle proprie uniche capacità e abilità, accrescendole e utilizzando.

L’intero processo, secondo Robert Dilts, deve basarsi su alcune convinzioni ben precise:

– A livello di identità, la bontà è innata in ognuno. Le persone hanno, di fondo, delle intenzioni positive.

– E’ importante riconoscere e attestare il potenziale di ogni individuo e la sua fondamentale bontà.

– Ogni persona è nel proprio “viaggio dell’eroe”.

– Più una persona brilla e più luce ci sarà nel mondo.

– La mia presenza, la mia completa attenzione e la mia abilità a ‘vedere’ gli altri aiuteranno a liberare naturalmente le loro potenzialità più profonde.

– La persona che ho di fronte è preziosa. È un essere umano importante e di grande valore. È degna della mia attenzione e del mio riconoscimento.

Un bravo coach nel momento in cui si concentra sulla sponsorship di un coachee, lo fa sentire importante e gli dimostra che è in grado di fare la differenza. Questo processo viene tendenzialmente portato avanti attraverso la comunicazione di ben precisi messaggi chiave. Tra i quali:

– Esisti. Ti vedo.

– Sei prezioso.

– Sei importante

– Hai qualcosa di importante da dare

– Sei il benvenuto qui. Fai parte del gruppo.

Sfortunatamente a questo riguardo ci sono non poche incomprensioni.

Spesso si penda che la Sponsorship sia una modalità di coaching ben definita, da utilizzare in un contesto definito e con precisi coachee.

Niente di più falso!

Per un Coach con la “C” maiuscola la Sponsroship deve essere il sostrato dal quale si sviluppa l’intero processo di coaching.

Il riconoscimento dell’altro, il riconoscimento della sua identità, delle sue capacità, di ciò che è in grado di fare e di offrire al mondo sono elementi che generano nel coachee una forte motivazione, che lo conducono ad esprimersi al meglio e ad usare nel modo più utile tutte le proprie risorse.

Ma quali sono le abilità fondamentali alla base della Sponsorship?

  1. Congruenza interna

Secondo Stephen Gillian l’impegno più importante della sponsorship è quello verso sé stesso. Gillian sostiene che, senza una connessione con sé stessi, “una persona tenderà ad essere reattiva, piuttosto che proattiva e ad avere più a che fare con iol dominio e la sottomissione, piuttosto che essere impegnata realmente a supportare gli altri”.

  1. Connettersi con l’altro

In alcune culture dell’Africa occidentale il saluto tradizione potrebbe essere tradotto in italiano con: “Ti vedo”. In risposta l’altra persona replica: “Sono qui”. Questo scambio simboleggia un tipo di contatto molto profondo. La Sponsorship implica il vedere e l’incoraggiare il potenziale di una persona. Questo implica il connettersi con l’altro con la sua natura più profonda e le sue potenzialità.

  1. Curiosità

Il riconoscimento degli altri è caratterizzato dalla curiosità rispetto a come vanno le loro cose. Questa curiosità deve tradursi in domande che siano davvero interessate. Non si tratta di una curiosità artefatta, ma di un vero e proprio interesse che il coachee percepisce in pieno e lo aiuta a rivelarsi e, di conseguenza, ad essere visto.

  1. Propper naming

Ovvero, il dare il giusto nome alle cose. Infatti i nomi che diamo alle cose determinano il significato. In fondo le parole altro non sono che etichette alle quali attribuiamo un significato. Quindi, nello stesso modo in cui un genitore aiuta un bambino a capire e ad interpretare efficacemente nel mondo insegnandogli il nome giusto degli oggetti, degli eventi e delle motivazioni, la sponsorship dà voce al tipo di linguaggio che supporta i valori essenziali, le qualità personale e la salute del coachee.

Quando alla base di una relazione di coaching è presente un forte elemento di Sponsorship si può restare davvero sorpresi dalla velocità con la quale il coachee libera le sue risorse e si dirige verso i propri risultati.

L’elemento più complesso di questa struttura è che non si basa tanto sulla tecnica, quanto su un atteggiamento. Siamo onesti, difficilmente riuscirai ad aiutare il tuo coachee se non sei interessato, se non credi in lui e nelle sue capacità. Nella migliore delle ipotesi sembrerai artefatto.

Nella peggiore il coachee lascerà il tuo studio prima della fine della sessione.

Proprio per questo, se anche tu vuoi imparare non solo le tecniche maggiormente all’avanguardia sul coaching in modo pratico, esercitandoti, apprendendo il coaching semplicemente mettendo in atto, allora devi assolutamente cliccare qui perché ciò che troverai forse è esattamente ciò che cercavi.

Come Comunicare con l’Inconscio del Coachee

Hai mai voluto qualcosa davvero intensamente ma, per qualche ragione, non l’hai ottenuta?
 

Sai, è una cosa che succede a molte persone. E qualche volta sembra che, per quanto ci si possa sforzare, sia davvero impossibile raggiungere i propri obiettivi. Di certo può essere molto frustante, specialmente quando ti senti dire che stabilire i propri obiettivi è tutto quello di cui hai bisogno per realizzare i tuoi sogni.
 

In giro ci sono davvero tanti metodi per conseguire i propri obiettivi, eppure questo non basta. Molto spesso le persone possono sapere per filo e per segno ciò che devono fare per avere ciò desiderano, eppure non riescono a passare all’azione, oppure durante il percorso qualcosa si spezza e, lentamente o molto in fretta, abbandonano il percorso che stavano seguendo.
 

Il fatto è che molto spesso strutturare un obiettivo ben formato non è sufficiente per raggiungere i risultati desiderati.
 

Ma c’è una buona notizia!
 

Esistono delle una tecniche che possono aiutarti a lavorare sui tuoi obiettivi anche dal punto di vista subconscio.
 

Da quando la Programmazione Neuro Linguistica si è fusa col coaching, l’idea di parlare con l’inconscio del coachee è diventata sempre più diffusa. Esistono vari strumenti per fare questo e te li voglio elencare tutti, andando poi a concentrarmi sulla tecnica che immediatamente puoi iniziare ad applicare tanto su di te, quanto (nel caso tu fossi un coach) con i tuoi coachee.
 

Sei pronto? Allora entriamo subito nel vivo dell’articolo!
 

Il Milton Model


 

Si tratta di un modello linguistico modellato dall’ipnoterapeuta Milton Erickson, in grado di ipnotizzare i suoi pazienti semplicemente con una conversazione. Erickson, infatti, ha rivoluzionato l’ipnosi, trasformandola completamente: prima di lui l’ipnosi era vissuta quasi come una strategia passiva, nel quale l’ipnotizzato restava in balia dell’ipnotista, sul quale verteva l’intera responsabilità del processo di guarigione. Lui, invece, si concentrò sulla relazione ipnotica: ipnotista e ipnotizzato erano impegnati in una conversazione, durante la quale l’ipnotista – attraverso un sapiente utilizzo del linguaggio – portava l’ipnotizzato ad allontanare la sua parte logica, per permettere a quella emotiva di orientarsi verso le scelte più produttive.
 

Questo tipo di ipnosi è stata chiamata anche ipnosi conversazionale o ipnosi permissiva.
 

I livelli logici

Si tratta di una struttura creata da Robert Dilts, nella quale dimostra come ogni essere umano si muove attraverso ben precise dimensioni:
 

Ambiente: ovvero il  luogo fisico dove si trova.

Comportamento: ovvero le azioni fisiche che si mettono in atto

Capacità: ovvero le abilità che rendono possibile un comportamento

Convinzioni: ovvero tutte le credenze che si hanno sugli altri, sé stessi, il mondo e la vita.

Valori: ovvero i driver, che guidano la motivazione. La ragione per cui ognuno fa ciò che fa.

Identità: ovvero il modo in cui la persona identifica, ciò che ognuno di noi fa seguire all’affermazione “Io sono…


Molto spesso le persone si focalizzano sui comportamenti, quando questi sono la più ovvia conseguenza delle proprie capacità, delle proprie convinzioni, dei propri valori e della propria identità. Il punto è che cambiare un comportamento, senza cambiare i precedenti logici che lo rendono possibile, è a dir poco complesso, per non dire quasi impossibile. Per agire sui comportamenti, infatti, il modo migliore è lavorare sulle dimensioni che lo sostengono. In questo modo è possibile attivare dei processi inconsci che andranno a modificare anche i comportamenti.
 
 Le submodalità


Richard Bandler
  (cofondatore della PNL) le definisce “le differenze che fanno la differenza”. Si tratta delle qualità con le quali rappresentiamo la realtà.
 
Ad esempio quando ricordi qualcosa, lo ricordi a colori o in bianco e nero? Lo ricordi come una foto o un film? Sei in prima persona o la ricordi come se stessi vedente quel momento dall’esterno? Queste sono alcune submodalità visive, ma non sono le uniche, infatti le submodalità riguardano tutti i nostri sensi.

Insomma, le submodalità sono la forma con cui ci rappresentiamo i pensieri. La cosa davvero interessante è che, cambiando queste forme, si va a cambiare anche il modo in cui percepiamo quel preciso pensiero.

Ti faccio un esempio concreto: inizia a ricordare un momento piacevole della tua vita e nota come lo rappresenti mentalmente.
 
Poi passa ad un ricordo negativo e prendi nota, anche in questo caso, del modo in cui lo rappresenti. Dopo aver fatto questo sicuramente ti renderai conto che ci sono differenze tra i due ricordi, non tanto nei contenuti, quanto nella forma.
 
La cosa davvero interessante è che se applichi le submodalità del ricordo positivo a quello negativo, ecco che la reazione emotiva cambia, avvicinandosi di più alla reazione emotiva dell’evento positivo.

Con questo non voglio dire che cambia il ricordo, il ricordo resta lo stesso, a cambiare è solo l’impatto emotivo che ti genera.
 

Le visualizzazioni

Questo è l’ultimo strumento di cui ti voglio parlare, ed è anche quello che voglio approfondire maggiormente nei dettagli.


La visualizzazione è una tecnica che consiste nell’usare la mente conscia per imprimere nell’inconscio desideri, sensazioni, stati d’animo e risorse. Con la visualizzazione è possibile sfruttare al meglio il potere del proprio inconscio.


L’inconscio lavora ad un livello non immediatamente evidente.


Hai mai sentito la frase “tutto comincia nella mente?


La mente a cui si fa riferimento è proprio l’inconscio. La mente inconscia raccoglie tutta una serie di informazioni derivante dall’esperienze quotidiane.

Memorizza i messaggi che senti, le situazioni che sperimenti e le emozioni che provi. Poi sulla base di queste informazioni costruisce le fondamenta delle tue convinzioni più profonde.


Tutto ciò che è vero per il tuo inconscio si manifesta nella tua vita. La visualizzazione quindi aiuta a riprogrammare l’inconscio, inserendo a poco a poco nuovi input, sino a renderli come dei veri e propri programmi, che verranno eseguiti in automatico dall’inconscio stesso.


Ma, di preciso, come si esegue  una visualizzazione?

In primo luogo devi sapere che l’inconscio non ha una natura razionale, il suo nutrimento sono le emozioni, e si tratta dell’unico linguaggio in grado di comprendere.

Quindi, per darti una indicazione generale, posso dire che il modo più facile per eseguire una visualizzazione consiste nell’immaginare qualcosa che ti fa provare esattamente quel tipo di emozioni che ti aiutano a raggiungere gli obiettivi che desideri.


Mettiamo il caso che sei uno sportivo e ti stai allenando per vincere una gara nella quale non ti senti molto sicuro. In questo caso, l’emozione di cui avresti bisogno è proprio la sicurezza.


Di conseguenza, il tipo di visualizzazione che dovrai praticare dovrà essere in grado di farti sperimentare una fortissima sensazione di sicurezza.


Il modo più facile, in una prima fase, potrebbe essere quello di visualizzare una serie di momenti della tua vita (meglio se diversi tra loro) nei quali ti sei sentito sicuro. In una seconda fase, quando questa sensazione di sicurezza è già più presente in te, puoi passare a visualizzare proprio mentre affronti la gara con sicurezza, sino a vincerla.


Ogni volta che proviamo un emozione, questa lascia una traccia nella nostra mente che tende velocemente a svanire. Ma – e questo è forse l’elemento più affascinante – se questa emozione la cominciamo a provare sempre più spesso, la traccia che lascia diventa sempre più profonda, sino a cristallizzarsi e restare lì nella nostra mente. 

Quindi, per concludere, voglio offrirti una strategia per eseguire la tua personale visualizzazione.


Passo 1:
rilassati. Mettiti comodo in un luogo in cui ti puoi rilassare completamente. Calma la tua mente e rilassa il tuo corpo. Fai tutto quello che è in tuo potere per distenderti completamente.


Passo 2: visualizza un momento in cui provi l’emozione che ti occorre.
Inizia ad immaginare di vedere nella tua mente un momento della tua vita in cui sperimentavi l’emozione che vuoi provare. Immagina la scena proprio come se la stessi vedendo al cinema.


Passo 3: associati all’emozione
. Immagina di entrare all’interno dello schermo, vedendo come vedevi allora, ascoltando quello che ascoltavi allora e provando le sensazioni che provavi allora.


Passo 4: Ripeti tutto il processo con un altro momento, oppure semplicemente concludi la visualizzazione.
 

Questi sono solo alcuni degli strumenti della PNL che ti possono aiutare a fare la differenza tanto nelle sessioni di coaching, quanto nel momento in cui decidi di usare il coaching con te stesso.


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