Come gestire al meglio il setting di una sessione di coaching

Il setting è fondamentale in una sessione di coaching.

Se non ti prendi cura di questo aspetto, rischi che il tuo coachee non comprenda neppure la differenza tra una sessione di coaching e una piacevole chiacchierata.

Ho scritto questo articolo proprio per farti subito capire ed applicare questa differenza e per farti creare da subito un setting ideale per le tue sessioni di Coaching.

Sei pronto? Diamoci subito da fare!

Che cos'è il Setting nel Coaching e "dove" incontrare il tuo Coach

Quando parlo di setting, mi riferisco ad un concetto mutuato dalla psicoterapia: con esso si intende il contesto nel quale ha luogo la relazione di coaching e può essere costituito tanto da elementi astratti (il modello teorico di riferimento, la personalità del coach), quanto da elementi fisici (la stanza in cui avviene l’incontro, l’arredamento, l’abbigliamento del coach).

Il setting, quindi, rappresenta il contenitore mentale, materiale e relazionale e ha lo scopo di rendere il quanto più funzionale possibile la relazione tra coach e coachee.

L’ideale è che il coach riceva il suo cliente nel proprio studio, adibito proprio a questo scopo.

Potrebbe sembrare una cosa scontata, ma non lo è affatto.

Non è raro, infatti, incontrare coach che vadano a domicilio o all’azienda del coachee. Una pratica del genere può andare bene in contesti business o executive ma risulta estremamente sconsigliata nel caso del life coaching.

Allo stesso modo è possibile incontrare dei coach che, in assenza di un proprio studio in cui ricevere i clienti, gestiscono le sessioni al bar, sorseggiando un caffè o un aperitivo.

In questo caso dovrebbe anche essere superfluo dirlo: se sei un coachee scappa a gambe levate, così come scapperesti da un medico o da un avvocato che, non avendo un ufficio, ti offre la sua consulenza al bar; se, invece, sei un coach sappi che l’immagine che stai dando di te è lontana anni luce da qualsiasi professionalità.

E questo risulta dannoso non solo per te, ma anche per il coachee, che difficilmente riuscirà ad esprimere il suo pieno potenziale in un contesto del genere.

L'ambiente ideale per il Setting nel Coaching

Detto ciò, lo spazio nel quale avviene la sessione di coaching deve avere le seguenti caratteristiche:

- Deve essere accogliente: il luogo in questione deve essere in grado di mettere a proprio agio il coachee tanto mentalmente quanto fisicamente.

- Deve essere immune a qualsiasi interferenzaprivo di qualsiasi rumore, compreso quello di campanelli o telefoni (tanto del coach, quanto del coachee).

- Deve garantire il massimo della privacy.

Una volta rispettati questi punti, il coach può lasciare libero spazio alla propria creatività.

Ad esempio conosco un coach che ha arredato il suo studio con vari quadri astratti dai colori riposanti.

Allo stesso modo, conosco chi ha lasciato il proprio studio estremamente scarno, limitandosi ad arredarlo con un paio di poltrone e un tavolino tra le due.

La relazione ideale nel Setting nel Coaching

Una volta che ti sei preso cura dell’aspetto fisico ed ambientale, sarà fondamentale strutturare il setting della relazione. Da questo elemento dipenderanno i futuri incontri con il coachee e la relazione che si andrà ad instaurare con lui.

Ecco perché è di massima importanza la gestione del primo incontro: è proprio in questa fase che si genera l’imprinting relazionale capace di influenzare (positivamente o negativamente) il processo complessivo.

L’obbiettivo del primo incontro, infatti, non è semplicemente quello di raccogliere informazioni sul coachee per mettere a fuoco come sviluppare le sessioni: deve anche gettare i presupposti affinché la relazione sia il quanto più potenziante ed efficace possibile.

Nella gestione di questa dinamica è il coach che deve intervenire attivamente.

Personalmente ritengo che sia fondamentale spiegare quali siano le regole che stanno alla base di una relazione di coaching nel modo più chiaro possibile, facendo comprendere al coachee che senza l’accettazione e il rispetto delle stesse l’intero lavoro sarà completamente inutile.

Il Setting di una sessione di Coaching ed il Contratto tra Coach e Coachee

Personalmente utilizzo un contratto di coaching che, a seconda dei casi, espongo oralmente o faccio sottoscrivere al coachee stesso; con quest’ultima azione vado a rendere il quanto più ufficiale possibile il rispetto del nostro rapporto.

Nell’ambito di qualsiasi professione di aiuto, infatti, l’alleanza incide per il 25% sul raggiungimento del risultato finale.

Ed è proprio l’alleanza ciò che il coach deve creare nel primo incontro, ricordando che dovrà averne cura per l’intera durata dell’intervento.

Un’alleanza nella quale il coach deve fare del suo meglio per far giungere il coachee alle proprie soluzioni e allo stilare un piano d’azione. Piano d’azione che, invece, il coachee deve impegnarsi ad eseguire.

Il Setting nel Coaching: facciamo il punto della situazione

Quindi, per riassumere ciò che abbiamo detto sino a questo momento:

- Nel caso di una sessione di life coaching ricevi il coachee nel tuo studio

- Nel caso di una sessione business o executive raggiungi il tuo coachee nel suo ufficio

- Fai in modo che il luogo nel quale accogli il coachee sia comodo, senza rumori fastidiosi e immune dalle interruzioni

- Comunica la tua professionalità in maniera chiara e diretta al tuo Coachee

- Spiega dettagliatamente le regole alla base di una relazione di coaching

- Aspetta che il coachee accetti esplicitamente le regole alla base della relazione

- Inizia a coltivare subito l’alleanza col tuo coachee in modo da massimizzare i risultati

Rispetta tutti questi punti e avrai iniziato il tuo intervento col piede giusto!

Il Setting di una sessione di Coaching: mettilo in pratica!

Come hai potuto notare, il giusto setting rappresenta uno dei fondamenti su cui costruire le tue sessioni di Coaching efficaci ed una relazione costruttiva col tuo Coachee.

Eppure rappresenta soltanto la punta dell'iceberg di un processo di Coaching che comincia molto prima e che prevede un approccio integrato di diverse metodologie ed aspetti che vanno ben oltre il setting stesso.

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Ad maiora

Dott. Roberto Castaldo

La Sponsorship: il coaching basato sull’identità

Uno dei compiti più importanti di un Coach con la “C” maiuscola è quello di sostenere la crescita personale dei coachee al livello dell’identità. Il senso dell’identità, infatti, è uno degli aspetti fondamentali per ogni persona. I problemi legati all’identità riguardano chi una persona o un gruppo di persone percepisce.

La crescita e il cambiamento a livello di identità sono incoraggiati da uno speciale tipo di relazione di coaching, nota come Sponsorship.

Per Sponsorship si intende una funzione di promozione e supporto dell’attività in cui il cliente si sta impegnando a realizzare. Ad esempio ci sono dei gruppi che sponsorizzano un programma o un progetto di ricerca, e per promuovere intendo che forniscono tutte le risorse utili per giungere a quel risultato.

Quindi, la Sponsorship implica la creazione di un contesto nel quale gli altri possono operare, crescere e affermarsi in modo ottimale.

Certo, oggi il termine sponsorship ha per molti un significato prettamente commerciale. Ma il termine ha origini molte antiche, deriva dal termine latino ‘spondere’ (promettere) e si usava per indicare una persona che si era assunta la responsabilità del benessere spirituale di un altro. Questo senso si collega perfettamente al modo in cui viene applicata nel coaching: si tratta, infatti, di un processo di riconoscimento e attestazione delle caratteristiche essenziali di un’altra persona. Ciò implica la ricerca e la salvaguardia di condizioni, supporti e risorse che permettano la piena espressione della persona o del gruppo.

In breve: la Sponsorship implica la promozione dell’identità unica del coachee.

A questo riguardo una cosa deve essere chiara: chi si concentra su questo aspetto del coaching non deve essere necessariamente un modello di comportamento per l’individuo o per il gruppo. Anzi, ciò che fa lo sponsor è fornire il contesto, l’incoraggiamento e le risorse che permettono alla persona di focalizzarsi pienamente sulle proprie uniche capacità e abilità, accrescendole e utilizzando.

L’intero processo, secondo Robert Dilts, deve basarsi su alcune convinzioni ben precise:

– A livello di identità, la bontà è innata in ognuno. Le persone hanno, di fondo, delle intenzioni positive.

– E’ importante riconoscere e attestare il potenziale di ogni individuo e la sua fondamentale bontà.

– Ogni persona è nel proprio “viaggio dell’eroe”.

– Più una persona brilla e più luce ci sarà nel mondo.

– La mia presenza, la mia completa attenzione e la mia abilità a ‘vedere’ gli altri aiuteranno a liberare naturalmente le loro potenzialità più profonde.

– La persona che ho di fronte è preziosa. È un essere umano importante e di grande valore. È degna della mia attenzione e del mio riconoscimento.

Un bravo coach nel momento in cui si concentra sulla sponsorship di un coachee, lo fa sentire importante e gli dimostra che è in grado di fare la differenza. Questo processo viene tendenzialmente portato avanti attraverso la comunicazione di ben precisi messaggi chiave. Tra i quali:

– Esisti. Ti vedo.

– Sei prezioso.

– Sei importante

– Hai qualcosa di importante da dare

– Sei il benvenuto qui. Fai parte del gruppo.

Sfortunatamente a questo riguardo ci sono non poche incomprensioni.

Spesso si penda che la Sponsorship sia una modalità di coaching ben definita, da utilizzare in un contesto definito e con precisi coachee.

Niente di più falso!

Per un Coach con la “C” maiuscola la Sponsroship deve essere il sostrato dal quale si sviluppa l’intero processo di coaching.

Il riconoscimento dell’altro, il riconoscimento della sua identità, delle sue capacità, di ciò che è in grado di fare e di offrire al mondo sono elementi che generano nel coachee una forte motivazione, che lo conducono ad esprimersi al meglio e ad usare nel modo più utile tutte le proprie risorse.

Ma quali sono le abilità fondamentali alla base della Sponsorship?

  1. Congruenza interna

Secondo Stephen Gillian l’impegno più importante della sponsorship è quello verso sé stesso. Gillian sostiene che, senza una connessione con sé stessi, “una persona tenderà ad essere reattiva, piuttosto che proattiva e ad avere più a che fare con iol dominio e la sottomissione, piuttosto che essere impegnata realmente a supportare gli altri”.

  1. Connettersi con l’altro

In alcune culture dell’Africa occidentale il saluto tradizione potrebbe essere tradotto in italiano con: “Ti vedo”. In risposta l’altra persona replica: “Sono qui”. Questo scambio simboleggia un tipo di contatto molto profondo. La Sponsorship implica il vedere e l’incoraggiare il potenziale di una persona. Questo implica il connettersi con l’altro con la sua natura più profonda e le sue potenzialità.

  1. Curiosità

Il riconoscimento degli altri è caratterizzato dalla curiosità rispetto a come vanno le loro cose. Questa curiosità deve tradursi in domande che siano davvero interessate. Non si tratta di una curiosità artefatta, ma di un vero e proprio interesse che il coachee percepisce in pieno e lo aiuta a rivelarsi e, di conseguenza, ad essere visto.

  1. Propper naming

Ovvero, il dare il giusto nome alle cose. Infatti i nomi che diamo alle cose determinano il significato. In fondo le parole altro non sono che etichette alle quali attribuiamo un significato. Quindi, nello stesso modo in cui un genitore aiuta un bambino a capire e ad interpretare efficacemente nel mondo insegnandogli il nome giusto degli oggetti, degli eventi e delle motivazioni, la sponsorship dà voce al tipo di linguaggio che supporta i valori essenziali, le qualità personale e la salute del coachee.

Quando alla base di una relazione di coaching è presente un forte elemento di Sponsorship si può restare davvero sorpresi dalla velocità con la quale il coachee libera le sue risorse e si dirige verso i propri risultati.

L’elemento più complesso di questa struttura è che non si basa tanto sulla tecnica, quanto su un atteggiamento. Siamo onesti, difficilmente riuscirai ad aiutare il tuo coachee se non sei interessato, se non credi in lui e nelle sue capacità. Nella migliore delle ipotesi sembrerai artefatto.

Nella peggiore il coachee lascerà il tuo studio prima della fine della sessione.

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Come Comunicare con l’Inconscio del Coachee

Hai mai voluto qualcosa davvero intensamente ma, per qualche ragione, non l’hai ottenuta?
 

Sai, è una cosa che succede a molte persone. E qualche volta sembra che, per quanto ci si possa sforzare, sia davvero impossibile raggiungere i propri obiettivi. Di certo può essere molto frustante, specialmente quando ti senti dire che stabilire i propri obiettivi è tutto quello di cui hai bisogno per realizzare i tuoi sogni.
 

In giro ci sono davvero tanti metodi per conseguire i propri obiettivi, eppure questo non basta. Molto spesso le persone possono sapere per filo e per segno ciò che devono fare per avere ciò desiderano, eppure non riescono a passare all’azione, oppure durante il percorso qualcosa si spezza e, lentamente o molto in fretta, abbandonano il percorso che stavano seguendo.
 

Il fatto è che molto spesso strutturare un obiettivo ben formato non è sufficiente per raggiungere i risultati desiderati.
 

Ma c’è una buona notizia!
 

Esistono delle una tecniche che possono aiutarti a lavorare sui tuoi obiettivi anche dal punto di vista subconscio.
 

Da quando la Programmazione Neuro Linguistica si è fusa col coaching, l’idea di parlare con l’inconscio del coachee è diventata sempre più diffusa. Esistono vari strumenti per fare questo e te li voglio elencare tutti, andando poi a concentrarmi sulla tecnica che immediatamente puoi iniziare ad applicare tanto su di te, quanto (nel caso tu fossi un coach) con i tuoi coachee.
 

Sei pronto? Allora entriamo subito nel vivo dell’articolo!
 

Il Milton Model


 

Si tratta di un modello linguistico modellato dall’ipnoterapeuta Milton Erickson, in grado di ipnotizzare i suoi pazienti semplicemente con una conversazione. Erickson, infatti, ha rivoluzionato l’ipnosi, trasformandola completamente: prima di lui l’ipnosi era vissuta quasi come una strategia passiva, nel quale l’ipnotizzato restava in balia dell’ipnotista, sul quale verteva l’intera responsabilità del processo di guarigione. Lui, invece, si concentrò sulla relazione ipnotica: ipnotista e ipnotizzato erano impegnati in una conversazione, durante la quale l’ipnotista – attraverso un sapiente utilizzo del linguaggio – portava l’ipnotizzato ad allontanare la sua parte logica, per permettere a quella emotiva di orientarsi verso le scelte più produttive.
 

Questo tipo di ipnosi è stata chiamata anche ipnosi conversazionale o ipnosi permissiva.
 

I livelli logici

Si tratta di una struttura creata da Robert Dilts, nella quale dimostra come ogni essere umano si muove attraverso ben precise dimensioni:
 

Ambiente: ovvero il  luogo fisico dove si trova.

Comportamento: ovvero le azioni fisiche che si mettono in atto

Capacità: ovvero le abilità che rendono possibile un comportamento

Convinzioni: ovvero tutte le credenze che si hanno sugli altri, sé stessi, il mondo e la vita.

Valori: ovvero i driver, che guidano la motivazione. La ragione per cui ognuno fa ciò che fa.

Identità: ovvero il modo in cui la persona identifica, ciò che ognuno di noi fa seguire all’affermazione “Io sono…


Molto spesso le persone si focalizzano sui comportamenti, quando questi sono la più ovvia conseguenza delle proprie capacità, delle proprie convinzioni, dei propri valori e della propria identità. Il punto è che cambiare un comportamento, senza cambiare i precedenti logici che lo rendono possibile, è a dir poco complesso, per non dire quasi impossibile. Per agire sui comportamenti, infatti, il modo migliore è lavorare sulle dimensioni che lo sostengono. In questo modo è possibile attivare dei processi inconsci che andranno a modificare anche i comportamenti.
 
 Le submodalità


Richard Bandler
  (cofondatore della PNL) le definisce “le differenze che fanno la differenza”. Si tratta delle qualità con le quali rappresentiamo la realtà.
 
Ad esempio quando ricordi qualcosa, lo ricordi a colori o in bianco e nero? Lo ricordi come una foto o un film? Sei in prima persona o la ricordi come se stessi vedente quel momento dall’esterno? Queste sono alcune submodalità visive, ma non sono le uniche, infatti le submodalità riguardano tutti i nostri sensi.

Insomma, le submodalità sono la forma con cui ci rappresentiamo i pensieri. La cosa davvero interessante è che, cambiando queste forme, si va a cambiare anche il modo in cui percepiamo quel preciso pensiero.

Ti faccio un esempio concreto: inizia a ricordare un momento piacevole della tua vita e nota come lo rappresenti mentalmente.
 
Poi passa ad un ricordo negativo e prendi nota, anche in questo caso, del modo in cui lo rappresenti. Dopo aver fatto questo sicuramente ti renderai conto che ci sono differenze tra i due ricordi, non tanto nei contenuti, quanto nella forma.
 
La cosa davvero interessante è che se applichi le submodalità del ricordo positivo a quello negativo, ecco che la reazione emotiva cambia, avvicinandosi di più alla reazione emotiva dell’evento positivo.

Con questo non voglio dire che cambia il ricordo, il ricordo resta lo stesso, a cambiare è solo l’impatto emotivo che ti genera.
 

Le visualizzazioni

Questo è l’ultimo strumento di cui ti voglio parlare, ed è anche quello che voglio approfondire maggiormente nei dettagli.


La visualizzazione è una tecnica che consiste nell’usare la mente conscia per imprimere nell’inconscio desideri, sensazioni, stati d’animo e risorse. Con la visualizzazione è possibile sfruttare al meglio il potere del proprio inconscio.


L’inconscio lavora ad un livello non immediatamente evidente.


Hai mai sentito la frase “tutto comincia nella mente?


La mente a cui si fa riferimento è proprio l’inconscio. La mente inconscia raccoglie tutta una serie di informazioni derivante dall’esperienze quotidiane.

Memorizza i messaggi che senti, le situazioni che sperimenti e le emozioni che provi. Poi sulla base di queste informazioni costruisce le fondamenta delle tue convinzioni più profonde.


Tutto ciò che è vero per il tuo inconscio si manifesta nella tua vita. La visualizzazione quindi aiuta a riprogrammare l’inconscio, inserendo a poco a poco nuovi input, sino a renderli come dei veri e propri programmi, che verranno eseguiti in automatico dall’inconscio stesso.


Ma, di preciso, come si esegue  una visualizzazione?

In primo luogo devi sapere che l’inconscio non ha una natura razionale, il suo nutrimento sono le emozioni, e si tratta dell’unico linguaggio in grado di comprendere.

Quindi, per darti una indicazione generale, posso dire che il modo più facile per eseguire una visualizzazione consiste nell’immaginare qualcosa che ti fa provare esattamente quel tipo di emozioni che ti aiutano a raggiungere gli obiettivi che desideri.


Mettiamo il caso che sei uno sportivo e ti stai allenando per vincere una gara nella quale non ti senti molto sicuro. In questo caso, l’emozione di cui avresti bisogno è proprio la sicurezza.


Di conseguenza, il tipo di visualizzazione che dovrai praticare dovrà essere in grado di farti sperimentare una fortissima sensazione di sicurezza.


Il modo più facile, in una prima fase, potrebbe essere quello di visualizzare una serie di momenti della tua vita (meglio se diversi tra loro) nei quali ti sei sentito sicuro. In una seconda fase, quando questa sensazione di sicurezza è già più presente in te, puoi passare a visualizzare proprio mentre affronti la gara con sicurezza, sino a vincerla.


Ogni volta che proviamo un emozione, questa lascia una traccia nella nostra mente che tende velocemente a svanire. Ma – e questo è forse l’elemento più affascinante – se questa emozione la cominciamo a provare sempre più spesso, la traccia che lascia diventa sempre più profonda, sino a cristallizzarsi e restare lì nella nostra mente. 

Quindi, per concludere, voglio offrirti una strategia per eseguire la tua personale visualizzazione.


Passo 1:
rilassati. Mettiti comodo in un luogo in cui ti puoi rilassare completamente. Calma la tua mente e rilassa il tuo corpo. Fai tutto quello che è in tuo potere per distenderti completamente.


Passo 2: visualizza un momento in cui provi l’emozione che ti occorre.
Inizia ad immaginare di vedere nella tua mente un momento della tua vita in cui sperimentavi l’emozione che vuoi provare. Immagina la scena proprio come se la stessi vedendo al cinema.


Passo 3: associati all’emozione
. Immagina di entrare all’interno dello schermo, vedendo come vedevi allora, ascoltando quello che ascoltavi allora e provando le sensazioni che provavi allora.


Passo 4: Ripeti tutto il processo con un altro momento, oppure semplicemente concludi la visualizzazione.
 

Questi sono solo alcuni degli strumenti della PNL che ti possono aiutare a fare la differenza tanto nelle sessioni di coaching, quanto nel momento in cui decidi di usare il coaching con te stesso.


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