Quali sono i requisiti per svolgere professionalmente il ruolo di coach?

Oggi come oggi il lavoro di coach risulta essere a dir poco controverso: basta anche solo vedere l’abnorme numero di persone che si fregiano di questo titolo, molto spesso senza averne seguito i corsi e, ancora più di frequente, senza aver svolto corsi abilitanti.

Ma la verità è che la giurisprudenza da questo punto di vista risulta essere molto fumosa.

I problemi derivano dal fatto che la professione di coach non ha una sua normativa. Ma l‘assenza di una normativa specifica significa poter applicare anche ai coach la legge n.4/2013. Questa legge si rivolge tutte le professioni non organizzate in Ordini o Collegi, cioè tutti i professionisti che per svolgere la propria attività non devono far parte né di uno specifico Ordine né di un Collegio (come accade agli Avvocati, ai Farmacisti). Se non esiste nessun Ordine o Collegio dei Coach, allora si può affermare che anche questa professione di coach rientri tra quelle di cui alla legge 4/2013. Di conseguenza ogni coach è obbligato a richiamare gli estremi della legge 4/2013 in ogni documento e rapporto scritto con il cliente, a pena di essere sanzionato per pratiche commerciali scorrette.

In breve l’intero impianto della legge 4/2013 si focalizza sull’ importanza della formazione del professionista.

L’art. 1 c.4 stabilisce che l’esercizio della professione si fonda “sulle competenze e sull’indipendenza di giudizio intellettuale e tecnico […], nel rispetto dei principi di buona fede, di affidamento del pubblico e della clientela, della correttezza.”.

Questa norma indica chiaramente che per svolgere professionalmente il ruolo di coach hai bisogno di un percorso formativo adeguato. Solo in questo modo puoi acquisire quelle competenze idonee a svolgere la tua professione con la correttezza e la professionalità richiesta dalla legge.

L’art.7, infatti, lascia alle associazioni dei professionisti la facoltà di rilasciare ai propri iscritti un’attestazione circa il rispetto, da parte dell’iscritto, di determinati standard qualitativi e di qualificazione professionale.

Questo vuol dire che gli attestati non hanno solo un valore di immagine rispetto alla scuola che l’ha rilasciato, ma anche in base a quanto la sua formazione viene riconosciuta dalle associazioni di categoria.

Attualmente in Italia sono due le associazioni che si preoccupano di tutelare i coach: l’AICP e l’ICF. Se non sei iscritto ad una di queste due associazioni, ho una brutta notizia da darti: per quel che riguarda la legge italiana, non stai svolgendo il tuo ruolo di coach in modo professionale.

Ovviamente, come per qualsiasi associazione professionale, ognuna di queste associazione richiede un numero di crediti di aggiornamento annuale per potervi restare all’interno.

Probabilmente questa notizia non rallegrerà affatto chi, sino a questo momento, ha potuto fregiarsi di un titolo di coach inadeguato. Ma, per fortuna, mette ordine in una professione che sino a poco fa era in balia dell’anarchia.

Un’anarchia che non dava assoluta certezza circa la preparazione del coach e la sua professionalità.

Infatti, così come uno psicologo ha alle spalle un ordine professionale, che lo obbliga a restare sempre aggiornato e a rispettare alcune procedure fondamentali per lo svolgimento del suo lavoro, allo stesso modo anche i coach si stanno organizzando.

Tale organizzazione offre una doppia tutela.

Una tutela per i clienti, che possono sapere (semplicemente controllando se il coach è iscritto ad una associazione professionale) il livello di competenza, di aggiornamento e di esperienza (perché è importante anche sapere se il coach con cui si sta andando a lavorare fa dieci ore o cento ore in un anno; perché tra chi fa questo mestiere per hobby e chi lo fa invece come lavoro c’è una bella differenza).

Una tutela per i coach, che possono contare su un ente che ne certifica le competenze.

Alla luce di questo, diventa fondamentale seguire dei corsi che vengono riconosciuti come formativi dalle associazioni di categoria. Per essere riconosciuti, i corsi devono offrire ai partecipanti il tipo di formazione richiesto per svolgere in maniera professionale il lavoro di coach. Per avere questo livello di competenza è normale che solo pochi riescano a superare l’accurata indagine che viene fatta a riguardo. E non sempre lo stesso corso viene riconosciuto da entrambe le associazioni.

Te lo dico perché non è stato facile, quando abbiamo creato l’offerta formativa dell’Università del coaching, ottenere l’accreditamento da entrambe (in realtà abbiamo anche ottenuto l’accreditamento da parte del NLP society, che è l’associazione internazionale che certifica il coaching con la PNL).

Proprio per questo, quando scegli un corso di coaching fai bene attenzione alla certificazione che rilascia. Il contrario potrebbe metterti nella condizione di frequentare un corso che può anche essere eccellente ma che, una volta concluso, ti impedisce di far parte di un’ associazione che abilita la tua attività professionale.

Il che va benissimo se per te il coaching è un hobby, ma diventa un enorme problema se vuoi che diventi la tua attività quotidiana.

 

Proprio per questo se vuoi sapere se le certificazioni che hai ti abilitano o meno alla pratica del coaching nel pieno rispetto delle normative legali, contattaci. Ti offriremo una consulenza gratuita che farà chiarezza sui crediti accumulati sino a questo momento

Sei un coach e cerchi clienti? Ecco cosa devi fare

Se sei arrivato su questo post è molto probabile che tu sia un coach e vuoi migliorare il tuo marketing per promuovere la tua attività.

Ottimo, sei nel posto giusto!

Infatti, con l’Università del Coaching mi occupo non solo di formare i coach del futuro, ma anche di accompagnarli, passo dopo passo, nella loro crescita professionale, all’interno di un percorso di marketing che permette loro di iniziare a lavorare in tempi estremamente brevi con dei clienti che non solo pagano, ma sono anche felici di pagare.

In questo articolo, quindi, voglio svelarti in che modo anche tu puoi organizzare il tuo marketing per trovare nuovi clienti.

Infatti, molti coach (la maggioranza, per la verità, ahimè!) pensano non sia possibile implementare queste tecniche ed espandere la loro clientela.

I motivi sono i seguenti:

  • Una parte di loro non conosce le giuste tecniche e metodologie di marketing
  • Un’altra parte esclude a priori che sia possibile sviluppare la propria attività da professionista sul web (praticamente sono scettici!)

Infatti l’opinione comune è che per lavorare e trovare nuovi clienti bisogna ammazzarsi di lavoro dalla mattina alla sera, il che è in parte vero. Ma è altrettanto vero che la situazione nel nostro campo è di gran lunga più rosea rispetto ad altri settori.

Ed è proprio grazie a questa situazione rosea che internet può darti un grande aiuto, offrendoti una vetrina. Una vetrina grazie alla quale puoi proporre il tuo lavoro e mostrare cosa sai fare, e che può essere visibile praticamente da chiunque e in qualsiasi momento.

Interessante, vero?

Internet infatti ti offre la possibilità di essere visibile e a disposizione di chi ti sta cercando e di mettere le tue competenze e la tua professionalità al loro servizio.

E – cosa da non sottovalutare – con costi molto contenutirisultati di gran lunga superiori alle tue aspettative.

Già immagino le tue meningi che si spremono, domandandosi: Sì, va bene, ho capito Roberto, ma come si fa?

Te lo rivelo subito!

Ci sono fondamentalmente due modi di operare (e uno non esclude l’altro, anzi insieme possono creare una sinergia praticamente irresistibile):

  • il primo ti permette di ottenere risultati immediaticon degli sforzi praticamente minimi;
  • il secondo invece è da usare nel caso tu voglia “scendere in campo” mettendoci la faccia, mostrando le tue competenze, partecipando attivamente alla costruzione e allo sviluppo della tua attività sulla rete, e impegnandoti in prima persona sul web.

Che ne dici? Ti può interessare?

Allora vediamo entrambi questi metodi!

GENERAZIONE AUTOMATICA DEI CLIENTI

Il primo sistema che ti permette di avere risultati concreti in tempi brevi è la Lead generation.

Attraverso la creazione di un sistema automatico poi iniziare ad acquisire nuovi clienti e farti inviare i loro contatti, utilizzando Adwords e creando delle specifiche Landing Page.

Il bello di questo sistema è che non devi aspettare mesi per vedere se la campagna che hai creato funziona, ma puoi ricevere nuovi contatti praticamente da subito e migliorare a poco a poco il sistema nel tempo.

 

DIVENTARE UN PUNTO DI RIFERIMENTO DELLA TUA CATEGORIA

Il secondo sistema, invece, è leggermente più elaborato ma ti permette di avere una tua forte presenza online. In questo modo puoi diventare, con il tempo, un punto di riferimento su internet.

Per fare questo, devi semplicemente costruire un blog inerente al tuo modo specifico di lavorare; creare una tua mailing list di contatti attraverso una squeeze page e un sistema di email marketing, che ti consentirà a poco a poco di entrare in contatto diretto con i tuoi potenziali coachee. Questo ti consentirà anche di capirne le necessità ed i bisogni reali, così da dare loro informazioni utili che li guidano a chiederti di fare una sessione di coaching con te.

Si tratta di un sistema praticamente infallibile per arrivare ad essere considerato dal tuo mercato una autorità, il primo e l’unico.

Tra l’altro sono ancora molto pochi i coach professionisti che lo fanno. Anche se devo dirti che stanno aumentando, ed in modo esponenziale. Il motivo è semplice: operando con questa strategia, è come se il tuo blog fosse un vero e proprio “ufficio virtuale”.

Perfetto, queste sono le strategie generali.

Adesso vediamo le cose puoi aggiungere nello specifico per aumentarne l’efficacia.

CREA UNA TUA PAGINA FACEBOOK

Se sei pratico di Facebook saprai certamente che è molto semplice realizzarne una. In questo modo puoi offrire ogni giorno ai tuoi followers idee, consigli e strategie. Così facendo diventerai per loro una persona familiare, una persona di cui fidarsi. Certo, è vero che forse non tutti quelli che ti seguono sono interessati ad avere un coach. Ma allo stesso tempo ti assicuro che non appena sentiranno questo bisogno, tu sarai il primo a cui penseranno di rivolgersi.

Se vuoi approfondire questo argomento, ti rimando ad un articolo molto dettagliato in cui ti spiego come creare una strategia editoriale per Facebook: http://www.4mancons.it/it/creare-strategia-marketing-irresistibile-social-media/

 

CREA DEGLI EVENTI

Gli eventi gratuiti sono un buon modo per attrarre tutte quelle persone che ti seguono già da un po’, ma hanno bisogno di una spinta in più per decidere di rivolgersi a te. Sono delle occasioni in cui ti fai conoscere, fai vedere chi sei e spieghi il tuo modo di lavorare.

Possono essere dei mini corsi, così come delle giornate in cui offri una sessione gratuita.

Insomma, si tratta di offrire una fetta del dolce prima di far acquistare l’intera torta.

Anche in questo caso ho un articolo nel quale entro nei dettagli: http://www.4mancons.it/it/la-nuova-frontiera-del-marketing-esperienziale/

 

PUNTA SULLE TUE UNICITA’

Sei un coach, ma questo non è abbastanza.

Così come non basta aggiungere se sportivo, life, o business. Altrimenti ti perdi nel mare dei tuoi concorrenti.

Devi comunicare a chi ti segue cosa ti differenzia dagli altri, qual è il tuo modo specifico di lavorare. Quello che è solo ed esclusivamente tuo. Per questo non posso aiutarti attraverso un post, tocca a te fare un po’ di analisi.

Nel caso dalla tua analisi non dovesse uscire nulla, allora è il momento di rimboccarti le maniche, perché hai ancora tanto da lavorare sulla tua formazione.

Insomma, si tratta di creare quello che nel gergo del marketing viene definito branding.

E, di nuovo, ecco per te un articolo in cui entro nei dettagli: http://www.4mancons.it/it/vuoi-evitare-che-la-tua-azienda-abbia-una-cattiva-brand-reputation/

Si tratta di un articolo rivolto alle aziende, ma ricorda che anche tu adesso sei un’azienda. Sei imprenditore, operaio e responsabile delle pubbliche relazioni.

 

Adesso hai a disposizione un tuo specifico piano di marketing, per portare al successo la tua attività di coaching.

Ma non finisce qui!

Infatti ho preparato per te una guida dettagliata in cui ti parlo di ulteriori strategie per promuovere il tuo lavoro.

 

Lo trovi Qui!

Sei stato lasciato? Ecco cosa non devi assolutamente fare!

In ogni separazione, cioè in ogni frattura relazionale, c’è un dolore.

Questo dolore deriva dal trauma dell’abbandono, ed è naturale avvertirlo. In un certo modo, perfino salutare. Serve a comprendere l’importanza del nostro passato, di ciò che ha fatto parte della nostra vita, di quanto abbiamo impegnato e speso fin qui.

Allo stesso modo, è anche uno stimolo a voltare pagina, a dare un nuovo senso alla nostra vita e, in fin dei conti, a realizzare, magari facendo tesoro proprio dell’esperienza vissuta, il nostro più grande sogno: innamorarci di nuovo.

In questo articolo voglio parlarti dei quattro comportamenti nei quali più comunemente si cade nell’imminenza della perdita dell’oggetto della nostra passata unione. Si tratta di un prontuario che ha lo scopo di portare la tua consapevolezza su ciò che di peggio puoi fare in queste occasioni. Ovviamente, per ogni comportamento ti suggerisco una strategia con cui puoi sostituirlo.

Seguendo questi consigli ti permetterai di elaborare l’accaduto e guardare utilmente avanti. Seguendo con attenzione quanto suggerito, i risultati non mancheranno e potrai finalmente lasciarti la separazione alle spalle e guardare al futuro con un rinnovato ottimismo.

Forza allora: spalle dritte e… cominciamo!

CHIEDERE SPIEGAZIONI

Spesso quando veniamo lasciati sentiamo il bisogno di avere delle spiegazioni; spiegazioni per capire che cosa è successo ad un certo punto del rapporto, quali sono le motivazioni che hanno portato il partner a voler interrompere la relazione.

Vorrei portare la tua attenzione su un punto: sei sicuro di volere delle spiegazioni proprio per questo motivo?

La verità (dura e difficile da accettare) è che quando veniamo lasciati le ragioni sono davvero semplici e in fondo le conosciamo: l’altra persona ha smesso di amarci, o – volendo usare un linguaggio meno emotivo – ha deciso di non voler più continuare il percorso di vita che si stava attraversando insieme.

Per quale il motivo?

Semplicemente non siamo più quello che vuole.

Certo, se davvero avesse delle spiegazioni, è probabile che il tuo ex userebbe parole diverse, ma il succo profondo del suo discorso non si differenzierebbe molto da ciò che ti ho detto.

Ti chiedo a questo punto di leggere la domanda che di qui a poco ti farò e di rifletterci attentamente.

La domanda è: “Sei sicuro che vuoi davvero delle spiegazioni o stai cercando solo una scusa per mantenere un rapporto e un legame?”

Forse sarà capitato anche a te di stare vicino a qualcuno che stava soffrendo per una separazione, stargli accanto proprio nel momento in cui riceveva delle spiegazioni; se hai vissuto questo tipo di esperienza probabilmente avrai notato che le spiegazioni che riceveva raramente gli bastavano.

Di solito lo portavano solo a chiederne di nuove.

Questa è una dimostrazione di come in realtà le spiegazioni non ci interessano davvero; sono solo una scusa per mantenere ancora un contatto, una parvenza di rapporto.

Con questo non voglio dirti di disinteressarti completamente alle spiegazioni, ma di non cercarle in modo ossessivo. Se ne senti il bisogno, chiedile; ma se l’altra persona non è disposta a risponderti, oppure ti appare poco chiara, limitati ad accettarle senza volerne ancora e ancora.

La ricerca compulsiva delle spiegazioni porta solo ad enormi litigi, perché il più delle volte, chi viene lasciato non le accetta. Magari l’ex dà una risposta parlando dei sentimenti che prova, di ciò che sta sentendo ma la persona lasciata risponde dicendo che non può essere vero, che le cose che sente non sono giuste. Insomma, gli piacerebbe imporre all’altra persona il modo in cui deve sentire e provare i sentimenti.

Una cosa del genere, vista con la lucidità di chi non è convolto, appare assurda, eppure è un comportamento molto consueto per chi sta affrontando una separazione.

CREDERE A CIO’ CHE DICE L’EX PARTNER

Un altro motivo per cui non devi chiedere spiegazioni è perché, anche nel caso in cui le dovessi ricevere, non devi commettere l’errore di crederci.

Infatti, il secondo errore che si commette quando si affronta una separazione è credere a ciò che ci dice l’ex partner.

Con questo non ti sto suggerendo di negare ciò che ti dirà ma, almeno in un primo momento, non prendere per verità assoluta le sue parole.

Anche in questo caso il motivo è molto semplice.

Dal punto di vista sociale la persona che lascia è sempre percepita come “cattiva“, quindi (anche solo da un punto di vista inconscio) sente il bisogno di giustificare la sua scelta (questo sia con se stesso che con gli altri). Ciò fa sì che tutte le cose che ti andrà a dire non saranno necessariamente la verità.

È molto probabile che abbiano un fondo di verità, ma allo stesso tempo il più delle volte accade che questa verità è distorta in modo tale da far apparire chi lascia “legittimato”, quasi costretto, a farlo.

Molto spesso chi lascia tende a dipingersi come una vittima resa esausta dalle infinite vessazioni subite e che, finalmente, ha trovato la forza di abbandonare un rapporto che lo stava psicologicamente distruggendo a causa esclusivamente dell’altra persona.

Nel caso ti trovassi ad affrontare un’esperienza simile, voglio darti una bella notizia: non è la verità!

Se il tuo partner ti ha lasciato non è colpa tua, riguarda solo ed esclusivamente lui.

Tu non c’entri!

A questo punto ti potrai chiedere: “Allora di chi è la colpa?

È proprio questo il punto: non c’è colpa.

Due persone iniziano una relazione insieme, durante la quale sono perfetti l’uno per l’altra (nel caso in cui la relazione sia cominciata fondandosi su basi solide e positive), ma noi esseri umani non siamo immutabili: ogni giorno facciamo tante esperienze, incontriamo persone, ci confrontiamo con nuove idee, nuovi modi di vedere le cose e tutto questo non ci lascia indifferenti. L’essenza dell’essere umano risiede nel cambiamento, nell’evolversi. Se ci fai caso tu per primo non sei la persona che eri dieci anni fa, o anche solo un anno fa.

Quindi cosa succede?

Due persone che in un dato momento sono perfette ecco che, nel corso del tempo, modificano parti del loro carattere, le loro aspettative, i loro desideri. In alcuni casi queste modifiche avvengono in modo simmetrico, in altri invece no.

Proprio per questo è inutile parlare di colpa e ti consigliamo di non credere a tutte le eventuali critiche.

In un secondo momento, quando sarai in grado affrontare il tutto con distacco e lucidità, potrai prendere in considerazione ciò che ti è stato detto e capire quanto c’è di vero.

SENTIRSI FALLITI

La conclusione della relazione spesso fa percepire in chi la subisce che ogni aspetto della propria esistenza sia un fallimento. È come la fine dell’intero percorso personale, un po’ come se una enorme scritta GAME OVER sia comparsa sulla propria esistenza.

Questo è forse uno degli errori più gravi in cui puoi cadere, perché significa accettare un’idea terrificante: tutta la propria vita, tutto ciò che si è fatto, ogni risultato, ogni sfida accettata sono completamente inutili. L’unica cosa che conta è il proprio ruolo di moglie o di marito, di fidanzata o di fidanzato. Insomma è come annullare gran parte della propria esistenza, per concentrarsi solo su un aspetto. E questo è uno degli atti autolesionisti più crudeli a cui ti puoi sottoporre, perché è come distruggere tutto ciò che hai costruito sino a quel momento e dire che non merita di esistere se non sei più all’interno della relazione.

Quello che ti voglio proporre, quindi, nel caso tu stessi vivendo proprio questa percezione, è iniziarla a vederla da un’altra prospettiva: le cose cambiano, niente resta immutato, tu sei cambiato tante volte e questo è soltanto l’ennesimo cambiamento. La tua vita non è finita, tantomeno fallita, sta semplicemente cambiando.

L’unica cosa davvero finita è il progetto di vita in due. Ma questo non vuol dire che il tuo progetto di vita in qualità di individuo si è concluso, anzi, ha solo attraversato un’altra tappa, l’ha conclusa ed ora si sta accingendo a passare a quella successiva.

ISOLARSI

L’ultimo è forse l’errore più conosciuto ma, nonostante questo, è anche uno di quelli in cui è più facile finire. La tristezza, il senso di abbandono e la sofferenza portano spesso ad un senso di apatia che conduce ad isolarsi. Non si vuole uscire di casa, si perde la voglia di avere a che fare con le altre persone e ci si riduce a fare solo ciò che siamo obbligati a fare, come ad esempio andare a lavoro.

Isolarsi equivale ad escludere la possibilità che qualcosa di diverso dall’idea della separazione possa entrare nella nostra mente; è come rinchiudersi in una prigione infestata solo dal fantasma della relazione conclusa. Insomma, isolarsi è un po’ come dire: “Io voglio stare al centro di questo dolore”.

A volte questa reazione è supportato da due presupposizioni errate:

  • Quando si viene lasciati è opportuno stare da soli per un po”. In questo caso non ci si riferisce ad escludersi dal mondo, ma semplicemente di evitare di immergersi a capofitto in una nuova relazione. Una delle cose fondamentali da fare è riappropriarsi della propria individualità, anche se la cosa all’inizio sembra far male. Possiamo, infatti, pensare di tornare a far parte di una coppia solo quando ci siamo ricostruiti in quanto individui.
  • Ho bisogno di tempo per pensare”. Il fatto di avere tempo per pensare, però, non implica l’isolamento. Abbiamo un sacco di momenti durante la giornata in cui siamo soli e, specialmente dopo la separazione, questi aumentano. In più, si crede che riflettere da soli su un problema per un mese sia più produttivo che rifletterci – ad esempio – per tre ore. In realtà non è affatto così. Anzi, specialmente durante l’isolamento, passare un mese a pensare, vuol dire solo buttare del tempo e condannarsi al dolore. I nostri pensieri, infatti, vengono stimolati attraverso l’interazione sociale (quindi le uscite, le conversazioni con gli amici, gli aperitivi, ecc.), anche se durante queste interazioni non si fa assolutamente riferimento all’abbandono. Il nostro inconscio riflette su un problema anche quando la mente conscia non ne è consapevole.

Per farla breve: qualunque siano le riflessioni che vuoi fare, le farai comunque anche senza isolarti, anzi, sanno molto migliori e arriverai più in fretta a ciò che cerchi se non ti precludi la vita sociale.

L’isolamento è anche una diretta conseguenza dell’apatia da cui si viene colti quando si vive un dolore emotivo molto forte. Questa apatia, specie nella fase iniziale, è estremamente positiva, perché fa prendere realmente consapevolezza del trauma che si sta vivendo (chi viene lasciato vive la cosa come un lutto). Ma, come abbiamo detto, è solo una fase; una fase breve.

Indugiare troppo a lungo vuol dire solo farsi ulteriormente del male.

A volte, in questi casi, è opportuno riprendere in mano la propria vita. Comprendere in che direzione la si vuole fare andare, capire cosa è davvero importante per se stessi e, di conseguenza, rimboccarsi le maniche e andare a prenderselo.

Certo, a volte potrebbe essere difficile riuscirci da soli. Ecco perché ho preparato una pagina in cui c’è tutto quello che devi sapere per tornare a sorridere e ad essere al posto giusto e al momento giusto!

Come superare i propri limiti mentali

Hai mai pensato a come ognuno di noi è all’interno di limiti ben precisi?

Non parlo di limiti geografici o spaziali, ma proprio di limiti mentali.

E ti piacerebbe riuscire ad espandere i tuoi limiti, per ottenere una maggiore libertà di fare davvero ciò che vuoi?

Perfetto, perché è proprio quello che voglio aiutarti a fare con questo articolo!

Partiamo subito da una semplice premessa: nessuna persona si muove davvero nel mondo reale.

Il mondo, infatti, è composto da una serie enorme di particolari e di informazioni che nessun essere umano può gestire contemporaneamente. Proprio per questo opera una selezione di particolari, che vanno a definire l’idea di normalità.

Di conseguenza, il personale concetto di normalità che ognuno ha, è il risultato della selezione di informazioni che vengono prese in considerazione come chiave di lettura del tutto. Tale selezione di particolari non è volontaria, ma è strettamente connessa con le esperienze che facciamo, l’ambiente in cui viviamo e i gruppi sociali di riferimento.

Ti faccio subito un esempio.

L’idea di cominciare un’impresa sarà più o meno possibile se appartieni ad una famiglia di imprenditori o di operai? Nel primo caso, tutto ciò che ti circonda ti dimostra che non esiste nulla di più facile. Non solo perché sai perfettamente quali sono i passi da seguire per mettere in piedi un’azienda, ma anche perché probabilmente sono cose che accadono nel quotidiano e fanno parte della routine.

All’inverso, per un figlio di operai ci saranno maggiori possibilità di vedere la cosa come impossibile e questo perché, oltre a non possedere le informazioni per avviare un’impresa, vive in un ambiente dove questa idea probabilmente sembra impossibile da realizzare.

La normalità, quindi, non è la realtà ma il modo in cui ognuno di noi si approccia alla realtà. All’interno dell’idea di normalità si trovano credenze, convinzioni, conoscenze, atteggiamenti, regole morali. Tutto ciò non è reale ma è il semplice frutto di una costruzione mentale.

La normalità è esattamente una semplificazione del mondo, una sorta di breviario che ci dice cos’è possibile fare e cosa invece è impossibile.

Proprio per questo accade che questa idea diventa il primo motivo per cui è impossibile ottenere ciò che vogliamo.

Ad esempio, potresti desiderare di lasciare ciò che stai facendo per cominciare una nuova vita a Londra, ma il solo pensarci ti fa dire: “Vabbè, questo non è normale“.

E’ ovvio che qualsiasi desiderio, quindi, nel momento in cui si trova al di fuori dall’idea di normalità è destinato a non realizzarsi.

In questo articolo voglio proporti una serie di esercizi che ti aiuteranno proprio ad espandere la tua idea di normalità, per portarti ad andare oltre i tuoi limiti e permetterti di vivere con un maggiore livello di libertà.

Iniziamo subito!

Esercizio 1

Dedica 15 minuti per segnare tutto quello che per te è normale. Nei prossimi giorni se ti viene qualcos’altro in mente, aggiungilo. In questo modo riesci a sviluppare una visione di massima della tua normalità. Analizza con attenzione ogni elemento e nota quale va in dissonanza con le esperienze che senti di voler davvero avere. Insomma, quelle che ti fanno sentire al posto giusto e al momento giusto. Infine, nota quali elementi, invece, rendono impossibile vivere proprio queste esperienze di flusso. Segnali, in modo da poterci lavorare tra poco.

Esercizio 2

Per espandere la normalità, quello che devi fare è prendere in considerazione gli elementi dissonanti e approfondirli, ampliarli, sino al punto in cui ciò su cui stai portando l’attenzione assume un significato completamente nuovo. Per fare questo, poniti le seguenti domande per ogni elemento dissonante:

  • Questo elemento è sempre vero?
  • E’ mai accaduto che si sia rilevato inesatto?
  • E’ vero per tutti o è vero solo per me? E perché?
  • Come fai ad essere sicuro che sia vero?
  • Che cosa deve essere presente per rendere tutto questo diverso?
  • Che cosa, invece, non deve essere presente per rendere tutto questo diverso?

Devi sapere che la normalità è composta da convinzioni. Le convinzioni non sono giuste o sbagliate, ma possono essere utili o inutili rispetto a ciò che vogliamo. Una convinzione è utile quando ti apre la possibilità di fare cose nuove, di metterti in gioco, di esplorare per andare oltre i precedenti limiti. Una convinzione, invece, è inutile quando ti porta a rimare sempre allo stesso punto.

Le convinzioni si formano per esperienza diretta, per osservazione dell’esperienza altrui e per sentito dire; e si basano non tanto sull’evento in sé quanto sul significato che si è associato a quell’evento.

In più, ogni esperienza è per sua natura incompleta, proprio perché nel viverla si selezionano solo alcuni pezzi, in base a cui si leggono tutti gli altri.

Quindi, interpretiamo un evento in base alle nostre conoscenze pregresse, e in base ad una selezione di informazioni presenti nell’evento stesso.

Esercizio 3

Rispondi a queste domande per ogni convinzione inutile:

  • Che informazioni mi mancano per comprendere meglio questa convinzione?
  • Con queste informazioni in più, in che modo cambia la mia percezione della convinzione?
  • Se gli eventi che mi hanno spinto a credere in questa convinzione, si fossero presentati in modo diverso, in che modo sarebbe cambiata la mia percezione?

Infine, crea scenari alternativi degli eventi che hanno dato forma alla convinzione.

Come abbiamo detto, la normalità di ognuno è direttamente influenzata dall’idea di normalità presente nei nostri gruppi di riferimento. All’interno di questa normalità sociale, ogni singolo tende ad adeguarsi. Il non farlo, “pensare in modo differente“, crea delle reazioni di tensione. Se l’individuo riesce ad affrontare questa tensione, ciò che accade è il riuscire a sviluppare una convinzione, all’interno della propria normalità, diversa dalla normalità sociale; nel caso contrario tenderà a conformarsi.

Esercizio 4

Per riuscire ad eliminare gli influssi della normalità sociale, è importante prendere in considerazione le persone che ci hanno trasferito le convinzioni. Queste persone il più delle volte sono familiari, educatori e amici. Rispondi alle seguenti domande, prendendo in considerazione una convinzione inutile e la persona che te l’ha trasferita:

  • Perché ti ha trasferito questa convinzione?
  • Se avesse fatto altre esperienze ti avrebbe trasferito la stessa convinzione?
  • Questa convinzione lo porta ad avere esperienze che lo fanno sentire al posto giusto e al momento giusto?
  • Nel caso la risposta all’ultima domanda sia sì: in che modo questa convinzione può far sentire anche te al posto giusto e al momento giusto?
  • Nel caso la risposta sia no: di che convinzione avrebbe avuto bisogno per sentirsi al posto giusto e al momento giusto?
  • Se questa persona potesse rispondere a queste domande, prima di trasmetterti questa convinzione, te la trasmetterebbe lo stesso?
  • E quale convinzione ti trasmetterebbe al suo posto?

 Il processo di auto-analisi che ti ho segnato ti permette di ottenere enormi cambiamenti, di rendere possibile ciò che prima credevi impossibile. In più ti aiuta a guardare il mondo da una prospettiva più ampia, lasciando che nuove informazioni possano giungere a te: informazioni che ti mettono a contatto con una realtà che è pronta a dirti che puoi ottenere ciò che desideri.

Vuoi approfondire questa nuova consapevolezza e iniziare da oggi un percorso che ti permette di guidare te stesso e gli altri? Allora clicca qui e comincia adesso il tuo cambiamento!

Perché non riesci a trovare l’anima gemella

Ci sono tre atteggiamenti che ti impediscono di avere il tipo di relazione che vuoi.

Bada bene, non ho detto che ti impediscono di avere una relazione, bensì quella che davvero desideri, quella che ti fa sentire pienamente soddisfatto e appagato.

Quindi, se al momento non hai quello che vuoi, ti consiglio di leggere con attenzione le prossime righe.

1° Atteggiamento

“Tanto chi vuoi che voglia avere a che fare con me?”

Non serve un genio per dire che non si va molto lontano con questa convinzione. Normalmente le persone che hanno questo tipo di atteggiamento sono supportate dall’idea che solo chi fa determinate cose e ha determinate qualità può ambire ad essere amato.

Ciò che davvero è interessante è che ognuno ha a sua disposizione una enorme rete di teorie psicologiche e sociologiche (anche se totalmente prive di fondamento scientifico) che supportano la loro visione.

La realtà però è che il nostro cervello è una macchina perfetta, che ci guida esattamente dove vogliamo andare.

Quindi se pensi che una persona non ti vuole, il cervello farà il possibile per mettere in modo quei comportamenti che confermano questa tua idea.

La mente, infatti, è un po’ come un GPS: prima si imposta la destinazione e poi si percorre la strada. Quando però inseriamo nella nostra mente convinzioni come “uno come me non può essere amato” ecco che farà il possibile per giungere a quella destinazione.

E non solo, per il nostro innato bisogno di sicurezza, comincerà a notare ciò che conferma questa visione e, confermandola, ci farà avvicinare ancora più velocemente alla destinazione che forse non vogliamo, eppure abbiamo programmato in modo così certosino sul nostro gps.

2° Atteggiamento

“Non riesco a trovarne neppure uno/a alla mia altezza”

Come sopra, il meccanismo descritto farà in modo che le persone con questo atteggiamento troveranno conferma a ciò che credono.

Eppure questo atteggiamento mostra qualcosa in più, ovvero: esistono persone di serie A e di serie B, ci si colloca come persona di serie A e si scartano gli altri. Questo comportamento è deleterio da più punti di vista:

  1. Credere che ci siano persone di serie A e di serie B denota un’enorme insicurezza, che si manifesta specialmente quando questi soggetti esplodono in momenti di rabbia o di invidia. Questi sfoghi derivano proprio dall’insicurezza che cercano di combattere ponendosi sul proprio piedistallo; piedistallo di cui non sono sicuri, altrimenti non cercherebbero conferme, altrimenti non avrebbero così tanti sfoghi (che, in fin dei conti, altro non sono che l’effetto dello stridere tra l’immagine reale di sé e quella ideale).
  2. Se credi una cosa del genere, vuol dire che hai a tua disposizione una serie di criteri che stabiliscono se la persona è di serie A o B. Questi criteri, il più delle volte, sono facilmente riconoscibili, anzi, sono delle icone, che se possedute dalla persona la fanno accedere ad una delle due classi. Si basano strettamente sull’apparenza, per un motivo molto semplice: per non perdere troppo tempo dietro la persona sbagliata, bisogna sapere subito se è da serie A o da serie B. Questo comportamento ti impedisce di conoscere delle persone che forse potresti apprezzare, ma che non approfondisci, o non osservi davvero, proprio perché scartati dopo un paio di informazioni.

3° Atteggiamento

“La persona giusta non si cerca, si trova”

E’ un atteggiamento molto sano, se fai una vita ricca, movimentata, in cui ogni giorno interagisci con nuove persone diverse. Ma se la tua vita si basa sulla quotidianità e la regolarità di certi atti, difficilmente ti capita di conoscere persone nuove. Quindi, se aspetti che la persona giusta si presenti di fronte casa tua, così all’improvviso… bè, non dico che sia impossibile, ma quanto meno è improbabile. Diventa molto più facile darsi da fare e andare in giro, non voglio dire alla ricerca spasmodica dell’anima gemella, ma con una giusta curiosità.

Infatti, il vero segreto per attrarre nella tua vita la persona giusta è proprio questo: curiosità.

A tale riguardo voglio segnalarti un articolo estremamente interessante sulla seduzione: http://www.pnlcorsi.it/seduzione-pnl-7-consigli-diventare-irresistibile/

Guardarsi attorno con interesse, vedere nell’altro qualcuno da conoscere, a cui interessarsi, verso cui orientare la nostra attenzione di essere umani, al solo scopo di apprendere qualcosa di nuovo su un altro essere umano.

Questo può sembrare davvero banale, ma risulta essere estremamente seducente perché nel mondo attuale è davvero difficile trovare qualcuno che guardi con attenzione gli altri.

(Nota bene: non ti sto dicendo che per sedurre devi dare la massima attenzione alla persona che desideri, ma che mostrare attenzione verso gli altri – che ti piacciano o meno – muove una serie di meccanismi sia sociali sia personali che ti mettono nella condizione di risultare più attraente. In più, fa in modo che tu possa notare persone attraenti che prima neppure prendevi in considerazione).

Insomma, il problema se non hai la relazione che vuoi non è del mondo, né della povertà delle persone; è solo tuo!

E non perché fai o non fai qualcosa, sei in un modo anziché in un altro, ma per ciò di cui sei convinto.

Ma se fossi convinto che il mondo è pieno di persone che puoi apprezzare e da cui puoi essere apprezzato, se fossi certo che sono lì fuori, tanto sotto casa tua quanto in Australia, e se fossi disposto a conoscere meglio, in profondità qualsiasi sconosciuto, come sarebbe?

Forse, dopo una settimana, non avrai ancora trovato la persona giusta, ma ti assicuro che avrai messo in moto una serie di meccanismi (tuoi, interni, così come esterni, dell’ambiente in cui agisci) che ti aiuteranno ad avere il tipo di relazione che desideri in modo naturale.

Perché non provi?

Tanto non costa nulla!

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