Come avere esattamente le relazioni che desideri col coaching

Una delle maggiori frustrazioni che viviamo è quella di non avere il tipo di relazioni che vogliamo. E non mi riferisco al termine “relazione” esclusivamente in senso amoroso, ma in generale, comprendendo anche quelle di amicizia, così come quelle di lavoro. Sono certo che almeno una volta nella vita questo senso di insoddisfazione l’avrai provato anche tu: amicizie che col tempo si sono sfaldate, rapporti che si sono logorati, incomprensioni, se non addirittura una totale mancanza di sintonia. Ma perché succede questo? La risposta più ovvia è: perché le persone sono diverse. Il che è vero, ma a livello profondo potrebbe rivelarsi non sufficiente. Pensa alle persone con cui intrattieni e hai intrattenuto una relazione (d’amore, di amicizia, di lavoro o di semplice conoscenza): quanto e come sono diverse da te?

E quanto sono diverse tra loro?

Probabilmente tra loro ci sono alcune persone che non andrebbero d’accordo mai e poi mai. Sono così diverse che ci sono delle cose che faresti con alcune e non con altre. Sono così diverse che magari il linguaggio che usi con un gruppo è differente rispetto a quello che usi con un altro. Ci sono persone di cui ti fidi ciecamente, altre con cui intrattieni solo ottimi rapporti professionali; quelle con cui ti piace uscire la sera ma che non ami invitare a casa; quelle a cui racconti tutte le tue esperienze e quelle con le quali ti limiti alle frasi di circostanza.

Con ogni persona che ti circonda intrattieni un tipo diverso di relazione. E questo tipo di relazione si è costruito nel tempo, come conseguenza dei vostri incontri e confronti, durante i quali, a poco a poco, hai stabilito (a livello più o meno conscio) il tipo di esperienza che volevi condividere.

Ma perché abbiamo così tanto bisogno di entrare in relazione con gli altri?

Sappiamo tutti che l’uomo è un animale sociale, e possiamo fare a meno di mettere in ballo il discorso antropologico che ci dimostra come l’uomo, nei tempi più antichi, non avrebbe avuto vita facile (anzi, avrebbe avuto vita molto breve) se non fosse entrato in relazione con i suoi simili. Ma questa non è una peculiarità appartenente solo all’uomo, bensì a quasi tutte le specie animali.

I motivi “più umani” per i quali entriamo in relazioni gli uni con gli altri sono legati all’esigenza di soddisfare alcuni nostri bisogni.

In primo luogo il bisogno di sostegno, che è un bisogno simile a quello strettamente materiale che affronta l’antropologia. Non mi riferisco, infatti, al semplice sostegno materiale, ma anche a quello affettivo, morale e spirituale.

Molto simile a ciò è il bisogno di condivisione: l’uomo ha bisogno di condividere con gli altri le sue esperienze. È grazie a queste condivisioni che si generano le idee che permettono all’uomo di evolversi, non solo sotto l’aspetto tecnologico, ma anche emotivo.

Un altro bisogno che le relazioni soddisfano è quello di appartenenza. Tutti noi sentiamo la necessità di appartenere ad un gruppo, con cui – per l’appunto – condividiamo non solo le nostre esperienze, ma anche il linguaggio, la cultura, dando vita a degli universi consensuali che aumentano il nostro senso di sicurezza verso il mondo e il modo di interpretarlo.

Infine le relazioni ci permettono di soddisfare sia il bisogno di sicurezza che il bisogno di diversità. Ognuno di noi ha bisogno di un gruppo di persone che lo circondano e che gli danno sicurezza: sia condividendo gli universi consensuali di cui sopra, sia come punto di riferimento per i propri bisogni di sostegno, condivisione e appartenenza. Ma, visto che l’uomo è una specie un po’ più complessa rispetto agli altri animali, sente anche il bisogno di diversità, di avere a che fare con nuove persone, con le quali può avere nuove esperienze e magari sentirsi di appartenere ad un gruppo con un modo completamente diverso di vedere il mondo.

Come avrai capito già, tutti questi bisogni sono intrecciati tra loro e sono così fusi insieme che ti consiglio di prendere con le pinze la distinzione che ho appena fatto. Insomma, è solo una grezza semplificazione per farti capire quanto sono necessarie le relazioni per ognuno di noi.

Quindi da dove cominciare per avere il tipo di relazione che desideri?

Credo sia abbastanza chiaro il motivo per cui le relazioni personali sono così importanti (non che prima non lo fosse, per carità, mi sono limitato a fare un po’ di luce in quegli angolini che di solito restano al buio). Proprio per questo motivo è consigliabile che ognuno di noi sappia cosa vuole dalle proprie relazioni. Certo, porsi un obiettivo sul tipo di relazione che vogliamo da una persona non appena la conosciamo è a dir poco strambo, per non dire completamente folle. Ma iniziare a chiedersi cosa si desidera è un buon punto di partenza.

Quindi ciò che ti chiedo oggi è: cosa vuoi dalle tue relazioni?

Non voglio che ci pensi soltanto, voglio che lo metti per iscritto! Prendi un foglio di carta e butta giù tutto ciò che ti viene in mente.

Una volta che hai scritto tutto, domandati: quante delle tue relazioni soddisfano queste caratteristiche? Certo, non tutte le relazioni sono uguali. Ciò che desideri da una relazione amorosa è completamente diverso da ciò che vuoi da una relazione professionale, così come da una relazione di amicizia, ecc. ecc. Quindi per ogni categoria delle tue relazioni, domandati cosa vuoi e chiediti se le tue relazioni soddisfano questi requisiti.

L’addestratore di cagnolini

È sicuro che non appena comincia un rapporto tra due persone difficilmente avrà tutte le caratteristiche che desideri. La relazione va costruita nel tempo. Ma come è possibile fare in modo che la relazione possa andare nella direzione che desideri?

Voglio risponderti con una metafora.

Immagina di avere un cagnolino. Se ne hai (o ne hai mai avuto uno) sai benissimo quanto sia difficile all’inizio insegnargli a fare pipì fuori e non in casa. Quindi, cosa fai quando il cucciolo ti lascia un bel bisognino nel salotto? Di solito gli metti il muso vicino alla pipì e gli dai uno schiaffo. Cosa fai invece quando fa pipì fuori casa? Probabilmente lo premi con un biscotto. Lo stesso principio è possibile adottarlo nelle relazioni.

Ovviamente, la mia è una metafora, non sto affatto dicendo che le persone sono come i cani. Ma pensaci bene. Cosa fai quando qualcuno, magari appena conosciuto, fa qualcosa che non ti piace? Il più delle volte, forse, lasci correre – che diavolo, lo conosci da poco, non ha molto senso cominciare subito con le polemiche.
Questo atteggiamento è assolutamente sbagliato. Facendo così la persona con cui hai a che fare non capirà mai che ha varcato un limite che tu non vuoi venga superato e, nel caso in cui tu voglia affrontare l’argomento una volta raggiunta una maggiore confidenza, lei si sarà già abituata a comportarsi con te in quel modo. Insomma, è come se al cagnolino dessi il biscottino dopo aver fatto la pipì sul tappeto perché è solo un cucciolo, e poi pretendessi che smettesse di farlo quando è più grande. Sarà davvero difficile fargli cambiare questo comportamento, perché è il frutto di un’abitudine che tu stesso hai contribuito a fargli sviluppare.

Con questo non voglio dire che non appena qualcuno fa qualcosa che non ti piace devi farglielo notare, ma rispondere con una “comunicazione punitiva”, di modo da fargli intendere che la cosa non ti è andata giù. Poi, non appena fa qualcosa che ti piace, usare con lui una “comunicazione di gratificazione”.

Ti faccio un esempio.

Mettiamo il caso che ogni volta che il tuo compagno o la tua compagna stia giù di morale, tu gli compri un regalino per migliorargli l’umore. Questo comportamento, se ripetuto nel tempo, farà sì che userà lo stare giù per avere maggiori attenzioni. Se il regalino, invece, lo fai alla fine di una splendida giornata passata insieme, avrà un significato diverso. Nel primo caso, infatti, associ un atto d’affetto al suo stare male, nel secondo caso invece allo stare bene insieme. E secondo te quale di queste due associazioni tende a favorire le basi di una buona relazione?

Questo principio può essere adattato – con i dovuti accorgimenti – a qualsiasi rapporto.

Ma per addestrare un cagnolino, deve esserti ben chiaro cosa vuoi che faccia e cosa assolutamente non tolleri. Molto spesso, nella vita di tutti i giorni, questi due elementi non ci sono particolarmente chiari.

Così come difficilmente ci domandiamo cosa vogliamo, non ci capita spesso di domandarci cosa non vogliamo. O, se proprio lo facciamo, non ci rispondiamo quasi mai con la dovuta attenzione. Così ti propongo di rispondere a questa domanda, scrivendo tutto ciò che non vuoi in una relazione. Come nel precedente esercizio, parti dal generale, per poi concentrarti sulle varie relazioni che intrattieni.

Quindi: cosa non vuoi dalle tue relazioni?

Poniti sia questa che la prima domanda più volte. E’ probabile che la prima volta ti vengano in mente solo pochi elementi. Aggiorna sia questo elenco che quello precedente ogni volta che ti viene in mente qualcosa di nuovo.

E ora immagina: come sarebbero le tue relazioni se fossi in grado di attrarre solo quello che vuoi, allontanando tutto ciò che non ti piace? Credo che l’idea ti alletti un bel po’.

Utilizzare un tipo di comunicazione punitiva e di gratificazione, a seconda dei casi, è il primo passo per ottenere tutto questo; è il punto di partenza per costruire una relazione che va lì dove desideri. Molto spesso pensiamo che i rapporti interpersonali si creino per caso, ma sono il prodotto delle interazioni che si sono avute.

Mi piace sempre fare questo esempio. Da adolescente, quando hai chiesto ai tuoi genitori di uscire la sera, non ti hanno permesso subito di tornare a casa a mezzanotte. Ti sei guadagnato questo orario nel tempo. Prima potevi tornare a casa entro le dieci, poi entro le undici. A poco a poco hai portato il rapporto con loro verso la direzione che desideravi. Certo, non sapevi affatto che lo scontro verbale per spostare il coprifuoco con i tuoi genitori era un modo per portare la vostra relazione lì dove tu preferivi, allora probabilmente stavi semplicemente lottando contro di loro per affermare un tuo diritto. In pratica: sapevi bene cosa volevi e cosa non volevi e stavi facendo in modo di far andare le cose come preferivi.

Questo è il meccanismo che ha formato tutte le nostre relazioni. Ma quanto siamo consapevoli di quello che vogliamo e di ciò che non vogliamo? In che modo possiamo guidare le relazione nella direzione desiderata?

Sono certo che questo articolo sia riuscito a darti una risposta.

Ora, però, sta tutto nelle tue mani: puoi ignorare i consigli che ti ho dato, oppure li puoi seguire, sorprendendoti dei meccanismi che mettono in modo. Allo stesso tempo puoi anche scegliere di impegnarti davvero ad ottenere il tipo di relazioni che vuoi, attraverso un percorso full immersion di otto giorni. Se vuoi scoprire cosa faremo, clicca qui e vieni a dare un’occhiata al programma.

Cosa fare quando si affronta una separazione

Una separazione non è mai facile. Ciò che accade è che bisogna abbandonare un mondo. Un giorno abbiamo incontrato una persona, ne siamo stati attratti, l’abbiamo conosciuta meglio, ce ne siamo innamorati e, pian piano, abbiamo cominciato a condividere con lei una serie di esperienze; poi ci abbiamo condiviso sogni, progetti, speranze. Di colpo quella che era la nostra vita, la nostra vita di individui, si è legata alla vita di un’altra persona. Se prima potevamo dire I miei bisogni , da un certo punto in poi abbiamo cominciato a dire I nostri bisogni; se una volta dicevamo Ciò che voglio è, da un certo momento abbiamo cominciato a dire Ciò che vogliamo è.

Con questo non voglio assolutamente intendere che durante la relazione si perde la propria individualità. Certo, ci sono delle relazioni in cui si vive in una totale simbiosi, ma ciò che il più delle volte accade è che per alcuni versi si vive in due mondi: il primo è quello personale, nel quale si è sempre vissuto, con i propri obiettivi, i propri valori e i propri desideri; il secondo, invece, è il mondo della coppia, con altri obiettivi, altri valori e nuovi desideri.
Quando questi due mondi coesistono, il più delle volte il primo cambia, anche se non completamente. L’amore ha questa peculiarità: ci fa sentire parte di qualcosa di molto più grande, la persona che abbiamo accanto diventa più importante della nostra stessa vita, per questo diventa fondamentale per noi occuparci di lei.

Qualcuno dice che quando si è in una coppia spesso si accantonano alcuni dei propri obiettivi per l’altra persona. Non è così. Non si accantona proprio un bel niente: è che la persona che abbiamo accanto per noi è così importante che alcuni degli obiettivi che ci riguardano in prima persona assumono un valore di secondo piano rispetto agli obiettivi che riguardano entrambi.

Ma quando ci si separa ecco che tutto sembra cambiare. Quelle cose che prima erano diventate fondamentali, ora sembra che lo siano ancora sul piano razionale, ma il fatto che non ci sia al nostro fianco l’altra persona le rende irrilevanti.

Per semplificare all’osso, gran parte del dolore della separazione è dato dal trovarsi nel bel mezzo di un percorso cominciato in due ma improvvisamente senza l’altra persona, il che ci fa sentire quel percorso come completamente inutile. Il dolore emotivo resta finché si resta su quella strada e svanisce nel momento in cui la si abbandona, iniziando un percorso nuovo, nel quale si è ancorati alla parte più profonda di sé.

Già ho scritto quali sono le cose non NON devi assolutamente fare dopo una separazione, oggi invece voglio prendere in considerazione tutte quelle azioni molto semplici che, se portate avanti, possono dare il via a quella ripresa che ti fa tornare a stare bene; che ti fa percepire che puoi iniziare una nuova vita. E, se ti va, questa nuova vita può essere anche molto meglio della precedente.

È molto normale, infatti, sentirsi senza energia e demotivati dopo una separazione.
Ci si guarda allo specchio e il proprio riflesso non piace, forse perché il volto è segnato da quelle rughe che vengono ogni volta che si va a combattere una battaglia emotiva con l’altro e soprattutto con se stessi.

Proprio per questo motivo, qui di seguito voglio rivelarti cinque cose che devi assolutamente fare se vuoi vincere questa battaglia, per recuperare chi sei davvero; chi sei davvero quando sei completamente libero di essere te stesso.
RITROVA LA PASSIONE 

Hai un hobby? C’è qualcosa che ti piace fare, uno sport, oppure ballare, seguire dei corsi, fare una determinata attività? Bene, qualsiasi cosa sia, è giunto il momento di recuperarla. Se vuoi riappropriarti della tua vita, ricomincia a riappropriarti di ciò che ti fa sentire vivo. E’ il primo passo, quello che ti mette in contatto diretto con delle esperienze positive.

PRENDITI CURA DEL TUO CORPO 

Questo non vuol dire darsi da fare con diete che ti riducono alla fame, o praticare sessioni estenuanti in palestra. Ma, semplicemente, ricominciare a sentirsi in forma. Il corpo è un potentissimo alleato: quando è ben alimentato, quando ci si prende cura di lui, ecco che ci mette nella condizione di sentirci bene. Anche il miglior musicista di questo mondo non riuscirà a suonare bene se ha tra le mani uno strumento mal ridotto.

TROVA IL TEMPO PER RILASSARTI

Dedica almeno trenta minuti ogni giorno a te stesso.
Nota bene: 30 minuti spaparanzati sul sofà in stato comatoso davanti alla tv o al tablet non valgono!
Leggi, ascolta della musica, dedicati al fai da te; insomma, fai qualsiasi cosa stimoli la tua creatività, le tue emozioni, la tua voglia di fare. Se per caso ti sentissi demotivato nel mettere in atto questa strategia, vuol dire che ne hai davvero bisogno. Quindi, anche se non ne hai voglia, impegnati per trenta minuti al giorno. Alla fine di questa mezz’ora ti assicuro che sarai felice di esserti impegnato e ti sentirai decisamente meglio.


TIENI UN DIARIO 

Se hai l’impressione di sentire ancora in modo molto intenso la carica emotiva che porta con sé la separazione, inizia a scaricarla almeno in parte attraverso la penna. Scrivere ti aiuterà a entrare in contatto con le tue sensazioni, a vederle dall’esterno, ad analizzarle, quindi a comprenderle e, di conseguenza, a renderle meno dolorose.

ESCI CON AMICI E AMICHE 

Recupera le persone a cui vuoi bene e che ti vogliono bene. Intensifica la vita sociale. Ma attenzione: lo scopo primario non è quello di uscire per conoscere qualcuno, ma vedere persone, scambiare idee e rendere la vita più leggera con qualche risata in amicizia. È anche un modo per riempire i vuoti che si possono percepire quando la vita di coppia si conclude. Ma il fatto che si sia conclusa la vita di coppia non vuol dire che la tua vita sociale sia finita, sei ancora circondato da persone che ti vogliono bene, a cui vuoi bene e con cui ti piace trascorrere il tempo. Quindi, approfittane!

Questo è solo l’inizio, ma un inizio che nel giro di tre settimane può metterti in una condizione di forza che forse adesso, se stai affrontando una separazione, ti manca.
Metti queste idee alla prova, si tratta in fondo di cose che ti piacciono e poi… non hai niente da perdere… se non inutili momenti trascorsi a stare male.
Li puoi abbandonare, semplicemente dedicandoti a fare queste cinque facili attività.

Ma se vuoi a tua disposizione un metodo intensivo ed estremamente rivoluzionario, per uscire fuori da questa situazione ed entrare in una condizione di massima potenzialità, allora vieni a dare un’occhiata a questa pagina!

Il Caretaking: il coaching a livello ambientale

Oggi voglio parlarti di una singola parte del processo di coaching che molto spesso viene ignorata. Una parte estremamente piccola, ma che può fare una grande differenza se affrontata nel modo giusto. Un elemento che crea per il coachee un enorme aiuto dal punto di vista ambientale.

Robert Dilts nel suo libro From Coach to awaker inizia facendo riferimento ad un ben preciso compito all’interno del processo di coaching: il caretaking. Consiste in un supporto da dare al coachee all’interno dell’ambiente in cui sta realizzando un cambiamento individuale o a livello organizzativo.

Il nostro ambiente, infatti, è il contesto esterno in cui si svolgono i nostri comportamenti e le nostre interazioni. L’”ambiente” è ciò che percepiamo come “al di fuori” di noi. Un determinato ambiente è costituito da fattori quali: l’arrendamento di una stanza, le condizioni metereologiche, il cibo, il rumore, ecc. Questi fattori ambientali determinano opportunità e limiti che bisogna riconoscere, e a cui è necessario reagire. Sono, insomma, i fattori dai quali dipende il come e il quando del cambiamento.

Essere un carataker consiste nel fornire un ambiente sicuro e di sostegno. Ad esempio, quando i buoni genitori organizzano per i loro figli uno spazio di gioco sicuro, nel quale possono divertirsi, sperimentare, lontani da oggetti o situazioni pericolose, stanno facendo appunto caretaking.

Un processo simile avviene anche in ospedale o in clinica. In questi ambienti si fa fronte ai bisogni fisici dei pazienti che vengono a trovarsi in contesti liberi dallo stress, dalle contaminazioni e dalle tentazioni dei loro contesti abituali. Questo offre alle persone la possibilità di focalizzarsi su loro stesse e sui cambiamenti interiori necessari a ristabilizzarsi e guarire.

Creare per i manager un evento efficace è un esempio di caretaking. Lo scopo di questi eventi è quello di fornire un ambiente che sia fonte di supporto e arricchimento e che si evolva naturalmente nel team building e nella crescita personale.

Ho volutamente usato tutte queste analogie per suggerirti che quando un coach agisce da caretaker, si trova a creare un contesto che dia il massimo sostegno ai clienti impegnati nella realizzazione dei loro obiettivi.

Quindi, come dovrebbe comportarsi un coach in questo contesto?

Come quasi sempre in questa disciplina, ci si affida alle domande.

Anche in questo caso è necessario porne al coachee alcune fondamentali:

  • Di quali risorse e di quale supporto esterno hai bisogno per raggiungere i tuoi obiettivi?
  • Dove puoi procurarti queste risorse e chi è in grado di fornirtele?
  • Quali azioni e quali comportamenti devi esplorare o sperimentare per raggiungere i tuoi obiettivi?
  • Dove, quando e con chi puoi sperimentare queste azioni e questi comportamenti?
  • Di quali strumenti e di quali risorse materiali hai bisogno per raggiungere i tuoi obiettivi?

Come puoi notare queste domande non si basano tanto sulla programmazione dell’obiettivo, quanto sulla creazione di un contesto che supporti le singole azioni che vanno intraprese per tagliare il traguardo finale.

Come accennato sopra, per realizzare un qualsiasi cambiamento o raggiungere uno stato desiderato è necessario, in qualche maniera, identificare e fronteggiare limiti e opportunità. Una performance ben riuscita, oltre che nel definire uno stato presente e uno stato desiderato, consiste nel trarre vantaggio da tutte le possibilità offerte per affrontare le difficoltà dell’ambiente in cui si sta operando. Il caretaking, quindi, è di estremo aiuto nel creare opportunità ambientali, nel trarre vantaggio da esse e nel comprendere come affrontare i limiti ambientali.

Quando in una sessione di coaching si affronta questo aspetto, però, bisogna fare estrema attenzione a non cedere alla tentazione di offrire dei suggerimenti. Non lo ripeterò mai abbastanza, ma il coaching è l’arte di far trovare le risposte al coachee, di conseguenza non può esserci nulla di peggio che offrire soluzioni. Quindi, resisti alla tentazione. Per aiutarti in questo voglio suggerirti delle altre domande:

  • Quali sono i fattori esterni che potrebbero distogliere o interrompere il tuo impegno nell’obiettivo?
  • Quali sono le cose che puoi fare per non cedere a queste?
  • Nell’ eventuale momento in cui dovessi accorgerti che hai ceduto, cosa farai per ripristinare il tuo impegno?

Queste domande aiutano il cliente ad orientarsi, ad elaborare strategie per operare nel suo ambiente, su cui molto probabilmente ha maggiori informazioni e competenze rispetto al coach.

Ma cosa succede se il coach è esperto dell’ambiente e vede dei limiti e delle opportunità che il coachee non vede?

In questo caso il coach dovrebbe limitarsi a fare da specchio e non aggiungere nulla di suo, e questo perché anche l’errore può essere un processo di crescita e di apprendimento. Ma è anche vero che in certe occasioni l’errore potrebbe essere troppo grande per il coachee (e intendo grande nella misura soggettiva del coachee), quindi è possibile intervenire.

Prima di lasciarti, mi piacerebbe (se già non lo fai) che tu iniziassi a porti le domande che ti ho segnato in questo post, associandole all’ambiente in cui stai operando gli eventuali cambiamenti che stai facendo. Provale su di te, perché è possibile che tu ti renda conto che ci sono cose che puoi fare, che puoi prevedere, che puoi integrare per arrivare nel modo più efficace al tuo obiettivo.

Infine, se pensi che è giunto il momento di incontrarci dal vivo e studiare insieme i segreti del coaching, vieni a dare un’occhiata a questa pagina.