Come uscire dalla trappola dell’identità

Una delle cose che cerco di notare con maggiore attenzione, quando parlo con un cliente, è come esprime la sua identità.

Appena dice “Io sono…” ecco che drizzo le antennine per non perdere neppure una parola. Anzi, le memorizzo tutte, perchè sono fondamentali per il lavoro che faremo in seguito.

Il modo in cui ognuno di noi si identifica, infatti, è estremamente importante.

Dalla nostra identità derivano le convinzioni su noi stessi, su ciò che possiamo fare o non possiamo fare, sulle nostre qualità, anche su ciò che meritiamo (in positivo e in negativo).

Ma l’identità è un po’ come quelle stampelle nei negozi di abbigliamento, su cui c’è un tondino con il numero della taglia del vestito.

Quante volte ti è capitato di prendere una stampella che segnava che il pantalone era taglia 48 e poi, quando sei andato a misurarlo, ti sei reso conto che in realtà era di gran lunga più largo o più stretto?

Insomma, l’identità è un’etichetta e come tale può essere giusta o sbagliata.

 

E non solo: molto spesso ci identifichiamo in un modo e da quel momento cominciano a passare i giorni, i mesi, gli anni, sino a quando siamo ormai cambiati, abbiamo sviluppato nuove abilità, nuovi atteggiamenti, a volte anche un diverso modo di essere, eppure continuiamo a identificarci così come facevamo prima.

 

Ora, se il modo in cui ci identifichiamo è positivo, tutto questo influirà in modo decisamente positivo sugli altri nostri aspetti. Ma se questa identificazione è negativa, ecco che possono esserci problemi.

 

Conosco, ad esempio, un sacco di persone che per il semplice fatto di essere stati degli adolescenti insicuri continuano a sentirsi insicuri anche da adulti. E la cosa è più che normale!

Nel momento in cui hanno percepito l’insicurezza come una parte integrante di sé, non hanno mai preso in considerazione la possibilità reale di poter sviluppare una propria sicurezza.
Così come conosco persone che si identificano come “povere”. Magari sono persone che hanno anche un buono stipendio, ma la percezione che hanno di sé è opposta, così ecco che non spendono nulla per farsi qualche regalo, percependosi in questo modo sempre come se mancasse loro qualcosa, quindi confermando la loro identità di poveri.

 

Il fatto è che anche l’identità positiva può essere un enorme trappola.

Infatti identificarsi in qualcosa significa escludere la possibilità di essere qualsiasi altra.

Spesso, quando lavoro con un cliente di grande successo, lo metto nella condizione di parlare del modo in cui si identifica, portandolo a raccontarmi proprio delle sue vittorie. A quel punto (e succede sempre, tutte le volte) mi accorgo che il suo blocco, ciò che gli impedisce di andare avanti, è proprio quella sua identità positiva: è quello il suo più grande limite.

 

Ti faccio subito un esempio.

Un mio cliente è un imprenditore che si è sempre definito come una persona molto aperta e flessibile; eppure nella fase commerciale che stava affrontando doveva essere l’esatto opposto: chiuso nei confronti degli impiegati e rigido nella strategia. Non per sempre, ovviamente, solo per il breve periodo necessario all’operazione commerciale. Quando ha delineato la strategia operativa, lui mi ha detto: “Ma non posso farlo, io non sono così!

 

La realtà è che noi non siamo il modo in cui ci identifichiamo. Così come i pantaloni non sono ciò che dicono le stampelle. Se anche le stampelle sono giuste, tutto ciò che ci dicono sui pantaloni riguarda la loro misura, non ci dicono niente sul colore, sul modello, se ci stanno comodi o meno, sul modo in cui ci stanno.

Identificarsi in un modo piuttosto che in un altro è la stessa cosa, polarizza la propria attenzione su pochissimi particolari, impedendo a tutte le altre nostre potenzialità di svilupparsi.

 

Molte persone, ad esempio, si identificano con il proprio lavoro: Sono un avvocato, un professore, un addetto alle vendite.

Altre con i loro hobbies: sono un collezionista di fumetti, sono una persona a cui piace cucinare.

Altri ancora con una qualità o uno stato emotivo: Sono spavaldo, sono triste, sono una persona felice.

Ma la verità è che questo non sei tu!

Il tuo lavoro e i tuoi hobbies sono cose che fai, così come ce ne sono tante altre che fai; e lo stesso vale per le tue emozioni: ogni giorno ne provi così tante, che se ti chiedessi di scriverle tutte non appena le provi, rimarresti sorpreso dal numero di fogli che ti occorrono; e lo stesso si può dire delle qualità: ci sono quelle che usiamo poco, quelle che non notiamo, quelle che non sappiamo neppure di avere perché non ci è mai capitato di doverle tirare fuori.

 

Ma allora, visto che spesso è difficilissimo non identificarsi, cosa fare?

Ti voglio rivelare il modo in cui mi identifico io.

Se qualcuno mi chiede chi sono, mi limito a rispondere dicendo: “Io sono Roberto“. Niente di più.

E, come te, sono una persona che può decidere in qualsiasi momento cosa fare di sé. Certo, ci sono cose che non sappiamo fare, per le quali possiamo sentirci non portati; ciò non vuol dire che c’è qualcosa nel nostro DNA che ci impedisce di farle, possiamo sempre imparare.

 

Tu, come tutti gli abitanti di questo pianeta, sei una persona che può fare qualsiasi cosa, basta che ti sbarazzi per un attimo della tua identità e ti dai la possibilità di sperimentare lati di te che non hai ancora preso in considerazione.

 

Quali lati di te vuoi sperimentare? E in che modo cambierebbero il modo in cui normalmente ti rapporti agli altri, al lavoro, alle piccole sfide che affronti ogni giorno?

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