tutto quello che avresti sempre voluto sapere sul Coaching e non hai mai osato chiedere

A meno che tu non abbia seguito un percorso di coaching o non sia a tua volta un coach, è molto probabile che non hai ancora una visione particolarmente chiara di questa professione.

Negli anni, infatti, ho potuto rendermi conto che la figura del coach professionista risulta ancora essere avvolta nella nebbia: è come se si riuscisse a vederne la sagoma, quello che manca sono i dettagli, come ad esempio i lineamenti del volto.

In effetti il ruolo del coach gode di una sua stabilità solo in certi ambienti, mentre in altri questa figura viene scambiata con il ‘motivatore’. Per non parlare di quando si parla di life coaching: non hai idea di quante volte ho incontrato persone convinte che il life coach fosse una persona che “ti insegna a vivere”.

Così, ho deciso di prendermi un po’ di tempo, per scrivere tutto quello che c’è da sapere sul coaching. Ma proprio tutto tutto.

Infatti questo articolo è organizzato così:

  • Che cosa è il coaching
  • Quali sono i fondamenti del coaching
  • Come funziona il coaching
  • Perché si pratica il coaching
  • Come mai funziona

 

Quando sarai arrivato alla fine, ti renderai conto di quanto l’eventuale confusione che ti ronza in testa si è assopita, e come tutto ciò che sino a qualche minuto prima era un intruglio di informazioni ha finalmente assunto una sua coerenza.

 

Che cosa è il coaching?

Nel linguaggio comune il termine ‘coach’ vuol dire allenatore, ma la sua origine ha radici ben più antiche. Questa parola compare per la prima volta nel 1500, riferita ad un mezzo di trasporto, un veicolo trainato da cavalli, proveniente dalla piccola città ungherese di Kòcs (pronunciato “koach”).

Il termine compare qualche secolo dopo, a metà del 1850, per essere utilizzato nelle università inglesi in riferimento ad una persona che aiutava gli allievi nella preparazione dell’esame.

Queste due figure, il carro e il preparatore all’esame, sono le due facce del coaching. Pensaci per un attimo: guidare un carro non è facile, bisogna imbrigliare un paio di cavalli almeno, farli andare nella stessa direzione anche quando vorrebbero prendere strade diverse, stando attenti alla carrozza, a tutto ciò che porta con sé , dalle persone ai semplici oggetti. Ognuno di noi, in fondo, è in viaggio verso una meta importante, ma la deve raggiungere col proprio carro, mettendo in riga i propri cavalli e portando con sé le cose preziose caricate sul carro. Il coach ti aiuta proprio a fare questo: a raggiungere i tuoi obiettivi, allineando le tue risorse, preparando a tutto ciò che potrebbe accadere durante il conseguimento.

Anche la figura del preparatore all’esame fa capire bene l’altra metà del lavoro di coach, ovvero la creazione di un piano di azione, una sorta di piano di allenamento, che aiuta il coach a raggiungere il proprio obiettivo (che potrebbe essere un esame passato con successo, così come qualsiasi risultato che ci si è prefissati).

 

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Quindi, in breve, che cosa è il coaching? Si tratta di un metodo per giungere in modo più veloce e diretto a destinazione, attingendo al massimo le proprie risorse, attraverso una pianificazione e un focus pieno e specifico sull’obiettivo da raggiungere.

 

Quali sono i fondamenti del coaching?

Per alcuni il primo coach della storia è stato Socrate che, attraverso la maieutica (l’arte di portare gli altri a trovare una risposta da sé alle proprie domande) era in grado di aiutare le altre persone. Ma, siamo onesti, è un po’ una forzatura!

Il coaching nasce dal mondo dello sport, di solito viene datato a partire dagli anni ’70, con la pubblicazione dei primi libri di Timothy Gallwey, allenatore della squadra di tennis dell’Università di Harvard e primo a mettere nero su bianco i suoi principi di base.

Scrive nel suo libro, Il gioco interiore del tennis: “C’è sempre un gioco interiore in corso nella nostra mente, non importa in che altro gioco siamo impegnati. Il modo in cui lo affrontiamo è quello che spesso fa la differenza tra il nostro successo e il nostro fallimento”.

In pratica Gallwey sostiene che le sfide dell’esistenza intera si combattano contemporaneamente in due arene: quella esteriore e quella della mente, dove bisogna sconfiggere giorno dopo giorno gli ostacoli che noi stessi, da soli, ci creiamo e che fanno da tappo alla realizzazione del nostro pieno potenziale.

 

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La formula del nostro successo, secondo lui, coincide con la seguente equazione:

PERFORMANCE = Potenziale – Interferenza

Quindi per aumentare la performance è necessario aumentare il proprio potenziale o ridurre al minimo le interferenze.

Questo approccio ha trovato, nel corso degli anni, applicazioni in un numero sempre maggiore di attività: dal tennis e dal golf si è spostato sino al mondo della musica, a quello del benessere, per passare a quello dell’istruzione, per poi sbarcare anche nel mondo aziendale, posizionandosi anche agli alti livelli delle multinazionali.

A portare il coaching dall’America all’Europa ci ha pensato John Whitmore negli anni ‘80. Whitmore era un ex pilota automobilistico, successivamente psicologo dello sport, che aprì per primo le porte del business e della carriera professionale ai principi del coaching, delineando le linee guida in quella che viene considerata una vera e propria bibbia del successo, il bestseller Coaching for performance. Si tratta di un libro che ha venduto oltre 500mila copie e, ancora oggi, è costantemente in ristampa.

La forza del coaching, il suo maggiore punto di forza, è stata la sua grande adattabilità a qualsiasi campo, la sua malleabilità a qualsiasi processo o obiettivo da raggiungere. Questo l’ha portato ad uscire, anche in modi abbastanza accentuati, dalle strade tracciate dai propri pionieri: la scalata verso la vittoria, la realizzazione e il benessere hanno assunto nel tempo declinazioni sempre nuove e talvolta addirittura antitetiche.

Un esempio è quello del coaching attraverso la PNL, ovvero la Programmazione Neuro Linguistica. In realtà non si tratta di nulla di diverso dalla struttura base del coaching, ma a questa vengono utilizzati gli strumenti che derivano dalla PNL, che parte dal presupposto che “siamo esseri auto-programmabili”.

Tra le virgolette ho inserito le parole utilizzate da Richard Bandler, uno dei fondatori. Insieme a John Grinder (l’altro padre della disciplina) hanno dimostrato come è possibile impostare a priori un dato numero di abitudini, reazioni e atteggiamenti mirati al successo; così come è possibile, attraverso l’imitazione dei comportamenti delle persone di successo, attraverso anche l’estrazione dei loro processi e l’adattamento degli stessi alla propria singolare situazione, fornire un vero e proprio modello di autorealizzazione.

 

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L’esempio più famoso di coaching con l’uso della PNL è quello praticato da Antony Robbins, celebre per essere entrato nelle grazie di giganti della politica internazionale, come Michail GorbačëvBill Clinton Donald Trump.

Robbins è essenzialmente un motivatore, che si rivolge a chi desidera risolvere i propri problemi e realizzare i propri desideri su svariati fronti, dalla salute al benessere emotivo, dal lavoro alla famiglia ai rapporti di coppia. Attualmente i suoi corsi sono tenuti in tutto il mondo e attirano sé migliaia e migliaia di persone.

 

Come funziona il coaching

Gli approcci al coching sono molto diversi. C’è chi lo studia per farlo diventare una professione, ma c’è anche chi lo studia perché lo trova un ottimo strumento per la leadership, per gestire i collaboratori, o perché semplicemente ognuno nella propria vita può essere coach di qualcuno e, per l’evenienza, tanto vale essere preparati.

C’è chi, invece, ne è interessato per usarlo su di sé, quindi legge libri, o segue corsi, oppure inizia un percorso a tu per tu con un coach professionista.

Ma c’è una cosa che accomuna tutti questi approcci diversi, per ognuno il punto di partenza è sempre lo stesso: raggiungere un obiettivo.

Qualsiasi sia l’obiettivo, attraverso il coaching, ci si sprona a realizzarlo, si elaborano strategie che avvicinano al raggiungimento del risultati, così come si prepara un piano operativo grazie al quale si possono allenare e potenziare le risorse a propria disposizione.

Lo strumento principale nelle mani del coach sono le domande potenti, ovvero domande in grado di far uscire il cliente fuori dai suoi abitudinali schemi di pensiero, che guidano l’attenzione dell’interlocutore a valutare idee, strategie e atteggiamenti completamente nuovi.

Una volta fatto tutto questo, il coach aiuta il cliente ad usare questo fantastico materiale in modo produttivo e preciso.

 

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Una cosa deve essere chiarita nel modo più perentorio possibile: un coach non ti darà mai dei consigli per aiutarti ad ottenere ciò che vuoi. Anzi, un comportamento di questo tipo denota solo una certezza nella persona che lo utilizza: non è per niente un coach. Magari ne avrà il titolo, ma di certo consigliandoti non sta facendo il suo lavoro di coach.

Un coach, mentre fa i suo lavoro aiuta il cliente facendolo passare per quattro fasi:

  • La definizione dell’obiettivo: il coach con il suo cliente devono avere ben chiaro ciò che si vuole ottenere. Quindi l’obiettivo deve essere declinato attraverso parametri ben precisi, che aiutano il coachee ad essere completamente focalizzato sul punto di arrivo.
  • Lo stato attuale, ovvero: dopo aver deciso il punto di arrivo, si va al punto di partenza, per confrontare le due situazioni.
  • Opzioni: vengono vagliate tutte le possibili alternative per percorrere la strada che separa i due punti.
  • Piano di azione: il coach aiuta il suo cliente a creare un piano di azioni. Lo ripeto: non è il coach a proporlo, bensì il coachee che riesce a stilarlo da solo.

Queste quattro fasi vengono conosciute con l’acronimo G.R.O.W., la struttura più usata oggi nel coaching. A questo modello attualmente si affianca anche il G.R.O.W. expanded, che alle quattro fasi iniziali aggiunge una serie di strumenti che aiutano il cliente e velocizzano ulteriormente l’intero percorso.

 

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La dinamica, ovviamente, è diversa nel caso in cui si va ad affrontare un corso di coaching. Questi potranno essere focalizzati sull’insegnarti il metodo, oppure una parte di esso, o solo alcuni strumenti. Così come possono essere focalizzati sul risultato: lo scopo non è tanto quello di farti conoscere la materia, ma fartela utilizzare per ottenere ciò che desideri.

 

Perché si pratica il coaching

Chi vi si avvicina al coaching, lo fa confidando di poter migliorare in una delle tre principali aree di applicazione: lo sport, il lavoro o la sfera privata. Chi lo pratica lo fa perché si tratta di un percorso che mette la responsabilità al centro. Il cliente di un coach non lo subisce passivamente, ma vive con lui una relazione di parità, al centro della quale c’è proprio la responsabilità: da parte del coach per svolgere nel modo migliore il proprio lavo, da parte del coachee quando giunge il momento di seguire il piano di azione.

In più il focus dell’intero rapporto è il presente, come base per poter agire concretamente nella creazione del proprio futuro ideale.

Non a caso, ogni sessione di coaching dovrebbe concludersi con un piano d’azione. Di modo che le azioni messe in atto dal cliente possano essere il primo argomento di discussione durante la sessione successiva, dove si andranno a raccogliere i feedback e ad aggiornare il piano di azione.

Le sessioni più richieste a livello globale sono quelli di life coaching. A queste si rivolgono persone insoddisfatte, che vogliono realizzarsi sul fronte emotivo (per esempio all’interno della famiglia o in una relazione di coppia); ad esempio c’è chi vuole cambiare lavoro, chi desidera far emergere le sue potenzialità inespresse, ma anche chi si rende conto di avere delle difficoltà di comunicazione e decide che è il momento di risolverle.

Stando al parere delle principali associazioni stanno però aumentando, e molto, anche le richieste di coaching in ambito sportivo. Tanto i giocatori di tennis, quanto quelli di basket, così come anche chi compie missioni estreme come le traversate oceaniche, si stanno accostando sempre più spesso a coach professionisti. C’è da dire che questo è stato una diretta conseguenza data dal voler seguire in tutto e per tutto i numeri uno, che hanno da sempre attribuito al coaching parte dei propri successi: un esempio a riguardo è il tennista Andre Agassi, che addirittura dichiara di essere rientrato dall’orlo del suicidio grazie all’aiuto del suo coach (non uno a caso, ma il Tony Robbins di sopra).

Ma lui non è l’unico, anche le sorelle WilliamsNadal e lo stesso Micheal Jordan hanno più volte dichiarato il merito del coaching per le loro prestazioni. Al punto tale che ormai sono le stesse squadre a dotarsi di appositi coach allo scopo di rafforzare il team.

 

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Un occhio di riguardo deve essere dedicato all’aspetto business. In questi casi, infatti, il coaching ha una biforcazione: si parla di business coaching e di executive coaching. Si tratta di due forme dedicate al mondo aziendale, con la differenza che la seconda è ad uso esclusivo degli alti dirigenti. Le due modalità, tranne per pochissimi punti, sono fondamentalmente uguali.

Il fatto è che sul fronte business la questione coaching è un po’ più dibattuta: c’è infatti chi sostiene che indirizzare i propri dipendenti verso un percorso di coaching sia privo di senso, poiché è una scelta che per essere efficace dovrebbe scaturire dall’individuo e non dagli interessi di un’azienda. Ciò nonostante, le aziende accostano sempre più spesso ai classici corsi di formazione attività di coaching legate all’imprenditorialità, alla leadership, alla comunicazione, alla vendita, e parallelamente un gran numero di scuole si sta adattando a erogare servizi preconfezionati di questo tipo.

Di fatto il coaching viene ormai applicato a tutti i campi possibili immaginabili, dalla cucina alle lingue straniere, dalla gestione dei propri risparmi alla perdita di peso, dal canto sino ad arrivare a tutte le altre attività artistiche.

Per ciascun tipo di attività si apre poi non solo un ventaglio infinito di programmi differenti per metodo e durata, ma anche un tariffario che spazia dalle poche decine di euro alle decine di migliaia: dipende tutto dal professionista che si sceglie, da quanto è grande il proprio obiettivo.

 

Come mai il Coaching funziona?

In primo luogo è giusto che tu sappia che il coaching non è per tutti. Come detto sopra, alla base di questa disciplina c’è la responsabilità. Se non ci si sente pronti ad assumersi la responsabilità del cambiamento, così come la responsabilità del miglioramento, se si crede che questi due elementi siano delegabili ad altri o non sotto il proprio controllo, allora il coaching sarà completamente inutile. Non per la sua natura, ma perché risulterà per niente adatto ad una persona con questa concezione.

 

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Valutare l’efficacia del coaching è molto semplice: se la persona raggiunge gli obiettivi prefissati, allora vuol dire che la relazione di coaching ha avuto successo.

Essendo una disciplina molto pragmatica, valutarne i risultati risulta essere facile. Ovviamente, come in molte altre discipline (così come in molte scienze), bisogna fare attenzione nel distinguere un professionista da un improvvisato.

A riguardo è interessante riportare le parole della professoressa Laura Borgogni dell’Università Sapienza di Roma: “Il rischio maggiore comunque è quello di incappare in persone non adeguatamente formate che vadano ad addentrarsi in dimensioni più vicine al counseling che al coaching, senza possedere le giuste competenze”.

Insomma, davanti a un settore che si mostra promettente, ottimista e fertile di iniziative, è anche vero che diversi sono i segnali lanciati dagli stessi addetti ai lavori per metterci in guardia da professionalità improvvisatevolontà speculative o veri e propri ciarlatani.

 

 

COSA FARE ADESSO COL COACHING

Finalmente è perfettamente chiaro che cosa è il coaching?

Come forse hai potuto ben notare, ho cercato di non tralasciare nessun aspetto.

A questo punto potrebbero pararsi di fronte a te diverse scelte:

– Decretare che il coaching non fa per te e andare oltre

– Interessarti a questa materia e volerla approfondire continuando a leggerla

– Interessarti ancora di più questa materia iniziando a volerla praticare e sperimentare.

In questo terzo caso, clicca qui, perché ho creato per te un metodo pratico per apprendere, sperimentare e applicare sugli altri e te stesso il coaching.